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FESTIVALETTERATURA
Piazza Castello
Carofiglio, Gramellini e Porcelli Safonov
con Neri Marcorè
LE PAROLE PER DIRLO

a quale eticità le si voglia legare e a quale altrettanta morale, qualora la si riconosca, le si debba riportare, non certo per puro riscontro lessicale


  • Cercare le LE PAROLE PER DIRLO è sempre e solo fin troppo semplice. Il punto è a quale eticità lo si voglia legare e a quale altrettanta morale, qualora la si riconosca, lo si debba riportare, non certo per puro riscontro lessicale.

Gianrico Carofiglio, Massimo Gramellini e Arianna Porcelli Safonov, quartettano con Neri Marcorè a pungere di filologia gli ampi spazi lasciati alla deontologia personale, di chi dialoga, pro domo di chissachi, in punta di sillaba. Il filo rosso che nella ventritreesima edizione, caratterizza il Festivaletteratura, giunge al proprio lembo apicale, proprio nell’analisi di quanto la PAROLA, intesa come consistente strumento di agevole impiego, possa rispondere a fin troppo distinte interpretatività, giungendo al palindromo del diverso, giacché uguale, ma decisamente ossimoro, nel plenipotenziale.

Umani, alla catena della comprensione, contro intelligenze al computo delle automazioni, tante e tali da ricordare ben altri vincoli e altrettanti legami, probi allo sfociare nelle manette delle parole, per eccesso di parole stesse. Nuove censure contro vecchie tendenze, ma sempre e comunque lacci per condurre il ricevente, dell’emesso aspetto verbale in un percorso di risposta, liberamente imposta da essenza pressoché obbligata, serva servile del voluto oscuro.

Una risata, un guizzo creativo, uno slang trasversale, ci salveranno dall’omologazione del nulla contenuto e dall’aspetto attraente. Bruceranno libri e biblioteche, saranno sgretolati sapere e conoscere per irregimentare menti e comportamenti? No, la parola, ancora una volta ci salverà, grazie alla propria intrinseca evoluzione, alla pervicace destrutturabilità, al molesto,
eterno, sfuggire alle regole.

Rimarrà il silenzio, ultimo divenire della comunicazione, comunque interpretata da assiomi forfettari, a sostenere la rivincita di chi funge, frequentemente proprio malgrado, da detersivo consapevole? E chi può dirlo, se solo il silenzio regnerà nell’ambito ambìto del citrullaggio delle menti, meglio se eccellenti. Ancora lana caprina e languidi pascoli, potranno, laddove, la figurazione sfuggirà agli stalli e alle moltitudini piallate di senso indotto. Resterà l’amore, termine ultimo, controverso e astratto, sacro Graal d’ogni esistere, a perpetuare il senso soggetto, d’ogni soggetto del giusto, che coniugherà sempre e comunque, la parola all’esposto, per matrimoniare il vero, il libero, il prospettico del voler volare ancora verso la purezza delle stelle, incontaminate.

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