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VERONA
Teatro Romano
ELENA di Euripide
Regia di Davide Livermore
~ La recensione di De Artes ~


Visivamente e concettualmente bellissima. Tale si è presentata “Elena” diretta da Davide Livermore andata in scena al Teatro Romano, ultimo titolo dell’Estate teatrale veronese in collaborazione con l’Istituto nazionale del Dramma Antico. In fin dei conti cos’altro serve, a uno spettacolo, oltre la bellezza? In questo caso studiata, motivata, coerente con una lettura rispettosa del lavoro di Euripide. Una bellezza sorprendente e visionaria, sganciata dalle convenzioni; in armonica convivenza tra toni drammatici e ironici, come suggerita dal poeta ateniese e qui trasformata in un alcunché di surreale, di imaginifico. Condizione indispensabile per il regista torinese che “ama la forma libera del creare” e passa agilmente dalla prosa alla lirica, sempre ai massimi livelli.

In scena, la prua di un brigantino parzialmente inabissato e rotante su sé stesso, a mostrare il potente rostro oppure il ventre a guisa di scalinata. A far da fondale, uno schermo con proiezioni (videomaker Paolo Jep Cucco) interrotte da flash abbacinanti (luci Antonio Castro): le onde del mare, dapprima placide poi sempre più grosse in un rincorrersi ipnotico; nuvoloni forieri di tempesta; una notte pulsante di stelle come il “cielo che respira” frutto della mente di Elena. Questi ultimi due fenomeni sono stati entrambi rappresentati in movimenti speculari. Un tema ricorrente, quello dello specchio e delle immagini riflesse. La trama (traduzione di Walter Lapini) narra infatti di Elena (Laura Marinoni intensa e dallo sguardo magnetico) la cui avvenenza dette il via alla guerra di Troia. Ma per Euripide, che riprese il mito cantato da Stesicoro, il sanguinario conflitto fu in realtà scatenato da un fantasma con le sembianze della donna, che invece si trovava in Egitto. Fatto di scioccante ironia: migliaia di morti cagionati da una illusione.

Un doppio che Livermore ha inscenato mediante la femminilizzazione di Teucro (Viola Marietti) che reggeva tra le mani uno specchio. Successivamente le alter ego di Elena sono diventate tre, una mora, una bionda e una rossa a formare spiritosamente un caleidoscopio della bellezza muliebre, capace di condurre gli uomini alla follia.
Tutta la regia si è dipanata in un gioco di rifrazioni a iniziare dal pavimento lacustre, a Verona giocoforza ridotto nelle dimensioni rispetto alla versione debuttata al Teatro Greco di Siracusa. Gli interpreti al loro passaggio hanno sollevato schizzi e prodotto uno sciabordio divenuto, grazie a sensori tecnologici, un’altra voce unitasi al Coro e all’arpa, suonata dal vivo da una corifea (Federica Quartana).

Acqua scura che non ha rivestito il consueto ruolo allegorico di elemento di purificazione, ma ha simboleggiato il luogo sacro egiziano dove Elena era rifugiata e dove inaspettatamente ha incontrato Menelao (Sax Nicosia virilmente eroico) ivi naufragato. Un Nilo/Stige punto di transizione e ricettacolo della memoria, in cui galleggiavano relitti e spuntava, come uno scoglio, la lapide tombale di Proteo, la cui morte ha dato il via libera alla richiesta di matrimonio di Teoclimeno (Judica Cordiglia).
Nella premessa registica, Elena ormai anziana, dal volto riempitosi di rughe in un video a random, ha ripercorso nella sua mente le vicende passate, in un fluttuare di ricordi. Le sue parole non hanno formato un racconto di vita, ma sono state rappresentazione della vita stessa.

Il Coro (Bruno Di Chiara, Marcello Gravina, Django Guerzoni, Giancarlo Latina, Silvio Laviano, Turi Moricca, Vladimir Randazzo, Marouane Zotti) era impersonato da uomini a torso nudo con gonnelloni e stivali (costumi Gianluca Falaschi) che a un certo punto hanno iniziato a muoversi a scatti, come tanti timer intenti a scandire il tempo dell’anima, in attesa dell’happy ending di Euripide o del futuro di disillusione di Livermore. Versatilità interpretativa nel cast – con anche la Vecchia (Maria Grazia Solano), Teonoe (Simonetta Cartia), i Messaggeri (Linda Gennari e Maria Chiara Centorami) – e un calibrato pastiche di stili, dall’abito da sera a paillettes della protagonista, alle due figure barbute in abiti da sera bianchi luccicanti omaggianti un celebre musical, dalle vesti settecentesche da teatro d’opera, agli spunti rock, andati di pari passo con la convivenza di generi musicali nella colonna sonora (Andrea Chenna).
Un allestimento dove l’estro ha navigato col vento in poppa, e senza inutili e pedanti costrutti mentali andava guardato, accettato, apprezzato, amato.

Recensione di Maria Luisa Abate

Visto al Teatro Romano di Verona – Estate Teatrale Veronese – il 13 settembre 2019

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