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Premio Callas 2017
a Gianfranco Cecchele
QUEI 12mila SI BEMOLLE
che sono LEGGENDA
nel BEL CANTO


Happy birthday Maria Callas: premiati i 48 anni di carriera del tenore Gianfranco Cecchele.

In Arena una statua della Divina.
«Un applauso così, senza cantare? Mi conviene restare sempre zitto». Accolto da un’ovazione, Gianfranco Cecchele ha sfoderato da subito una generosa dose di simpatia, affabilità, disponibilità. Uno dei massimi tenori del Novecento “non se la è tirata” e ha dirottato signorilmente i battimani in direzione della moglie, che l’ha sostenuto per tutto il corso della carriera, magnifica come la vita, sotto ogni punto di vista.

L’Happy Birthday Maria Callas è iniziato la mattina. Poche persone tra quante abbiano lasciato un segno nella storia dell’umanità, hanno avuto il privilegio di annoverare due compleanni. Una di queste è la Callas, venuta al mondo a New York il 2 dicembre 1923. Nella memorabile sera del 2 agosto 1947, il soprano ventiquattrenne debuttò all’Arena ne La Gioconda di Ponchielli, sotto la direzione di Tullio Serafin. I settant’anni dalla nascita artistica sono stati festeggiati in maniera speciale, confacente al mito, nell’arcovolo numero quattro dell’Arena di Verona, dove Nicola Guerini, Presidente e Direttore Artistico del Festival Internazionale Scaligero Maria Callas-Verona, affiancato dal soprano Maria Chiara in veste di madrina, ha fatto cadere il drappo inaugurale della scultura raffigurante la Divina. La statua bronzea di Albano Poli, che rimarrà nell’anfiteatro per la durata del Festival operistico, ha le braccia aperte nell’atto di ricevere l’infinito applauso del suo devoto pubblico, mai scemato anche a quarant’anni dalla scomparsa, e che si è rinnovato quando sul grammofono ha girato un disco inciso su gommalacca e carbone, materiale precedente al vinile. Memorabilia prestata dal Museo della Radio ed estremamente rara perché, fatto unico in ambito lirico, reca nell’etichetta il duplice cognome Callas-Meneghini.

La celebrazione, nella Sala Casarini dell’Hotel Due Torri, storico crocevia di artisti e personalità di ogni epoca, è culminata con la consegna del prestigioso Premio alla Carriera Maria Callas a Gianfranco Cecchele, che con lei interpretò la famosa Norma di Parigi del 1965. «Era già stanca e alla quarta recita svenne sulla scena. La sua voce la tradì, ma raggiunse il mio cuore», ha ricordato il tenore. Una carrellata di messaggi di saluti, iniziando dal video di Fabio Armiliato, che ha fatto sgorgare un caloroso applauso in memoria della scomparsa Daniela Dessì. Poi le telefonate in viva voce di Renato Bruson e dell’insignito nella scorsa edizione, Rolando Panerai: «Ciao Gianfranco, come stai?» «Sempre più vecchio, porco cane. Ma per quanto tu faccia, non potrai mai raggiungermi». In sala, la vicinanza affettuosa di tanti amici e colleghi. «Ma questa non è la mia festa? Allora adesso parlo io» è spiritosamente sbottato Cecchele, iniziando a ripercorrere le tappe di una vita artistica e umana straordinaria.

Iniziò come pugile, peso welter. «Ero bravo: ho vinto tre incontri», ma il papà si rifiutò di firmare la dichiarazione di responsabilità e bruciò i riconoscimenti nel forno della cucina. «Credevo che la mia vita fosse finita, ma pochi giorni dopo conobbi questa stella e capii che nella vita c’è anche altro». La “stella” è la moglie Antonietta, sposata nel ‘60 e da allora sempre al suo fianco e che, quando il lavoro era all’estero, ad esempio in America, faceva la spola avanti e indietro per seguire amorevolmente il marito e i cinque figli, i quali a tutt’oggi hanno dato loro otto nipoti.

Il tenore nacque grazie a un Colonnello. Mentre svolgeva il servizio militare, Cecchele accettò di eseguire alcune canzoni per essere esentato dai servizi di guardia. Sentendolo, il Colonnello lo incitò a continuare nel canto e gli diede dieci giorni di licenza per recarsi a sostenere un’audizione con Iris Adami Corradetti, la quale stilò una relazione. L’Ufficiale si infuriò nel leggere il piano di studi della durata di 4-5 anni: «Questa signora sarà stata pure una grande cantante, ma di voci non capisce nulla». Il Colonnello aveva ragione. Cecchele nel ‘62 approdò alla scuola di Marcello del Monaco (fratello del celebre Mario) e mise a punto la voce nel giro di pochi mesi. Due anni dopo calcò per la prima volta le tavole del palcoscenico del Bellini di Catania, nell’opera semi sconosciuta La zolfara di Mulé. Al debutto i giornalisti scrissero che era nato un nuovo Mario Del Monaco. «Ma se fossi stato un clone, ora non saremmo qui». Vero. Ben presto maturò una propria tecnica magistrale, una vocalità unica e inimitabile. «Dopo Del Monaco ho ascoltato altri cantanti e ho capito come ci potessero essere caratteristiche e particolari da aggiungere. Ho avuto la fortuna di avere grandissimi colleghi e questo mi ha aiutato molto nella carriera. Ognuno ha qualcosa da dare, lo si può usare a proprio beneficio». Certo, purché si sia capaci di rapportarsi agli altri con umiltà, senza mai smettere di imparare e di affinare il mezzo vocale. L’intelligenza artistica ha consentito all’astro Cecchele di brillare per 48 anni di carriera e … 12 mila Si bemolle, «senza contare le prove».

Il Maestro è stato applaudito alla Scala, dove cantò infinite volte; a Venezia, Roma, Macerata, Bilbao, Vienna, Londra, San Francisco e Montecarlo. «Avete visto bene il filmato? – ha fatto notare riferendosi alle immagini proiettate sullo schermo – Quella signora seduta in prima fila era Grace Kelly». Molte furono le opere che presero vita grazie allo squillo virile e al fraseggio scolpito, grazie a quella che il critico musicale e moderatore dell’evento Danilo Boaretto ha definito “vocalità baciata da Dio”: Turandot, Don Carlo, La forza del destino, Otello, anche se il ruolo che forse lo ha maggiormente contraddistinto, per l’interpretazione ineguagliabile, è stato Turiddu in Cavalleria Rusticana. Oltre quattrocento volte fu Radamès, spesso accanto alla grande Aida di Maria Chiara, per la quale nutre un fraterno affetto. «Quando cantavo alla Scala in Aida, venne a sentirmi Karajan e proprio lui mi volle in Cavalleria. Abbiamo fatto un film e tante recite. Dove gli altri fanno tre fiati – ha spiegato – io ne faccio uno unico. Karajan, sentendomi in prova, mi chiese se fossi sicuro di riuscirci anche in recita». Così fu. E così venne scritta una fulgida pagina di storia della musica.

Maria Luisa Abate

 

 

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