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SETTE CONTRO TEBE
per la regia di Marco Baliani
chiude
l’Estate Teatrale Veronese


Rumori sordi, cupi, spaventosi nella lacerante attesa di un terribile destino. La polvere sollevata dagli eserciti in marcia, le urla strazianti, i lampi improvvisi, il rombo ritmico delle pale di invisibili elicotteri, spari a raffica ed esplosioni, e sempre, di sottofondo, un terreo brontolio. Suoni aggrovigliati nel tempo (Mirto Baliani) si sono sovrapposti ai frammenti delle notizie portate dal messaggero (Aldo Ottobrino) da un altrove indistinto e lontano, e si sono confusi con le litanie elevate entro i confini urbani, in un rimbalzo di echi. La paura è un nemico senza volto, privo di consistenza, come tale invincibile.

Il nero fondale del Teatro Romano di Verona ha sostituito gli sfondi boschivi presenti al debutto siciliano di “Sette contro Tebe”, e solo accennato era il cerchio delle mura con i blocchi corrispondenti alle porte cittadine (scene e costumi Carlo Sala). Al centro, un albero secolare era segato in un ceppo e, attorno a questo naturalistico totem, il popolo di Cadmo e quello dell’Adige si sono raccolti come davanti a un focolare, per ascoltare una storia. Un moderno aedo (Gianni Salvo) ha declamato l’antefatto – un insert originale – poi si è materializzato il Coro maschile e femminile, figure tribali intente a cerimoniali ancestrali, svolti all’unisono o rimpallandosi i gesti, come se fossero sospinti da onde andate a lambire singolarmente ciascuno (coreografia Alessandra Fazzino). Il Coro, cui Eschilo riserva una valenza determinante, era qui pressoché muto, con funzione di background icastico, mentre il ruolo interlocutorio e quello divinatorio erano idealmente affidati al pubblico.

Dei due fratelli che hanno scatenato la guerra, l’uno, Eteocle, è sotto i riflettori, è considerato un capo anche se continua a esercitare arbitrariamente il potere; l’altro, Polinice, che ad anni alterni dovrebbe impugnare lo scettro del comando come stabilito dal padre Edipo, è un antagonista che rimane nell’ombra, che trama nascostamente, le cui ragioni non sono bastevoli a legittimarlo.

Del titolo che ha chiuso splendidamente l’Estate Teatrale Veronese, regalando uno degli spettacoli più intensi degli ultimi anni, Marco Baliani ha proposto una versione (traduzione Giorgio Ieranò) che ha di molto sfrondato Eschilo e, senza interventi registici invasivi, ancorché pregnanti, ha evidenziato gli aspetti del testo di stringente contemporaneità, ovvero le lotte per l’egemonia, i dissidi tra governanti, l’interrogativo circa la legalità di chi detiene l’autorità, leader o tiranno che sia, in cerca del consenso di quella stessa collettività corale che ha zittito. Uomini e donne erano vestiti con abiti primitivi fatti di stoffe pelli e piume; le capigliature selvagge, i visi segnati dalla sofferenza. Un consesso, allora come oggi, sensibile ai simboli terrifici posti sugli scudi dei sette comandanti dei battaglioni argivi, come anche dei sette valorosi tebani posti a difendere i varchi d’accesso alla città. Eschilo pare un cronista di telegiornale, mentre Baliani riesce a definire l’indefinitezza. La sua Tebe, antica e rituale, è diventata una qualsiasi città assediata, in cui noi oggi potremmo ravvisare le spogliazioni di Aleppo o Sarajevo, lo smarrimento della Libia post Gheddafi o della Germania dopo il crollo del muro, ma che nei fatti si è elevata al di sopra di ogni realtà, per rappresentare un archetipo universale di guerra.

Aleggiava il terrore di perdere la casa e i possedimenti, di smarrire le radici, le proprie divinità e la civiltà di appartenenza. Le donne erano vulnerabili, intente a invocare gli dei, rassegnate al destino di rapimento, stupro e riduzione in schiavitù. Una condizione che nel Duemila si credeva sepolta nella notte dei tempi, e che invece è tornata ad affacciarsi nella nostra società multietnica. Unica voce muliebre di spiccata personalità, che si è fatta carico di molte battute che Eschilo attribuisce al Coro, è stata Antigone, sorella dei due rivali. Lei ha focalizzato, dal macro al micro, l’antagonismo tra i contendenti, riconducendo le ostilità alla loro origine di disputa fratricida. Nel corteo funebre gli scialli dei lettighieri si sono fatti mesopotamici, e Antigone ha espresso la volontà di dare a Polinice eguale sepoltura di Eteocle, contravvenendo agli ordini gracchiati da altoparlanti da lager che comandavano omaggi all’eroe e vituperio al cadavere dell’avversario. Grazie ad Antigone, il dramma si è fatto interiore e il dolore è diventato quello della solitudine, che infligge lesioni non meno profonde delle ferite riportate in un cruento corpo a corpo. Nella Tebe di Baliani, ciascuno ha combattuto la propria battaglia, con gli altri o con sé stesso.  

Gli interpreti dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico hanno dato giusto peso alla potenza della parola, hanno reso il logos materico, mai declamatorio o enfatico. Marco Foschi era Eteocle, condottiero stupendamente forte quanto vulnerabile nell’interiorità. Un combattente arresosi dinanzi al Fato. Anna Della Rosa prestava il volto dolente ad Antigone, commovente nella fragilità, ferina nell’istintività. Uno spettacolo che ha unito la magia del teatro alla nitidezza e alla profondità della comunicazione, caratteristica comune a tutti i lavori firmati da questo regista.

Visto il 15 settembre 2017. Foto di Centaro, Carnera, Ballarino.

Maria Fleurent

 

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