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BOB Nobel  DYLAN
il menestrello di Duluth
l’enigmatico
Mr. Tambourine Man

a Mantova l’8 Aprile 2018


L’enigmatico Mr. Tambourine Man, il menestrello di Duluth. Robert Allen Zimmerman possiede alcuni soprannomi e molti pseudonimi, assunti nel corso della carriera costellata da cambiamenti, sparizioni e ritorni. Un modo per sfuggire alle regole della vita che fa nascere «con nomi sbagliati da genitori sbagliati». Il nome d’arte, assunto legalmente, è un tributo al poeta Dylan Thomas. Anche Bob Dylan è un poeta, profondo con le parole tanto quanto con le note. Un cantore del Novecento americano che ha preso il testimone da Woody Guthrie. Un arrabbiato aedo di controcultura e di denuncia, che si è battuto per i diseredati della terra e per i diritti civili: era assieme alla compagna di lotte Joan Baez, alla Marcia su Washington in cui Martin Luther King pronunciò il discorso “I have a dream”. Dylan non è rimasto a guardare la storia, non si è limitato a giudicarla: ne ha scritto pagine leggendarie, dal lirismo crudo e travolgente.

Sei date in quattro luoghi lo portano in Italia nel 2018. Il 3, 4 e 5 aprile alla Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 7 aprile al Mandela Forum di Firenze, il 9 aprile al Teatro degli Arcimboldi di Milano e, nel mezzo, l’8 aprile al Palabam della piccola grande Mantova, strategicamente trovatasi lungo la strada. Più vicino agli ottanta che ai settanta, un incidente in moto da giovane e recentemente una grave pericardite non hanno sopito la foga di scagliarsi contro le storture del mondo, non hanno spento la capacità di essere il profeta di una generazione che non è mai invecchiata. «Ho impiegato molto tempo, per diventare giovane». Forever young è uno dei successi intramontabili. Dalla surreale The freewheelin, alla pietra miliare di A hard rain’s a-gonna fall che presagisce un’apocalisse nucleare, al cupo cinismo di The times they are a-changin. Siamo solo al 1965 ed esce Like a rolling stone, un macigno di insofferenza contro l’ipocrisia della società. Il trittico dalle caleidoscopiche influenze simboliste, moderniste, beat, formato da Bringing it all back home, Higway 61 revisited, Blonde on blonde, rappresenta una delle più alte vette culturali del ventesimo secolo, secondo i critici di settore. Gli stessi che fin dagli anni Sessanta lo accusano di qualità incostante e che Mr. Dylan si diverte a confondere, fornendo risposte assurde alle interviste. Eccentrico alla Casa Bianca, invitato da Clinton e da Obama, sul palco è schivo, scorbutico, talvolta ubriaco, sempre innamorato devoto e sorridente della musica. Incarnazione del binomio genio e sregolatezza.

La bellezza formale di Blood on the tracks cozza contro la violenza espressiva di Hurricane, che ha sposato una causa forse sbagliata, chissà. Importa solo la potenza scaturita dall’animo inquieto. La conversione di Saved, è il naturale sbocco di un percorso d’evoluzione interiore. In ultimo Triplicate nel 2017 e il Never ending tour, con le sperimentazioni acustiche che fanno storcere il naso ai puristi e attestano la voglia di andare avanti, incessantemente. Gli occhi fattisi sempre più fessure magnetiche di ghiaccio, la voce roca e tagliente come non mai, magistralmente comprovante che l’intonazione è un’opinione inutile, a confermare, ai fan in cerca di vaticini dal loro oracolo, che la risposta ancora sta volando nel vento. Blowin’ in the wind è Dylan per antonomasia, è l’inno universale alla libertà, intonato su una melodia attinta dagli schiavi e sul cui testo Giovanni Paolo II tenne un sermone davanti a duecentomila persone. Due lauree ad honorem, un Oscar, otto Grammy Awards, un Polar, un Pulitzer per le «composizioni liriche dallo straordinario potere poetico», sono i tributi all’inventore degli album doppi, dei videoclip, dei bootleg, così come all’artista poliedrico, acquarellista e scultore, in bilico come un funambolo tra la leggerezza e la forza. La Legione d’Onore, la National Medal of Arts, la Presidential Medal of Freedom. Libertà. Parola simbolo della vita pubblica e privata. E, in fondo alla lista dei riconoscimenti, un Premio Nobel mai ritirato, ma per il quale ha scritto un discorso, «per aver creato nuove espressioni poetiche, nella grande tradizione della canzone americana». Ossia non per essere semplicemente un poeta, ma un generatore di poesia. E chi non percepisce la sostanziale differenza vada a rispolverare un vinile e riascolti le ballad che prendono vita propria, che colpiscono dritte allo stomaco con la forza tangibile di un cazzotto e la delicatezza impalpabile di un sentimento. Disse Bruce Springsteen durante un concerto che Dylan «suonava come qualcuno che avesse aperto a calci la porta della tua mente».

Maria Luisa Abate

Contributi in immagine:
Rowland Scherman per U.S. Information Agency, 1963
Allen Ginsberg and Bob Dylan by ElsaDorfman, 1975
Antolìn Hernandez Barcelona, 1984

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Auditorium Parco della Musica Roma
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