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TRIO, TRIUMVIRATO
o
TRINITÀ?


Nel repertorio discografico del jazz ci sono numerosi esempi di quella che un critico inglese (Cooke) aveva, in un saggio su Jazz Monthly, denominato “the all star syndrome”, alludendo alle svariate occasioni in cui la riunione in studio d’incisione di gruppi di “tutte stelle” ha prodotto risultati inferiori alle attese o alle speranze che la qualità e la celebrità dei musicisti riuniti per l’occasione avrebbero potuto legittimare. Che quella di cui voglio parlarvi qui sia stata davvero una riunione di all stars, pochi dubbi. Un trio con Duke Ellington (1899-1974) al pianoforte, Charles Mingus (1922-1979), al contrabbasso e Max Roach (1924-2007) alla batteria, riunito negli studi Sound Makers a New York, il 17 settembre del 1962.

Un Trio? Forse meglio chiamarlo un triumvirato, o addirittura una trinità, sperando di non offendere le sensibilità dei lettori. Indico le date di nascita dei protagonisti non solo per scrupolo di cronista, ma per evidenziare che qui abbiamo un grande e venerabile maestro come Duke affiancato da due allora relativamente giovani leoni. I tre sono espressioni illustri di epoche, climi, temperie culturali diversissimi tra loro. Ellington brilla di luce propria e accecante nella storia (tutta la storia) del jazz; Roach è stato il più classico tra i percussionisti bop e più tardi esponente di spicco del bop duro, con un occhio attento anche alle forme di espressione del dissenso e della protesta afro-americana (un suo celebre disco del 1960 s’intitola programmaticamente “We Insist! Freedom Now Suite”); Mingus ha coltivato filoni musicali diversi ma coerenti, dalla sperimentazione atonale al grido libertario e ha anche trovato il modo di scrivere un’autobiografia eccessiva e rutilante: “Beneath the Underdog” che nella traduzione italiana s’intitola “Peggio di un bastardo”.

Il disco prende nome dal titolo da uno dei brani eseguiti in studio: “Money Jungle”, https://youtu.be/LNdlYtc4VD0, la giungla del denaro. Poteva sembrare, sulla carta, l’anticipazione di contenuti di protesta sociale, vista anche la presenza di due comprimari così politicamente consapevoli ed esposti. Sarà così? Vedremo.  Per questa seduta d’incisione, è difficile scegliere un titolo che la rappresenti e a cui il mio ricordo vada particolarmente riferito: qui è tutto il LP a brillare di luce proprio nella mia esperienza di ascoltatore e collezionista. Attenzione ho menzionato non a caso il LP a trentatré giri, non la più nutrita ristampa in CD che è stata naturalmente proposta, con un buon numero di titoli mancanti dalla edizione originale. Spiegherò più avanti le ragioni, assolutamente non musicali che fanno sì che quella in vinile sia la “mia” versione di questo disco, controverso e scintillante.
La critica è abbastanza concorde nel ritenere che questo, nonostante il livello altissimo del contributo di Mingus e Roach, sia essenzialmente un disco di Ellington: Max Harrison lo inserisce nell’importante volume “The Essential Jazz Records: Modernism to Postmodernism” e lo definisce “un disco cruciale nella sua affermazione come pianista”. Per Lambert “Ellington interpreta a perfezione il ruolo del convenzionale solista di jazz”. Ma la scelta, così sorprendente, dei partners poteva risultare un po’ spiazzante. Sentite Ansell, un altro critico inglese: “Non proprio un matrimonio musicale paradisiaco ma affascinante. Musica di notevole potenza, linee saporose di Ellington accompagnate e a volte quasi sabotate dalle selvagge e quasi frenetiche controlinee di Mingus. Roach invece è un bonus”. Ma non manca chi va giù ancora più duro: sentite Robert Palmer, in un saggio apparso su Jazz Journal nel 2013 “Forse la scelta più controversa, in molti lo apprezzano. Ma io non la penso così: con tutto il loro virtuosismo, Mingus e Roach non mi danno l’impressione di essere a loro agio con la musica e con Ellington, né Ellington sembra esserlo con loro. Non sono sorpreso che Miles, sentendo uno dei brani in un blindfold test, abbia gracchiato: ‘Beh, cosa dovrei dire di questa roba?”. Miles, ovviamente, è il mio diletto Miles Davis e il blindfold test è un giochetto in cui al partecipante vengono fatti ascoltare brani senza rivelare l’autore e vengono registrate in diretta le sue reazioni a caldo.

Ho già detto che è difficile scegliere un singolo brano, ma non voglio sottrarmi con troppa facilità alla regola che fino ad oggi ha caratterizzato questo percorso di recupero e riscoperta dei dischi che hanno lasciato un segno più forte e incisivo nella mia memoria. E allora punto sul title track, il brano che dà il titolo alla raccolta: “Money Jungle”, un blues turbolento e incantatorio, corrusco e vigoroso, in cui la struttura di base delle dodici misure si riconosce a fatica, scardinata e sconvolta dalle improvvisazioni e dalla forza d’urto irresistibile impressa dai musicisti. Duke adotta uno stile iper-percussivo e incline alla dissonanza e manifesta la piena maestria strumentale raggiunta in questa fase avanzata della sua carriera. Certo, ripensandoci, avrei potuto fare altre scelte, proporre brani differenti: per esempio un altro blues, “Very Special”, più facile da seguire, ma meno originale. Oppure la commovente riletture di un classico ellingtoniano come “Solitude” che getta una luce fresca sulla composizione e dimostra la attitudine di Duke a rinnovarsi su materiale suonato infinite volte e qui rapsodizzato a lungo. Oppure ancora “Fleurette Africaine” una amabile e ipnotica melodia ellingtoniana sul tenero lavoro in filigrana di Charlie Mingus al basso: come dice lo stesso Ellington “uno di quei momenti mistici in cui le nostre tre muse divennero una sola”. L’impressione prevalente che rimane dopo l’ascolto, però, è quella della straordinaria forza ritmica di questa musica, della gioia pura che pervade questo disco, intriso di blues.

Giustificata in questo modo la scelta del brano da inserire nella mia antologia personale, resta da spiegare, cari lettori, il motivo per cui ho insistito nella scelta della versione in vinile rispetto al CD. Quest’ultima avrebbe ottimi motivi per farsi preferire: innanzitutto contiene molto materiale inedito o comunque non incluso nel LP. La qualità sonora della musica è nettamente migliore: in effetti la versione originale aveva un sound piuttosto opaco e lontano. Per l’edizione in CD i tecnici di casa Blue Note hanno recuperato i nastri originali, remixato in digitale l’intera seduta e ottenuta un miglior resa sonora e una più alta fedeltà della riproduzione. Dunque, perché mai restare attaccato al ricordo del vinile, al padellone di 30 centimetri, al “grande e costoso” come usavamo definirlo da ragazzi?
Il motivo, l’ho già detto, ha un fondamento che nulla ha a che vedere con la musica. È stata la copertina a colpire la mia attenzione. È opera di Frank Gauna, autore della fotografia e del design. Sono ritratti in bianco e nero i tre musicisti in studio d’incisione: Ellington al piano, impeccabile, cappello in testa, camicia scura e pullover chiaro. Al suo fianco Roach, in piedi, occhiali, camicia decorata, un po’ piegato verso il piano quasi volesse controllare una partitura o seguire il lavoro del maestro. Sul fondo Mingus impugna il contrabbasso e sta suonando in camicia chiara e con le bretelle, guardando verso i due colleghi. C’è una grande immediatezza, la visione di tre menti creatrici all’opera, un senso di “qui ed ora” di cui faccio fatica io stesso a capire la ragione. Mi torna in mente il titolo di una rubrica del “Down Beat” (storica rivista americana) in cui venivano recensiti concerti ed esibizioni dal vivo: “Caught in the Act”.  Attenzione, la foto è stata ripresa anche per la ristampa in CD, ma non so perché, non mi fa più lo stesso effetto. Le dimensioni ridotte, la carta patinata del booklet che ha sostituito il cartoncino della copertina originale: no, no la mia foto non è questa, devo andare a ripescare dall’armadio il mio amato 33 giri.

JazzFranco 2018

 

 

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