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LA BELLEZZA CLASSICA
e LINEARE DELLA BOLENA
di GRAHAM VICK

Ottimi il cast
e la direzione


Tinte plumbee ma non tenebrose: evocative. Anna Bolena ha fatto ritorno al Teatro Filarmonico di Verona in un allestimento del 2007 di Fondazione Arena e del Teatro Verdi di Trieste, firmato da Graham Vick. Un’impostazione classica, giostrata su sapienti chiaroscuri drammaturgici (lighting design di Giuseppe Di Iorio) vivificati da elementi simbolici collocati entro un contesto di bellezza pittorica, in massima parte attribuibile alle scene e ai costumi, ricchi e accurati in ogni particolare, di Paul Brown. Vick ha ricondotto la libertà di ispirazione di Donizetti entro l’ambito della fedeltà storica, che ha suggerito un concetto imprigionante. Le colonne del salone di corte erano chiuse da finestroni a grata e le pareti, dalla proprietà di diventare traslucide, hanno permesso di scorgere i recessi nascosti del palazzo, con i suoi cupi intrighi. Il letto a baldacchino ha rappresentato il mezzo per arrivare al trono, conteso tra Anna e Giovanna, egualmente decise e forti nelle smanie di conquista, entrambe consapevoli di come portarle a compimento: la prima, desolatamente disperata nel vedere la seconda muoversi sulla falsariga da lei tracciata anni prima. Al di là delle intenzioni, rimaste tali, espresse da Vick di attribuire alle masse la funzione di trait d’union con la platea, il coro ha assunto pose da tableau vivant, assistendo allo svolgersi degli eventi senza prenderne parte attiva, contribuendo così a dare un’ulteriore pennellata tragica all’espressività dell’insieme. Non sono mancati i quadri di grande spettacolarità come la cavalcata – sotto una fitta nevicata rischiarata dalla luna stilizzata in file parallele di luci – del re e della regina su due destrieri statuari, uno d’oro e uno argenteo, a riproporre la dicotomia uomo e donna che il potere ha paralizzato. Allusivi, la gigantesca spada calata dall’alto, un volto bendato, i due rossi gradoni che hanno ruotato lentissimamente, disponendosi a croce e tracciando la strada verso il patibolo, rappresentato da un vetro crepato dalla violenza dell’afflizione della regina spodestata. E ancora la neve, diventata rossa e brillante come il sangue.
Jordi Bernàcer si è speso alla ricerca del fraseggio, portato avanti in parallelo tra buca e palco e in sintonia d’intenti con la regia, proteso alla discorsività e alla continuità delle argomentazioni musicali, bene espresse dall’orchestra areniana. Il direttore ha dato un senso compiuto, concreto, ai colori che Donizetti magistralmente ha utilizzato per sottolineare il laceramento interiore spinto a lambire l’ossessione oppure la follia, la cecità del fato e della giustizia, la durezza dei cuori, il dolore di una donna vinta con l’utilizzo delle sue stesse armi, ripudiata ingiustamente e sacrificata, una tra le tante, ai giochi di potere.
Nel cast alternativo, in nulla secondo al “primo”, sono spiccate le tre presenze femminili, tutte voci di notevole caratura e tutte capaci di sostenere egregiamente le rispettive tessiture impervie, tanto quanto la scena. Il soprano Elena Mosuc, Anna Bolena, si è mostrata padrona della tecnica che le ha consentito di raggiungere agevolmente le vette belcantiste, con ricchezza di accenti dosati sapientemente. Sfoggio di agilità e tecnica sopraffina anche per il mezzosoprano Annalisa Stroppa, che ha regalato una prova magistrale per la facilità con cui ha affrontato le pagine a dir poco ardue scritte per Giovanna di Seymour. Le primedonne hanno tramutato il celebre duetto che le vede protagoniste in una entusiasmante gara di bravura, mai competitiva ma sinergica, in perfetto affiatamento. Il paggio Smeton Manuela Custer, chiamata a sostituire l’indisposta Martina Belli, ha palesato una venatura gradevolmente scura nei registri bassi e uno straordinario dominio della parte. Nei panni di Enrico VIII  Mirco Palazzi, timbro suadente, linea di canto confezionata con raffinatezza, emissione ben proiettata e attenzione alle sfumature interpretative. Riccardo Percy era Mert Süngü, squillo chiaro, non sempre padrone dell’espressività richiesta dal ruolo. Menzione positiva per Romano Dal Zovo, Rochefort, e Nicola Pamio, Hervey. Prestazione ragguardevole per il Coro, istruito da Vito Lombardi, dal suono coeso e vellutato, e pianissimo sprigionanti suggestioni.

Maria Luisa Abate

Foto Ennevi per gentile concessione di Fondazione Arena di Verona
Visto al Teatro Filarmonico di Verona il 2 maggio 2018

 

 

 

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