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VERONA
La BOHÈME
al TEATRO FILARMONICO

Recensione di DeArtes.Cloud


I primi due quadri de LA BOHÈME si svolgono a Parigi, la vigilia di Natale. Nel periodo delle festività, il titolo è andata in scena in una Verona rallegrata da bancarelle e venditori ambulanti come se la città facesse parte dell’opera e ne costituisse ideale prosecuzione scenografica. Quando lo scrittore Rodolfo invita gli amici a precederlo al Caffè Momus dice loro: “cinque minuti, conosco il mestiere”. Parole che paiono riassumere l’impegno dei vertici di Fondazione Arena per uscire dalla perdurante crisi. Ma la “conoscenza del mestiere” artistico si è scontrata contro i problemi finanziari che attanagliano questa come molte realtà teatrali italiane. La criticità è sfociata in uno sciopero dei lavoratori areniani con conseguente cancellazione delle due prime recite in programma. Il sipario si è aperto regolarmente su La bohème nelle repliche successive, come anteprima della Stagione che inaugurerà in gennaio con Don Giovanni.


La coproduzione con il teatro Regio di Torino ha permesso di portare al Teatro Filarmonico di Verona il famoso allestimento che Giuseppe Patroni Griffi firmò nel ’96, per celebrare i cento anni dalla nascita del capolavoro di Giacomo Puccini. Nella ripresa, Stefano Trespidi ha fronteggiato al meglio la situazione che ha comportato meno prove, meno collaboratori dietro le quinte, meno risorse tecniche e umane. La ritirata militare è stata spiritosamente sostituita dai bambini che giocavano a marciare, e nel terzo atto (si è fatto intervallo tra i primi due quadri) si sono notate pieghe nel fondale e il tappeto innevato non fissato ha cagionato un incespico. Sbavature minuscole che non hanno sminuito, anzi rafforzato la volontà di ripresa e non hanno impedito allo spettacolo di decollare, grazie alla sua descrittività che ha con intelligente poetica semplicità unito la suggestione visiva a quella musicale. Questo è il compito primario che qualsivoglia regia dovrebbe espletare e troppo spesso lo si dimentica. Con efficacia pittorica si è passati dalla squallida soffitta rischiarata da un lucernario (scene Aldo Terlizzi Patroni Griffi) alla calca dei parigini davanti al Caffè Momus, poi alla nevicata alla barriera d’Enfer, il cui impeto ha anticipato le note pucciniane soddisfacendo le esigenze di spettacolarità del pubblico che ha applaudito entusiasticamente. Complici, le luci di Paolo Mazzon che hanno reso penetrante il gelo che mina la cagionevole salute della protagonista e che, assieme ai bianchi fiocchi, porta la dolorosa separazione tra gli innamorati.
In unità d’intenti, una lettura quanto più possibile fedele al dettato pucciniano è stata prescelta anche dal direttore Francesco Ivan Ciampa, che ha guidato l’orchestra areniana attraverso le pagine di cangiante espressività, dalla scanzonata allegria, alla dolcezza del sentimento d’amore, fino alla conclusione di straziante poesia.
Mimì era impersonata da Maria Mudryak, voce importante dal magnifico timbro e dal colore denso, che lascia margine alla valorizzazione di ulteriori potenzialità. Decoroso il Rodolfo di Oreste Cosimo, apprezzabile nella cura con la quale ha approcciato il ruolo. Ragguardevole la coppia formata da Marcello e Musetta. Al suo ingresso in scena Davide Luciano ha fatto sobbalzare per la potenza del mezzo vocale, che ha gestito al meglio emanando un calore che ha invaso la fredda soffitta e ha dato corpo focoso alla gelosia suscitata da Musetta. Quest’ultima era Valentina Mastrangelo, sontuosa e ben tornita nel canto, con morbidi “filati” sfociati in acuti che hanno tagliato l’aria, di aggraziata maliziosità nella resa attoriale del personaggio. Nell’ultimo atto, la sua prece ha strappato le prime lacrime di commozione tra gli spettatori. Ottimo Schaunard Biagio Pizzuti, omogeneo nella raffinata linea stilistica, accanto a Colline, Romano Dal Zovo che ha impostato “Vecchia Zimarra” con misurata eleganza. Compassato Roberto Accurso nei duplici panni di Benoit e Alcindoro. Corretti Gregory Bonfatti Parpignol e i doganieri Maurizio Pantò e Nicolò Rigano. Una menzione speciale alla voce bianca, rimasta anonima, che ha intonato “Vo’ la tromba, il cavallin” e all’intero coro A.LI.VE. che, istruito da Paolo Facincani, ha seguito con precisione i difficili tempi del secondo quadro, in condivisione con il coro areniano diretto da Vito Lombardi.

Maria Luisa Abate

Foto Ennevi per gentile concessione di Fondazione Arena di Verona

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