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PARMA
TEATRO REGIO
LO SCHIACCIANOCI
La recensione di De Artes


Riservato ai sognatori. A coloro che, a qualsiasi età, non abbiano perso la voglia e la capacità di vedere con gli occhi della fantasia. Splendida serata, quella che ha inaugurato la stagione ParmaDanza al Teatro Regio, in cui la qualità artistica e la bellezza formale sono state declinate in una molteplicità di linguaggi espressivi: dalle coreografie alle scene ai costumi, dai giochi di ombre alla drammaturgia stessa. Frutto di una creatività frizzante, onirica, magica e incantata, ludica e anche spaventosa come ogni favola che si rispetti; sospesa tra reale e irreale nel castello fatato della mente.

Lo schiaccianoci nella celebre versione di Amedeo Amodio con le scene e i costumi frutto del genio di Emanuele Luzzati, si è riproposto come un grande affresco dove ogni pennellata ha acquisito un significato, un perché, uno scopo narrativo. Uno spettacolo che ha risvegliato il bambino che c’è in ognuno di noi rendendo unico e personale il sogno collettivo, come una piazza dalla quale si è diramato un dedalo di vie che conducevano a mondi fantastici.

La produzione Daniele Cipriani Entertainment ha portato in scena l’allestimento debuttato nel 1989 e da allora replicato con rinnovarsi di successo, diventato da subito un classico della danza. Amedeo Amodio nelle vesti di coreografo ha osato con rispetto, ha ideato personaggi, situazioni, caratteri utilizzando diversi stili tersicorei. E lo ha fatto con estro e attinenza: nei confronti della musica (ahinoi registrata) di Pëtr Il’ič Čajkovskij, talvolta messa in pausa per lasciare spazio silenzioso a immagini rumori e voci (Gabriella Bartolomei), e anche nei confronti della novella”Lo schiaccianoci e il re dei topi” di Hoffmann, fonte ispiratrice nella sua versione originale più che nella riscrittura di Dumas, cui invece si rifecero il leggendario Marius Petipa e lo stesso compositore. Contemporaneamente, nel ruolo di regista Amodio ha miscelato colori e sfumato atmosfere, ma soprattutto ha dato vita a un insieme di effimera concretezza, in cui gli i elementi hanno concorso a un fine comune, in entusiasmante simbiosi.

C’era un forte gioco di rimandi, di teatro nel teatro, nei racconti che si sono integrati e completati l’un l’altro. In un angolo del proscenio era posato un teatrino giocattolo e un altro teatro, dipinto, ha proposto a grandezza reale le file dei palchi dai quali si affacciava un pubblico di topi con al centro un gatto sornione. Su velari fissi e in movimento sono state ingigantite figure in controluce (luci Marco Policastro) e si è materializzata la narrazione parallela di ombre (ideazione Teatro Gioco Vita, realizzazione L’Asina sull’Isola).

Come il Prologo dei Pagliacci, durante l’ouverture dal sipario del Regio ha fatto capolino Drosselmeier, viso impiastricciato di biacca e gote a pomelli rossi, che con movenze da mimo si è proposto come deus ex machina, paladino del mondo dell’immaginario. Sotto una pioggia di numeri che hanno citato la vigilia di Natale, i piccoli Clara e Fritz, nei loro lettini, hanno iniziato a sognare. Sono apparsi cavalli a dondolo e cigni sui quali salire come carrozze, giocattoli e doni impacchettati in carte argentate, nonni legnosi che formavano un tutt’uno con le poltrone, buffe figure in abiti-puzzle multicolor. Anche un inquietante orologio dalle molte facce ticchettanti e dalle lunghe gambe (trampoliere Maurizio Vizioli), i terrificanti topi dai denti aguzzi e naturalmente lo Schiaccianoci, Alessandro Macario, che per la bambina diventata fanciulla, Anbeta Toromani, si è trasformato in un principe dalla rossa veste.

Dopo la danza dei fiocchi di neve, il viaggio del protagonista ha fatto tappa in città che, come quelle di Calvino, potevano essere frutto della mente oppure del caso, abitate da personaggi stravaganti. Tra le variazioni solistiche e le danze di carattere del divertissement, delizioso è stato il passo a due tra la teiera e la tazzina di porcellana cinese decorata a fiori blu. I tre uccellini usciti dalla gabbia hanno richiamato i personaggi mozartiani di Papageno e Papagena, e un terzetto di clown si è esibito in una danza “circense” accanto a figure in costumi tradizionali.
La speranza di Luzzati è stata esaudita e ciascuno spettatore «è tornato a casa, almeno per una sera, un po’ più ricco».

Recensione di Maria Luisa Abate

Visto al Teatro Regio di Parma l’1 febbraio 2019
Contributi fotografici by Roberto Ricci

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