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VERONA
Teatro Romano
L’ANIMA NON C’È EPPURE TUTTI SIAMO CONVINTI DI SI
Umberto Galimberti
al Festival della Bellezza

~ La recensione di De Artes ~


Un pessimismo velatamente ironico caratterizza la digressione tra filosofie e religioni. Lo scoramento è dovuto al non sapere, alla non conoscenza che genera “Gli equivoci dell’anima”. La conversazione tenuta da Umberto Galimberti al Festival della Bellezza è il risultato di un percorso di collegamento tra i fattori storici, culturali, sociali che, attraverso i secoli, hanno influenzato il pensiero e portato a quella grande invenzione nella storia dell’umanità che è l’anima. Galimberti cita, compendia, divaga e riallaccia i fili, presenta un minestrone cucinato dal sapore deciso. Sale sul palco di malavoglia e premette che non vorrebbe più fare questo tipo di serate, definite «il sold out della filosofia». Stando in piedi dietro al tavolo dove la sedia manca, quasi a sottolineare la fretta di andarsene, intercala il discorso con espressioni di (studiato?) sconforto. «Non volevo venire, sono stufo di fare conferenze. Le faccio per spingere ognuno alle cognizioni, al movimento di idee», si giustifica. Il pubblico ride.

La filosofia non sa, ma ama il sapere. Amore non è possesso, è mancanza. La filosofia è la mancanza del sapere, asseriva Aristotele, perciò la filosofia lo cerca. Platone diceva che la democrazia ha senso se le persone che devono decidere democraticamente sono competenti. Dentro noi ci sono idee stantie: le più vecchie si chiamano “principi”. Chi non ha idee, si appoggia a chi le ha.
L’anima è immortale per la religione, evocativa per i poeti, fondamentale per gli psicologi che la chiamano psiche, essenziale per l’amore. Ognuno vuole essere amato non per il proprio corpo, che magari non è alto slanciato e con i capelli biondi, ma per l’anima. L’anima non c’è, eppure tutti siamo convinti di si. Cos’è l’anima? Come è venuta al mondo questa parola? La verità di un vocabolo è nella sua formazione. Anima, spiega Galimberti, è una parola inventata da Platone il quale diceva che per costruire una conoscenza universale e valida per tutti non sia possibile fidarci delle sensazioni corporee. Il corpo infatti prima sta bene poi si modifica, sta male, invecchia. Su questo non si costruisce alcuna verità, quindi bisogna procedere con dimensioni astratte, con idee.
L’occidente ha fatto la differenza, rispetto all’oriente, perché ha costruito un pensiero astratto. Platone ha insegnato a creare un’autonomia di pensiero grandiosa e ciò che esula dal corpo la chiama ψυχή, che vuol dire respiro. Il corpo è al mondo con i suoi organi, è in relazione con il mondo. Lo fa capire Omero quando parla dell’ira di Ulisse con i Proci: non la rappresentazione di un sentimento, ma espressione di un sentimento. Tutto ciò è messo in ombra da Platone.
La tradizione guidaico-cristiana ha vinto la partita. In queste religioni non c’è la parola anima, afferma Galimberti. La traduzione dal greco ψυχή ha trascinato con sé tutta la concezione platonica. Nephesh, נפש, non vuol dire anima, ma vita. Nephesh non ha niente a che fare con l’anima, concetto assente nella tradizione giudaica. Leb, לב, è ciò che anima il corpo, che attira la parola di Dio o che la respinge: questo è il dualismo ebraico. Il cristianesimo, prosegue Galimberti, ha ancor meno la nozione di anima, si basa sull’incarnazione. Un corpo che soffre, che muore e che risorge in un corpo. Il giudaismo e l’Islam mantengono Dio nella sua trascendenza. Nel cristianesimo Dio si fa corpo e carne; siamo salvati dal suo sacrificio e dalla sua morte. Il corpo diventa la grande messa in scena della religione cristiana, è la conclusione del Maître à penser. Nelle sinagoghe e nelle moschee non ci sono immagini: Dio è l’assoluto trascendente. I cristiani sono convinti di assurgere in cielo, come dice Paolo di Tarso. Galimberti si rivolge al pubblico: «Voi siete cristiani, ma queste cose le sapete o no?» I morti risorgono con un corpo d’aria, come un pneumatico, spiega il filosofo. Per i greci era impossibile che un corpo risorgesse, perché il soggetto era la natura. Il dramma è che la natura, gli animali non sanno di morire, noi lo sappiamo. Il greco costruisce un’etica seria con il limite della morte. Cos’è la felicità per i greci? È l’autorealizzazione. Ma quando hai raggiunto il tuo demone, devi tenerlo dentro la tua misura, se no prepari la tua rovina. Il senso del limite è una grande virtù. Ora noi ci troviamo nella condizione di aver superato il limite, perché ciò che possiamo fare supera la previsione delle conseguenze di ciò che possiamo fare. La tragicità è la cifra della grecità. Non c’è tragedia nella dimensione cristiana, ma nel greco, che accoglie la morte con molta semplicità. Quando soggiunge il dolore, reggilo ed evita di metterlo in scena, dice il greco: mai oltrepassare il tuo limite. Vivi secondo misura.

Agostino di Ippona rovescia tutto ciò, adatta la nozione di anima all’ambito cristiano inserendola in uno scenario di salvezza. Dopo lui e ancora oggi, tutti sono convinti di avere un corpo e un’anima. Inizia il gioco dello spirito. «Agostino ha fatto il colpaccio!»
Una cosa è vera se produce effetti di realtà. Questa narrazione ha fondato il cristianesimo, il che significa che è vera. Nietzsche afferma che la ragione è venuta per caso. Il cristianesimo ha vinto sulla grecità perché ha detto agli uomini: non morirete, c’è un’altra vita. Questo è stato il colpo grandioso del cristianesimo, ribadisce nuovamente Galimberti. Il Credo non invita a credere nell’immortalità dell’anima, ma nella resurrezione del corpo. Dopo mille anni, nel 600 con Cartesio, nasce la scienza moderna. Il corpo è la res extensa, il restante è la res cogitans. Cartesio ha fondato la scienza eliminando il corpo, sostituito con l’organismo, che ha determinato la nascita della medicina. Per lui il corpo va conosciuto con le idee chiare e distinte della res congitans, sulla base della fisica, della misura, delle conoscenze dell’epoca. Il corpo non è come lo viviamo, ma come lo conosciamo attraverso la scienza. «Avete capito? Sono desolato: nessuno capisce nulla». Parte l’applauso, però la signora accanto a noi dorme. «Tra voi avrà capito il 10 per cento, il resto applaude per retorica. Non ho più voglia di parlare, comunque adesso debbo finire». Altro applauso.
Se andiamo dal medico il nostro corpo è organismo. L’occhio è organo, non ciò che vede. La scienza dice cose ottenute da anticipazioni, non dice cose vere. Vita senza amore non si regge. Il vostro organismo è nel mondo, ma solo il vostro corpo dischiude un mondo. Quando la scienza osserva il vostro organismo, il corpo non dischiude più un mondo. Morbus sine materia significa malattia senza riscontro organico. Da ciò è nata la psichiatria, cioè la medicina dell’anima. C’è un genere di medicina che ogni volta che inventa un nome crede di aver trovato una nuova malattia. Al dualismo anima/corpo dovremmo sostituire il rapporto corpo/mondo, il mondo-ambiente che è quello che abitiamo. La nostra psiche non allaccia il mondo generale ma il mondo circostante.

Oggigiorno i padri vivono nel mondo reale, i figli nel mondo virtuale e la dimensione razionale gradualmente si spegne. Questa è la prima generazione senza trasmissione padre-figlio, l’informatica ha cambiato il mondo. C’è perfino una disciplina chiamata psicosomatia: è una bella invenzione. Il mio corpo entra nel mondo. In Omero, l’ira di Ulisse è nel corpo, l’ira è suscitata dall’ambiente. «Come si fa a spiegare queste cose? Basta, io ci rinuncio».
Una scuola filosofica nata nel ‘900, chiamata fenomenologia, apre il discorso su ciò che appare. Il contrario della scienza che non vede le cose, ma le cose in risposta alla sua anticipazione. «Avete capito? Mah». Io vedo la risposta che il mio corpo dà ai parametri della fisica, che non è il mio corpo. «Basta, non ci provo più, sono scoraggiato».
Molti filosofi, come Jung, sono scientifici. La scienza è oggettivante, valida per tutti. «Però la mia depressione è la mia, non quella degli altri». Edmund Husserl, maestro di Heidegger, dice che la psicologia non può diventare scienza. «Anche questo è difficile da capire? Speriamo di no».
Nelle riunioni psicanalitiche ci sono “casi”; tutto rientra in una casistica predefinita. Anche il medico traduce il dolore che voi gli narrate in quella cosa oggettiva che è il male. Ma la psiche non può funzionare così. La tua biografia narra il tuo rapporto col mondo. Scenario che ha avuto come esponenti Husserl, Heidegger, Jaspers, Sartre che dice che alla psicologia interessano i suoi significati. Per ridere e piangere si usano gli stessi muscoli, ma non sono la stessa cosa.
Quando il corpo fu ridotto a organismo, tutto ciò che non si spiegava venne attribuito all’anima. Religione e scienza strinsero un patto. Binswanger, Minkowski…
Il mio rapporto col mondo è: se il mondo si fa deserto, il mio corpo si deprime; se il mondo mi dà stimoli, il mio corpo si anima. Il corpo è l’assoluto qua, di ogni là. È l’ora di ogni allora. È con la malattia grave, “mortale” per usare le parole di Kierkegaard, che si rompe il rapporto corpo-mondo. Il mondo sparisce dai tuoi interessi. Il tuo corpo diventa organismo che contiene la tua condanna di morte. Questa è l’essenza della malattia: il mio io separato dal mio corpo, che è il sintomo tipico della schizofrenia. E se vogliamo conservare la parola anima, la psiche non è altro che il rapporto tra corpo e mondo. «Grazie, buonasera».

Recensione di Maria Luisa Abate

Visto al teatro Romano di Verona – Festival della Bellezza, il 6 giugno 2019
Contributi fotografici: MiLùMediA for DeArtes

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