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Blue is smART


Blue is smART
In anteprima al Moncalieri Jazz Festival il progetto sui colori atto a celebrare il ventennale del 2017

loghi%20moncalieri%20jazzBlue’smART anticipa la ventesima edizione del Moncalieri Jazz Festival, in programma nel 2017, e suggerisce un cambio di colore e di registro a partire da questa edizione.
In anteprima, infatti, a partire dalle Notte Nera e per tutti i grandi concerti del festival, l’Associazione BASA Buena Amica Social Art che sostiene “color’smART” – un ciclo di 7 opere d’arte sociale e intermediale dell’artista-compositore Daví Lamastra – sarà presente per raccogliere “materiale” per comporre un’installazione interattiva che darà modo a tutti i convenuti di interagire attraverso smartphone, video e foto pubblicabili sul sito ufficiale della rassegna (www.moncalierijazz.com).
Il progetto complessivo prevede 7 colori (rosso, giallo, blu, verde, marrone, nero, bianco), associati ai temi dei 17 obiettivi globali che sono stati prefissati dai leader mondiali per raggiungere, entro il 2030, 3 traguardi straordinari: porre fine alla povertà estrema, alla disuguaglianza e l’ingiustizia, e ai cambiamenti climatici (cfr www.globalgoals.org).
Quest’anno – e precisamente l’11,12 e 13 novembre presso le Fonderie Limone di Moncalieri – si comincerà con il blu (da cui appunto il titolo preposto), con un’iniziativa che vedrà raccogliere le videofirme di artisti e pubblico per realizzare una texture intermediale: fil rouge di un’opera d’arte che l’artista ha concepito come “crowd art”, momento di aggregazione visiva e vocale di chi vuole esprimere vicinanza ai temi del grande progetto internazionale.
In particolare, tra le note blu del Moncalieri Jazz Festival 2016 l’artista Daví Lamastra dirigerà l’ensemble d’arti performative Bandaví, registrando i volti in primo piano e le voci di chi vorrà dire “Blue is smART” per comporre il grandissimo mosaico intermediale che parte da Moncalieri per continuare il suo viaggio intorno al mondo, nella speranza di poter condividere con tutti la visione e la diffusione della conoscenza dei “Global goals” ai fini di uno sviluppo sostenibile del nostro pianeta.

PROGRAMMA DEL MONCALIERI JAZZ FESTIVAL 2016

Sabato 29 ottobre
LA 10a NOTTE NERA DEL JAZZ
A partire dalle ore 17 sfilata marchin’ band con i “P-Funking Band”, a seguire Musica & Sapori con gli Aperitivi in Jazz, musica dal vivo con un’altra marchin’ band di giovani musicisti pugliesi, i “Route 99”, ed altri 150 musicisti in 15 locali e luoghi nel centro storico.
Alle ore 21 in Piazza Vittorio Emanuele II Doppio Grande Concerto: dopo 10 anni, ritorna al Moncalieri Jazz Festival “GEGE’ TELESFORO” quintet che lo ha visto protagonista proprio nella prima “Notte Nera del Jazz” e nella seconda parte il Jazz Cubano con il grande batterista HORACIO “EL NEGRO” HERNANDEZ con il progetto “ITALUBA quartet” e per finire ancora Musica & Gusto su tutta Via Santa Croce .
GEGÈ TELESFORO quintet
Gegè Telesforo (voce)
Alfonso Deidda (sax, flauto e voce)
Seby Burgio (pianoforte)
“Fratello” Joseph Bassi (contrabbasso)
Dario Panza (batteria)
HORACIO “EL NEGRO” HERNANDEZ
“ITALUBA” quartet
Horacio Hernandez (batteria )
Amik Guerra Lig Long (tromba)
Ivan Bridón Nápoles (piano-tastiere)
Daniel Martinez Izquierdo (basso)
Centro Storico di Moncalieri

Giovedì 3 Novembre 2016 – Ore 21.30
GIOVANI TALENTI
The Essence Quartet
Sara Kary (sax), Emanuele Sartoris (pianoforte), Dario Scopesi (contrabbasso), Antonio Stizzoli (batteria)
Il Gelato Artigiano
Via Tenivelli, 14 – Moncalieri – Tel. 011/6407872

Venerdì 4 novembre – Ore 21.00
Famija Moncalereisa
A CAPPELLA IN MONCALIERI JAZZ
GRUPPO VOCALE CHORUS
diretto da Mario Allia
Francesca Repetto (soprano)
Laura Borgialli (mezzo soprano)
Manuela Russo (contralto)
Alberto Braghieri (tenore e percussioni vocali)
Mario Allia (direttore e baritono)
Pier Carlo Aimone (basso)
Famija Moncalereisa
Via Alfieri, 40 – Moncalieri – Tel. 011/641601

Sabato 5 novembre – Ore 21.00
Castello Reale di Moncalieri – “La Cavallerizza”
JAZZ AL CASTELLO
SWING DANCE: LINDY HOP
“Turin Cats”: Giorgio Finello e Doriana Galliano
NP Big Band diretta da Roberto Resaz
Si rivivranno le atmosfere vintage degli anni 30/40 con il ballo che ha segnato
un’epoca: il Lindy Hop.
È previsto con i maestri un workshop gratuito, dalle ore 17,00 alle ore 18,30
di: LINDY HOP e SOLO CHARLESTON.
Per partecipare al workshop è obbligatoria la prenotazione a:
info@moncalierijazz.com – Tel. 011/6813130
info@turincats.com – Tel. 3472924184
Castello di Moncalieri
Viale del Castello, 2 – Moncalieri – Tel. 011 6813130 – 335 6104904

Da Lunedì 7 a Venerdì 11 Novembre 2016 – Ore 9.30
IL JAZZ IN CATTEDRA
Si terranno delle lezioni-concerto per le Scuole Materne, Elementari, Medie Inferiori con momenti di musica dal vivo, in cui verranno illustrate le grandi personalità del jazz e i grandi periodi della sua storia, con l’interazione attiva del pubblico. A cura di Ugo Viola, Valerio Signetto e dei Corsi Musicali dell’Associazione C.D.M.I. di Moncalieri.
Teatro Civico Matteotti
Via G. Matteotti, 1 – Moncalieri – Tel. 011/6813130 – 011/6403700

Lunedì 7 novembre 2016 – Ore 16.30
EDNA plays standards! From bebop up today
In collaborazione con l’UNITRE di Moncalieri
A cura Associazione C.D.M.I. di Moncalieri.
Andrea Bozzetto (pianoforte), Stefano Risso (contrabbasso), Mattia Barbieri (batteria).
UNITRE Moncalieri
Via Real Collegio, 2 – Moncalieri – Tel. 011/644771

Lunedì 7 novembre 2016 – Ore 21,00
CINE & JAZZ
In collaborazione con Piemonte Movie
Proiezione del Film “All The Jazz”, Regia di Bob Fosse, Con Roy Scheider e Jessica Lange.
Teatro Civico Matteotti
Via G. Matteotti, 1 – Moncalieri – Tel. 011/6813130 – 011/6403700

Venerdì 11 novembre – Ore 21.00
Fonderie Teatrali Limone – Moncalieri
DALLO SPIRITUAL AL GOSPEL
SPIRITUAL Trio
Fabrizio Bosso (tromba)
Alberto Marsico (organo)
Alessandro Minetto (batteria)
special guest
Walter Ricci
“Sunshine Gospel Choir” diretto da Alex Negro
Fonderie Teatrali Limone
Via Pastrengo, 88 – Moncalieri – Tel. 011/5169496

Sabato 12 novembre – Ore 21.00
Fonderie Teatrali Limone – Moncalieri
NUOVI E VECCHI TALENTI
FABIO GIACHINO
Fabio Giachino (pianoforte solo)
THE COOKERS
David Weiss (tromba), Eddie Henderson (tromba), Craig Handy (sax alto), Billy Harper (sax tenore), George Cables (pianoforte), Cecil McBee (contrabbasso), Billy Hart (batteria).
Fonderie Teatrali Limone
Via Pastrengo, 88 – Moncalieri – Tel. 011/5169496

Domenica 13 novembre – Ore 21.00
I GIGANTI DEL JAZZ
AZIZA
featuring
Dave Holland (contrabbasso), Chris Potter (sax), Lionel Loueke (chitarra), Eric Harland (batteria).
Fonderie Teatrali Limone
Via Pastrengo, 88 – Moncalieri – Tel. 011/5169496

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IL MODERN JAZZ QUARTET
ALLA RICERCA DELLA RISPETTABILITÀ


Chi ha avuto il privilegio di leggere il primo articolo di questa serie, si è già imbattuto nella citazione del Modern Jazz Quartet (MJQ) e del pianista John Lewis, che, in qualche modo ne rappresenta l’essenza (e le contraddizioni). Il mio personale legame sentimentale a questo complesso è simbolicamente rappresentato da un LP a 33 giri: si intitola “Fontessa” e venne registrato nel 1956, pubblicato in origine dalla casa discografica americana Atlantic e distribuito in Italia dalla Music. In questo caso, almeno nel mio vissuto, il supporto diventa importante quasi quanto la musica che vi è contenuta. Nella ristretta conventicola di adolescenti appassionati di jazz di cui facevo parte, il LP a 33 giri era un lusso non facile da praticare; molto più diffusi i fragili 78 giri o i più economici EP a 45 giri. Il long playing esisteva in due differenti dimensioni: 25 o 30 centimetri di diametro. Quello da 30 cm lo chiamavamo, nel nostro gergo di ginnasiali, “il grande e costoso”: il primo grande e costoso, che entrò a far parte della mia discoteca e che tuttora occupa un posto d’onore sullo scaffale, fu appunto “Fontessa
https://www.youtube.com/watch?v=7c51puHTj7Q&list=PL2Zfl6RNziXwCINBRCSA59wV_fETY-t62
 del MJQ. È un po’ incerottato dopo 60 anni di servizio, ma è perfettamente fruibile e sta girando sul piatto, anche in questo momento.

Il MJQ, appunto: vibrafono (Milt Jackson, 1923-1999), piano (il sullodato John Lewis, 1920-2011), contrabbasso (Percy Heath, 1923-2005), batteria (il grande Kenny Clarke, 1914-1985 all’inizio, poi sostituito da Connie Kay, 1927-1994). r-3869237-1347514581-8805-jpegNotate qualcosa? Sì, è vero, non c’è nessun strumento a fiato, niente trombe, tromboni, sassofoni. Di per sé questa considerazione non autorizza alcuna conclusione affrettate, né la aprioristica supposizione che l’assenza di fiati condizioni il tipo di musica che il complesso potrebbe produrre. Ma all’ascolto scopriremo che qui di fatto si privilegiano i toni smorzati, le atmosfere raccolte ed intime, contenute e morbide. A proposito di contenuti musicali: un altro disco del complesso si intitola, didatticamente, “Blues on Bach”, quasi a rappresentare una sorta di duplice matrice, di intrecciata discendenza. Sì, perché Lewis (che pure ha referenze jazz di prim’ordine, avendo accompagnato tra gli altri Miles Davis e Charlie Parker) ha sempre professato un forte interesse per la musica colta, una spiccata propensione a contaminare jazz e Bach, blues e musica barocca. I componenti del quartetto si presentavano in scena vestiti in modo formale ed impeccabile, suonarono al Maggio Musicale Fiorentino e al Mozarteum di Salisburgo e sarebbero stati perfetti per teatri come il Farnese di Parma, l’Olimpico di Vicenza, il Bibiena di Mantova. Avevano in repertorio brani dai titoli indicativi: Versailles, Vendome, La Ronde Suite, Concorde, Milano e appunto Fontessa, l’ambiziosa composizione che dà il titolo al mio “grande e costoso” LP e che è ispirata (udite, udite…) alla Commedia dell’Arte, con un preludio e ritratti che si propongono di delineare in musica i personaggi di Pierrot, Pantalone e Colombina, peraltro rappresentati anche nel dipinto di copertina. Tanta Europa, dunque, grande rigore formale, fughe e contrappunto. Tutto qui? Solo un esempio di quella che la critica americana definiva third stream, la terza corrente, l’area di contaminazione e fusione tra jazz e musica dotta, tra improvvisazione e accademia? Qualcuno trovò eccessiva questa marcata impronta “colta” e storse il naso: troppo ambizioso il progetto, troppi i rischi di snaturamento delle radici, dell’essenza stessa del jazz a tutto tondo. Altri sostennero a spada tratta il disegno di Lewis, elogiandone la grazia, il rigore e l’eleganza. Dibattito stucchevole, polemiche sterili. Più che di fusione, mi pare che ci troviamo davanti a una sorta di sovrapposizione, di stratificazione: ci sono due anime nel MJQ.

mi0001388119Cerco di spiegarmi meglio: il sottofondo jazzistico, quel richiamo all’impronta originaria di cui i critici più severi lamentavano la mancanza (“tutto vibrafono e afflizione” fu una delle definizioni più impietose della musica del quartetto), secondo me si avverte quasi sempre. Ma spesso è ricoperto, attutito e quasi contraddetto da trine e merletti, infiorature e decorazioni, ricami rococò, barocchismi e ridondanze, tutte eseguite in modo immacolato e con accademica impeccabilità. Ci sono occasioni in cui la sovrastruttura classicheggiante sembrerebbe prevalere, altre volte si mantiene in limiti tali da assicurare un soddisfacente livello di equilibrio tra le due culture, tra i contrastanti moduli espressivi. Semplificando, si potrebbero identificare queste due anime con i due protagonisti principali: Milt Jackson al vibrafono è la voce più autenticamente jazz, John Lewis al piano riflette la componente colta, classica. Non deve essere stata una convivenza facile e alla fine (1974) si sciolse. C’era stata, prima, la defezione di Kenny Clarke, che venne sostituito alla batteria – come detto – da Connie Kay: lui, Clarke, uno dei padri della batteria moderna, deve essersi stancato, a un certo punto, di atmosfere ovattate e un po’ estenuate. Ma torniamo alla lettura “geologica” della musica del MJQ. In molti brani si  sentono chiare le fondamenta jazzistiche: le sovrapposizioni stratificate di influenza dotta non cancellano quasi mai l’impronta originaria, che si sente fiammeggiare e guizzare sotto i merletti. In qualche occasione, invece, è la sovrastruttura a venire accantonata e il quartetto  ritorna quello che era stato all’inizio quando MJQ stava per Milt Jackson Quartet: una specie di libera uscita concessa alla genuinità, al diavolo la musica classica, mano libera al vibrafonista. Anche nel LP Fontessa c’è uno di questi brani. Il secondo pezzo del lato B, composto da Jackson, ha un titolo che non potrebbe essere più esplicativo: Bluesologyhttps://youtu.be/lnxGc1f4e4E, inciso il 22 gennaio del 1956. L’estensore delle note di copertina, il critico Ralph J. Gleason, commenta che quando Milt suona il blues, il quartetto ha lo swing e la coesione della grande orchestra di Count Basie, il prototipo della big band.Il pezzo dura poco più di 5 minuti a tempo medio-veloce (medium up, direbbero gli americani): dopo l’introduzione e l’esposizione del tema, Jackson si aggiudica 7 sublimi choruses (12 misure ciascuno) in assolo, con accompagnamento puntuale e composto (forse un po’ petulante e troppo compiaciuto della propria eleganza) del  piano di Lewis, che poi si esibisce a sua volta in solo, prima della ripresa di Jackson e del tema finale.  Vien da rimpiangere solo l’assenza di Kenny Clarke alla batteria, i suoi grugniti, i gridolini di autocompiacimento nei passaggi più eccitanti. Perché inserire questo disco nella mia discoteca della memoria? Musicalmente, ancora mi emoziona, all’interno di questa costruzione ben concepita, il crescendo di tensione nel solo di vibrafono, lo scintillio, il  fiammeggiare crepitante del  fuoco sotto la cenere, una corrente impetuosa, una sequenza di idee inarrestabile. In Bluesology e altri brani dello stesso genere, la musica del MJQ non è certo too quiet, troppo tranquilla, come la aveva etichettata un altro critico  americano troppo frettoloso. Nossignore, questo è jazz autentico, a dispetto della educazione formale e dell’aria di rispettabilità che vi circola. Se poi preferite il MIQ nella sua versione più classicheggiante, basterà girare il LP e concentrasi sul lato A. Lì troverete Versailles, anzi Porte de Versailles, e poi Fontessa nelle parole del suo autore a little suite inspired by the Renaissance Commedia Dell’Arte. La (ri)ascolterò anch’io, ci mancherebbe altro; a patto che poi mi facciate tornare a “Bluesology”.

JazzFranco Carobbio.

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LE LUCI ABBASSATE 
DI MILES DAVIS


When liteCos’è questa rassegna, questo florilegio di dischi di jazz che m’è venuto in mente di abbozzare? Il meglio del meglio, il jazz che bisogna avere, i dieci (o cento, o mille) dischi che non possono mancare nella discoteca di ogni appassionato, le pietre angolari, i pilastri eccetera eccetera? No: di questi “The best of the best” ne ho visti a centinaia e sempre mi sembrava che mancasse qualcosa, o – viceversa – riscontravo qualche presenza improbabile, incongrua o francamente incomprensibile, almeno a mio giudizio.
E allora cos’altro sta prendendo corpo nella mia memoria e sulla pagina di questo documento? No: questa cosa allo stato nascente è molto più privata, confidenziale, sentimentale, sommessa.
Quelli che mi propongo di far riemergere dalla memoria (quasi una proustiana ricerca dei dischi perduti) sono un certo numero di titoli che hanno, in un modo o nell’altro, segnato la mia esperienza di ascoltatore, i segnalibri, i momenti speciali di un percorso di sessanta e più anni in rapporto quotidiano e ravvicinato con una musica che sta per toccare il secolo di vita: di solito infatti si fa coincidere la “nascita” del jazz con il primo disco registrato e cioè il “Tiger Rag” della Original Dixieland Jazz Band (17 agosto 1917). Questa supposta data di nascita è naturalmente piuttosto arbitraria, ma un significato lo ha: quello di ribadire l’importanza del supporto materiale (vinile, microsolco, CD) nella storia del jazz, musica spesso senza spartiti in cui l’improvvisazione gioca sempre un ruolo decisivo. Anche quando i musicisti suonano musica scritta diventa determinante la loro interpretazione, il suono, l’inflessione, il colore, il mood e altre caratteristiche distintive che penso sarebbe difficile indicare sullo spartito.
Il titolo che affiora per primo alla mente è un disco di Miles Davis, inciso il 19 maggio del 1953 per la casa discografica Prestige: “When Lights Are Low”, https://www.youtube.com/watch?v=nCR7lWMfLbo in quartetto con John Lewis al piano, Percy Heath al basso e Max Roach alla batteria.
Davis è vicino al suo ventisettesimo compleanno e ha già al suo attivo almeno due esperienze fondamentali: la lunga milizia nel quintetto di Charlie Parker (1945-1948) e la guida del complesso di musicisti che diede vita a un disco che definire fondamentale sarebbe un eufemismo, il celebrato “Birth of the Cool” inciso per la Capitol (1949-1950). Diffidiamo sempre delle etichette: il cosiddetto cool jazz è anche altro, e di sicuro non “nasce” solo negli studi di incisione della Capitol, ma ciò nulla toglie al valore storico ed estetico di quell’esperienza.
Negli anni successivi, citando in modo tanto casuale quanto arbitrario tra mille esperienze immortalate su disco, la colonna sonora del film di Louis Malle “Ascensore per il patibolo”, le incisioni in quintetto con Sonny Rollins e John Coltrane, quelle per grande orchestra sotto la direzione di Gil Evans, le più tarde incursioni nei territori del pop e del rock, non escluso un duetto, udite udite, con il nostrano Zucchero Fornaciari (ma non ditelo a nessuno…).
Meglio tornare al nostro disco: è un brano relativamente breve (3 minuti e 25 secondi) composto di Benny Carter, un grande maestro dell’era dello swing. La prima comparsa di questo titolo su disco risale a una seduta londinese di Carter, ma la versione più celebrata è quella incisa da Lionel Hampton con uno straordinario complesso di “All Stars” l’11 settembre del 1939. In quell’occasione erano della partita, tra gli altri, Dizzy Gillespie alla tromba, Benny Carter stesso al sax alto, Coleman Hawkins, Chu Berry e Ben Webster al tenore, Charlie Christian alla chitarra e Lionel Hampton al vibrafono. E scusate se è poco. A proposito: l’ascolto ravvicinato di queste due versioni dello stesso brano potrebbe rappresentare una testimonianza molto istruttiva di quanto sia ampia la gamma di interpretazioni possibili sullo stesso canovaccio. Tanto è risonante, eccitata ed eccitante quella del 1939, tanto è contenuta, pudica e tenera, quella di cui stiamo parlando.
Negli studi Prestige quel 19 maggio del 1953, Davis convince il produttore della seduta che si tratta di un brano di sua composizione; la gaffe venne evitata e il nome dell’autore reale fu correttamente citato sull’etichetta.
A questo punto, senza esagerare in tecnicismi, conviene forse precisare che i veicoli principali, le strutture utilizzate più frequentemente dai jazzmen per le loro improvvisazioni sono due: il blues, di norma su uno schema di 12 misure, e la canzone che di misure ne ha 32. Quattro segmenti di otto misure ciascuna, di cui la prima, la seconda e la quarta seguono la stessa traccia melodica, mentre la terza (il bridge, o ponte) se ne distacca: uno schema A-A-B-A.
In quell’occasione nessuno si ricordava il bridge originale e Miles ne inventa uno in studio, non così interessante, a dire il vero, come l’originale. Si limita infatti a ripetere su una tonalità diversa le otto misure del tema. Ma anche questa apparente monotonia, questo movimento pacato e composto al limite della prevedibilità e della rinuncia, contribuisce a creare il fascino speciale che per me questo disco continua ad emanare.
Al di là dei sentimenti di un vecchio appassionato, non parve un disco memorabile alla critica: nel booklet che accompagna la ristampa in cofanetto di tutte le registrazioni di Davis per la Prestige, ci si limita a dire che “Miles è delicato, Lewis ha un solo tipicamente pensoso e sobrio.” Nell’ottimo libro “Miles Live e in studio” di Richard Cook, edito in Italia da Il Saggiatore, viene descritto come un brano “di insolita intensità”. In un altro studio monografico, “Miles Davis” di Michael James, non se ne parla proprio e neppure nei vecchi “Antologia del Jazz” e “Jazz in Microsolco” dell’italiano Livio Cerri, ne troverete menzione. La monumentale “Penguin Guide to Jazz Recordings” assegna al CD che contiene il nostro titolo 3 stelle su 5 e definisce la seduta come “a merely good session”, niente di più.
Eppure, eppure… ascolto ancora una volta il “mio” disco.
C’è una introduzione un po’ impettita del pianoforte

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