Luca 19, 1-10
Spesso ci chiediamo che cosa ostacoli la diffusione del messaggio di Gesù nel mondo. È facile attribuire la colpa allo scarso impegno missionario delle chiese e, alternativamente, alla scarsa volontà degli uomini del nostro tempo. Naturalmente vi è del vero in entrambe le prospettive. Per lo più le chiese si dimostrano assai indolenti e tendenzialmente chiuse in sé stesse, e quando agli uomini del nostro tempo sembrano quanto mai oppressi da bisogni molto diversi da quelli religiosi. Bisogni veri, come cercare un lavoro dignitoso e un luogo sicuro in cui vivere, o bisogni innaturali, creati artificialmente da un’economia che, per non crollare, ha bisogno di crescere costantemente a ritmi sempre più elevati.
Eppure sarebbe miope ridurre il problema all’indolenza delle chiese e al materialismo della cultura contemporanea. Penso che parte del problema consista nella difficoltà di aprire lo sguardo a realtà diverse da quella che abbiamo sotto gli occhi. “Pensare altrimenti”, si diceva un tempo. Io preferirei dire: non considerare per vero solo ciò che è reale ma anche ciò che è possibile. Non c’è dubbio: vero è ciò che abbiamo sotto gli occhi, ciò che possiamo toccare con mano. Ma vero è anche ciò che è semplicemente possibile. Basti pensare a un romanzo o a una fiction cinematografica. Ci vengono raccontate storie che non sono mai esistite e probabilmente non esisteranno mai. Eppure, in un certo senso, non sono meno vere di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Manzoni finse che la storia di Renzo e Lucia fosse reale e documentata da un antico manoscritto, ma naturalmente si trattava di una sua finzione. Eppure in un certo senso aveva ragione, perché la sua storia non era meno vera per il fatto di esser stata inventata.
La Bibbia poi si spinge ancora più avanti. Vero non è solo ciò che è possibile ma addirittura ciò che a noi uomini si presenta come impossibile. Pensiamo al caso del giovane ricco, narrato da Luca (Lc. 18, 18-30). Egli chiese a Gesù che cosa dovesse fare per ereditare la vita eterna, ossia la salvezza. Il Maestro lo rimanda ai comandamenti di Mosè, ma lui afferma di averli praticati sin da giovane.
Gesù non lo mette in questione. Non dubita che il giovane abbia sempre osservato i comandamenti, la qual cosa dunque non sembra affatto impossibile ai suoi occhi. Eppure entrambi, il giovane e Gesù, sanno bene che non è ancora sufficiente. Qualcosa manca ancora.
“Una cosa ti manca ancora: vendi tutto quello che hai, e distribuiscilo ai poveri; poi vieni e seguimi”. Ma egli, udite queste cose, ne fu afflitto, perché era molto ricco. Gesù, vedendolo così triste, disse: “Quanto è difficile, per quelli che hanno delle ricchezze, entrare nel regno di Dio! Perché è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio” (Lc. 18, 22-25).
Naturalmente che un cammello possa passare per la cruna di un ago non è difficile ma semplicemente impossibile. La salvezza per i ricchi, dunque, non è difficile ma impossibile, del tutto esclusa. Gli astanti devono aver percepito la drammaticità della situazione. Essere ricco non è necessariamente una colpa, tanto più che quel ragazzo aveva seguito la legge di Mosè sin da giovanissimo. Eppure la salvezza gli era preclusa. “Chi dunque può essere salvato?”, chiesero. Com’è possibile la salvezza, se un cammello non potrà passare per la cruna di un ago? La risposta di Gesù sembra paradossale, ma va tenuta presente:
“Le cose impossibili agli uomini sono possibili a Dio” (Lc. 18, 27).
Il racconto prende poi un’altra piega a causa dell’intervento di Pietro, che – preoccupato per tutto ciò che aveva sentito – chiede al Maestro di rassicurarli sulla loro salvezza, dato che – a differenza del ricco – avevano lasciato tutto per seguirlo, senza avvertire l’importanza di ciò che Gesù aveva appena detto. Le cose impossibili per gli uomini sono possibili per Dio! Ciò significa che non dobbiamo misurare la verità limitandoci a ciò che è reale. Ciò che a noi sembra reale viene elevato a criterio ultimo, al quale Dio stesso deve sottostare.
Ma se le cose stessero così, la salvezza sarebbe esclusa, e non solo per il giovane ricco, che almeno osservava perfettamente la legge di Mosè sin da giovane. Chi di noi potrebbe dire di aver fatto altrettanto? E chi di noi ha venduto tutto ai poveri per vivere soltanto del vangelo? Non siamo tutti nella condizione del cammello, che mai potrà passare per la cruna di un ago? La salvezza ci è dunque preclusa? Ma le cose che sono impossibili agli uomini sono possibili per Dio.
La storia di Zaccheo è narrata come esemplificazione concreta di questa sentenza, che di per sé potrebbe sembrare puramente paradossale. Anche Zaccheo è molto ricco, ma non può certamente vantare di aver seguito la legge di Mosè. È un pubblicano, anzi il capo dei pubblicani di Gerico. Dunque si è reso impuro entrando spesso in contatto con i peccatori, ossia i romani. La sua situazione è dunque ben peggiore di quella del giovane ricco. In aggiunta non ha nemmeno la possibilità di parlare a Gesù, di rivolgergli se sue domande, di confessargli le sue inquietudini. Zaccheo è escluso dal contatto col Maestro. Luca lo spiega per la sua bassa statura, ma il motivo dell’esclusione sembra essere molto più sociale che fisica. Mai, prima d’ora, il vangelo aveva fatto cenno al fatto che, per parlare con Gesù, occorresse una statura particolare.
Evidentemente, Zaccheo è escluso in quanto pubblicano, ossia in quanto impuro. In quanto perduto, come dirà Gesù più avanti. Perduto dove? Perduto perché? Perduto nella realtà di tutti i giorni, come siamo noi tutti. Perduto perché non ha mai avuto l’occasione di prendere le distanze da ciò che a tutti noi sembra del tutto ovvio: fare ciò che si deve fare. Sistemarsi come meglio si può, possibilmente in modo onesto, anche se è nei fatti è spesso assai difficile tracciare una linea netta tra onestà e disonestà. In ogni caso bisogna essere realisti, preoccuparsi di ciò che è più urgente, soprattutto in tempi di crisi economica. E quando mai non saremo in crisi? Quando mai non ci saranno ottime e cogenti ragioni per preoccuparsi in primo luogo del presente e dell’immediato futuro?
Zaccheo, dunque, è perduto come più o meno siamo perduti tutti noi. Perduto nelle cose che accadono. Nelle urgenze quotidiane. Perduto in una vita che scorre giorno dopo giorno, e ogni giorno – come dice lo stesso Maestro – ha la sua pena a cui pensare. Forse Zaccheo ha ecceduto nella compromissione con i Romani, ma chi mai può tracciare linee chiare in quest’ambito. Non siamo anche noi compromessi con uno Stato che, manifestamente, è complice di guerre e di ingiustizie nazionali e internazionali, e non certo solo da oggi o dall’altro ieri? Come si misura la complicità? Non basta avere un conto in banca e un bancomat per essere abbastanza compromessi, pur senza esercitare il mestiere dei pubblicani?
Zaccheo è dunque un escluso, come più o meno lo siamo tutti noi. Escluso dalla salvezza, come un cammello non potrà mai passare per la cruna d’un ago. Ma ciò che è escluso per gli uomini, non lo è per Dio! Per Dio l’impossibile è possibile. E così accade. Zaccheo s’arrampica su un albero, un sicomoro, non per salvarsi o per purificarsi, come talvolta sentiamo sulla base di un’interpretazione forzatamente simbolica dell’albero, ma semplicemente per vederlo. Si accontenta di vedere lo spettacolo, d’essere un tele-spettatore della salvezza che gli è preclusa.
È una scena comica e al tempo stesso molto commovente. Zaccheo si limita a guardare per tele-visione ciò che non potrà mai vivere di persona. S’accontenta del ruolo di spettatore, quasi di guardone, sbirciando da lontano il luogo in cui non potrà mai entrare. Possiamo capirlo. Quanti di noi vivono semplicemente come telespettatori, limitandosi a osservare uno spettacolo che non potranno mai vivere di persona.
Perché farlo? Perché non spegnere lo schermo? Ebbene, perché siamo fatti così. Perché lo spettacolo ci dà l’illusione d’esser in qualche modo presenti nei luoghi che ci sono preclusi. Lo spettacolo c’illude di essere poi così esclusi dal bel mondo, come in fondo noi tutti ci sentiamo.
La situazione sembra senza speranza. Zaccheo sembra destinato a osservare quella salvezza alla quale non potrà mai prender parte. Eppure accade l’impossibile. Gesù lo vede. Buca, per così dire, lo schermo che lo separava da Zaccheo, dall’escluso che in verità si era auto-escluso dalla salvezza per obbedire solo alle leggi della realtà, e gli dice:
Zaccheo, scendi, presto, perché oggi devo fermarmi a casa tua.
Da telespettatore qual era, Zaccheo è chiamato a un’altra vita. È coinvolto in quella salvezza che pensava di poter osservare solo dall’esterno. Non sarà, l’escluso, ad andare dal Maestro, ma sarà il Maestro ad andare da lui. Accade dunque l’impossibile. Accade ciò che nel caso del giovane ricco sembrava dello stesso ordine di possibilità che un cammello passi per la cruna di un ago. Accade quell’impossibile che è possibile solo per Dio. In Dio i cammelli possono passare per la cruna di un ago. Zaccheo può essere incluso nella salvezza, come Gesù stesso attesta al termine dell’episodio:
Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio di Abraamo; poiché il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto.
Accade l’impossibile. Accade che colui che, come il giovane ricco, si era autoescluso dalla salvezza per obbedire solo alle leggi di questo mondo, ne sia improvvisamente coinvolto. E si tratta di un coinvolgimento effettivo. Zaccheo darà metà dei suoi beni ai poveri e risarcirà coloro che aveva frodato.
Certo, non dà tutti i suoi beni ai poveri, come Gesù aveva chiesto al giovane ricco. Ma ciò che fa Zaccheo, poco o tanto che sia, lo rende comunque parte di quel mondo, il mondo di Dio, da cui si era autoescluso. Questo è l’impossibile che si avvera.
E noi? Dobbiamo vendere tutti i beni? Dobbiamo venderne solo metà? Dobbiamo arrampicarci su un sicomoro? Nulla di tutto questo, evidentemente. A Teofilo al quale Luca ha dedicato il suo vangelo non viene chiesto questo. Ci viene chiesto però di cambiare lo sguardo sulla realtà. Se è vero che “le cose impossibili agli uomini sono possibili a Dio”, allora non possiamo più limitarci a vivere solo di ciò che ci sembra o ci viene propagandato come reale. Possiamo e dobbiamo avere il coraggio di ampliare il nostro sguardo, uscendo finalmente dal ruolo di spettatori esclusi dalla vita eterna che ci hanno e che ci siamo assegnati.
Riflessione di Enrico Cerasi
Professore Associato di Filosofia teoretica
Università telematica Pegaso
Facoltà di Scienze umanistiche
Scienze umane
Responsabile dei corsi di Filosofia del linguaggio e della comunicazione
Filosofia dei legami sociali
Filosofia della religione
Settembre 2026
Immagine di pubblico dominio da Wikimedia Commons:
Gesù e Zacheo. Cattedrale di San Marco a Venezia
Volta a est della cupola di San Leonardo (mosaico, XI secolo)
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