Recensione di Maria Luisa Abate. Palazzo Te: non solo due Leonardo, due Arcimboldo, un Caravaggio ma anche statue, bronzi, preziosi oggetti d’oreficeria e strabilianti automi .  

Ci sono opere bellissime e ci sono i capolavori di tre “superstar”. Nomi di richiamo, utili a dare l’imprinting a una mostra inconsueta che si rivolge innanzitutto ai palati fini ma mira a incuriosire chiunque. Il percorso espositivo studiatamente eterogeneo forma una mappatura delle diverse declinazioni dell’arte cinquecentesca avente come soggetto la Natura. Il fulcro concettuale di questa mostra non è… la mostra. Infatti gli oggetti assolutamente straordinari non sono esposti solo allo scopo di sprigionare la loro bellezza ma per raccontarci delle storie. Una mostra da non guardare distrattamente ma da assimilare, da approfondire, da usare come chiave per aprire nuove porte alla conoscenza. Sottolinea Guido Rebecchini, co-curatore assieme a Barbara Furlotti: «una mostra che oltre a dare qualche risposta suggerisce molte domande».

Il percorso procede per tappe emblematiche che testimoniano l’evolversi di idee e concetti legati alla Natura. I velluti che circoscrivono i singoli pezzi come quinte teatrali svelano mondi meravigliosi e poco conosciuti, per i quali suggeriamo vivamente di avere la pazienza di leggere le didascalie o di consultare il catalogo edito da Marsilio Arte.

A Mantova è stata inaugurata “Inventare la Natura. Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio” aperta al pubblico fino al 10 gennaio 2027 a Palazzo Te, la villa dei Gonzaga in cui i richiami ai temi naturalistici sono molto forti e con i quali da qualche anno il direttore Stefano Baia Curioni tesse interessanti dialoghi espositivi. Una mostra che consente di «scoprire i diversi livelli di lettura del Palazzo, sorto quando il mondo stava cambiando in modo inaspettato». Una situazione che «ci riporta al nostro tempo anche se è una illusione capire cosa davvero pensavano nel Cinquecento […] C’è una tradizione animista che irrora il Cinquecento, un momento di transizione tra antico e moderno. Un periodo in cui la Natura si è separata dall’uomo ed è diventata oggetto. La Natura viene definita “ciò che non è umano”». Difatti è collezionata, studiata, imitata, manipolata, riprodotta nell’arte o semplicemente fruita come generatrice di stupore e meraviglia. Una natura evocata in mostra sia nella sua forza creatrice che distruttrice.

[Allestimento MiLùMediA for DeArtes]

Prendiamo ad esempio Leonardo da Vinci, presente in mostra con due straordinari disegni in prestito dalla collezione di Casa Windsor (Windsor Castle, The Royal Library. Lent by His Majesty King Charles III). Sono di piccole dimensioni, collocati in un angolo, quasi non si notano. Ma quale sorpresa quando l’occhio li scorge: non si tratta degli arcinoti disegni, non studi anatomici o progetti di macchinari. A Mantova si ammira il Leonardo meno conosciuto, il Maestro che riesce a disegnare l’indisegnabile, ossia una Tempesta e una Frana. Fenomeni naturali che egli non inserisce in contesti paesaggistici e di cui fissa sulla carta solo l’accavallarsi di nuvole e gli sbuffi di polvere.

La Natura è vista attraverso il manifestarsi della sua forza anche nell’arazzo di fili di lana, seta e argento dorato facente parte di una serie disegnata da Raffaello per la Cappella Sistina e dove è figurato il terremoto che libera dalla prigionia l’apostolo Paolo. Terremoto visto sotto forma di un gigante che spezza la crosta terreste per fuoriuscirne e che al contempo rompe i margini del bordo dell’arazzo. Immancabile il richiamo alla stanza successiva, la celeberrima Sala dei Giganti dipinti da Giulio Romano che sono il simbolo iconico del palazzo mantovano.

[Allestimento foto Gian Maria Pontiroli]

Nell’ambito dell’arcinoto, ci si perdoni il gioco di parole, due dipinti di Giuseppe Arcimboldo dallo Stoccolma Nationalmuseum e dal Museo Ala Ponzone di Cremona. Sottolineano la creatività e l’inventiva con le quali il pittore cinquecentesco conferiva a cumuli di frutta e verdura le sembianze di volti umani. Qui si pone l’accento sul suo intento giocoso, infatti sotto i quadri sono collocati degli specchi che permettono di apprezzarne la natura multiverso, nel senso che, da capovolti, rappresentano soggetti diversi e chiaramente distinguibili.

Poi c’è l’incommensurabile Caravaggio che avrebbe rivoluzionato il modo di rappresentare la Natura nei secoli a venire. I suoi grappoli d’uva ne sono esempio eclatante col rifrangersi della luce nei chicchi. È presente con un autoritratto in prestito dalla Galleria Borghese, noto come Bacco malato, in cui la divinità associata al vino, al divertimento e all’estro artistico è invece vista in una forma precaria e drammatica, suggerita dalla carnagione verdognola e dalle labbra allividite. Faceva parte della produzione giovanile del Merisi quando, appena giunto a Roma, dipingeva quadri come prova delle sue capacità nella speranza di venderne.

[Allestimento foto MiLùMediA for DeArtes]

Lo diciamo apertamente: Caravaggio è stato sempre il nostro preferito in assoluto. Nel nostro personale Everest artistico lui è in vetta. Però questa volta a fungere per noi da calamita è la presenza d’una famosissima statua d’epoca romana in alabastro e bronzo giunta da non troppo lontano, dal MANN di Napoli, e abituata a prestigiose trasferte espositive. Raffigura Diana efesia, reinterpretata nel Cinquecento come Dea Natura. All’ingresso della mostra la divinità allarga le braccia e accoglie i visitatori nel suo grembo iconico, diversamente letto da due scuole di pensiero, come ci conferma il co-curatore: una che parla d’un gran numero di seni, un’altra di testicoli di toro. In ogni caso potenti simboli di fertilità. A Mantova è proposto l’interessante confronto vis-à-vis con la versione cinquecentesca di questo soggetto. Una statua più piccola, di marmo bianco candido, con le braccia in posa atta a sorreggere la vasca d’una fontana nel giardino del Castello di Fontainebleau, dal cui Museo è stata concessa in prestito. Un simbolo, anche politico, della fecondità attribuita all’epoca alla terra di Francia, però realizzata a Firenze.

Per la grotta che si trova nelle pertinenze di Palazzo di Castello, dimora dei Medici presso Firenze, furono commissionati degli uccelli in bronzo a Bartolomeo Ammannati e Giambologna. All’epoca le grotte – come quella presente a Palazzo Te nel giardino segreto – decorate con ciottoli, conchiglie e giochi d’acqua, alludevano al mistero di cosa ci fosse al centro della terra. Erano varchi immaginari verso mondi sconosciuti, occasione di liberare la fantasia e sentirsi partecipi di questi spazi adibiti ad incontro tra Natura e artificio «come se la Natura fosse qualcosa di controllabile» afferma Rebecchini.      

[Allestimento MiLùMediA for DeArtes]

La Natura viene pertanto manipolata e resa preziosa dalle mani dell’uomo, che ne fa qualcosa di meraviglioso in grado di stupire. Si susseguono animali riprodotti realisticamente in terracotta con la tecnica dei calchi dal vero ed esemplari realizzati da varie manifatture, di cui alcuni in prestito dal Louvre e uno dal Victoria & Albert Museum. Le conchiglie madreperlacee diventano coppe, preziosi e raffinati oggetti d’oreficeria, molti arrivati a Mantova da The Ashmolean Museum di Oxford. Spicca un piccolo vaso cinquecentesco attribuito a Wenzel Jamnitzer con fiori d’argento in filigrana, fragilissimo, l’unico esemplare sopravvissuto fino ai giorni nostri. Al centro della teca, il balzo ardito verso il Messico con l’enigmatica inquietante Maschera di Yacateuctli, d’inizio del XVI secolo, della cultura nahua di Puebla.

Un dipinto di Agostino Carracci mostra un uomo affetto da ipertricosi e un altro da nanismo e neurodivergenze. Spiega Rebecchini che al tempo la difformità fisica veniva rappresentata, e intesa, equiparandola ad animali: «però queste persone vivevano a corte ed erano trattate benissimo, perché erano in grado di stupire».

La curiosità scientifica esplode seguendo l’esempio del bolognese Ulisse Aldrovandi, il quale raccolse migliaia di disegni a tema botanico o faunistico che, per la loro precisione, avevano una finalità di studio più che decorativa. Ed ecco gli uccelli esotici disegnati da Jacopo Ligozzi per Francesco I de’ Medici. Invece Vincenzo Campi fissa sulla tela il banco d’una pescheria, con i pesci riprodotti nei minimi particolari. Il dipinto ci ricorda che nel Cinquecento non esistevano le telecamere subacquee e gli studi della fauna ittica avvenivano sui banchi dei pescivendoli dove spesso venivano scoperte nuove specie.

[Allestimento foto MiLùMediA for DeArtes]

A chiudere il percorso, breve ma intensissimo, uno straordinario gruppo di piccoli automi – «oggi li chiameremmo robottini» chiosa Rebecchini – racchiusi sotto cupole di vetro. Il fine è ancora quello di stupire con una caratteristica esclusivamente naturale: il movimento. Sono soggetti finemente cesellati in metallo che all’interno celano un sofisticato sistema meccanico che consentiva loro di segnare le ore o le fasi della luna, oppure di dare vita a giochi di società dell’epoca. Questa la finalità del magnifico automa d’inizio Seicento, in prestito dall’Ambrosiana di Milano, raffigurante Diana cacciatrice (osservandolo da vicino si nota un’infinità di particolari, come gli eleganti orecchini di perle alle orecchie del cervo): una volta caricato a molla poteva compiere alcuni passi e fermarsi di fronte a uno dei convitati, il quale poi toglieva la testa all’automa e beveva il vino in esso contenuto.

La visita, che suscita nell’osservatore odierno quello stesso stupore ricercato nel passato, è terminata. Qualcosa manca, in questa “mappatura”? Se la memoria non ci tradisce era assente, e forse è un bene, un richiamo a San Francesco, il primo “testimonial” della Natura, che ha influenzato ogni forma d’arte nei secoli a venire. In Italia pullulano le iniziative a lui dedicate (e gli abusi) nell’ottocentenario dalla morte. Crediamo che proprio a causa della sovrabbondanza mediatica il citarlo avrebbe potuto stonare in questo percorso non scontato, ricercatamente inusuale e raffinato, che vuole aprire un affaccio sull’arte del Cinquecento che non sia il solito ipersfruttato. Nella mostra mantovana non c’è nulla di ovvio, di atteso, di prevedibile. E questo è un enorme valore aggiunto.

Il percorso riservato alla stampa extra muros, e che suggeriamo a tutti i futuri visitatori, ha avuto un’appendice estendendosi da Palazzo Te fino a Palazzo Ducale. La vita a Corte era costellata da elementi attinti alla Natura, spiega il direttore Stefano L’Occaso, ravvisabile anche nella presenza dei giardini pensili e del cortile, anch’esso progettato da Giulio Romano, dove galoppavano i cavalli di razze pregiate, che erano le Ferrari dell’epoca. Al Ducale si allevavano struzzi e i pappagalli esotici svolazzavano liberi nelle sale del palazzo. Nel 2023 è stata ricreata la Wunderkammer dei Gonzaga (vedi qui). Tra minerali e reperti ittici e faunistici, un dente di narvalo che all’epoca si credeva fosse il corno dell’unicorno e un grande osso di animale preistorico che nel Cinquecento veniva mostrato come prova dell’esistenza dei Giganti. Sì, proprio quei Giganti che Giulio Romano ha raffigurato a Palazzo Te. E proprio come quel Gigante immaginato da Raffaello nell’arazzo in mostra. I Giganti simbolo di una Natura che sovrasta, intimorisce, incanta, sbalordisce. Dal Te, riecheggiano le parole di Stefano Baia Curioni che cita Goethe: «la poesia è l’unico modo di vedere la Natura».

Recensione di Maria Luisa Abate
Mantova, Palazzo Te, 25 settembre 2026
Immagine di copertina: foto dell’allestimento di Gian Maria Pontiroli

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[Allestimento foto Gian Maria Pontiroli]

COMUNICATO STAMPA
INVENTARE LA NATURA. LEONARDO, ARCIMBOLDO, CARAVAGGIO

Fondazione Palazzo Te presenta la mostra “Inventare la natura. Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio” dal 26 settembre 2026 al 10 gennaio 2027 nelle sale monumentali, a compimento dell’anno del Cinquecentenario. 

In dialogo con l’eccezionale apparato decorativo ideato da Giulio Romano, l’esposizione a cura di Barbara Furlotti e Guido Rebecchini celebra il rapporto tra mondo naturale, produzione artistica e cultura della corte nel Cinquecento. 

Opere di grandi artisti come Leonardo, Arcimboldo, Carracci e Caravaggio, insieme a una ricca selezione di sculture, disegni, oggetti preziosi, materiali esotici e automi in prestito dalle principali istituzioni museali italiane ed europee, conducono il visitatore all’esperienza della natura come fenomeno da indagare attraverso scienza, arte e tecnologia.

«Proseguendo nella lettura dei segreti inscritti nella narrativa pittorica e architettonica di Palazzo Te, siamo passati dalla Metamorfosi alla Natura – afferma Stefano Baia Curioni, direttore di Fondazione Palazzo Te –. In questa mostra, profondamente in dialogo con il palazzo, esploriamo il comporsi cinquecentesco dell’idea e della rappresentazione della natura come “altro” dall’umano, meraviglioso e conquistabile, destinato a plasmare la modernità. Una visione di cui è necessario tracciare l’origine anche per arrivare oggi ad un suo superamento». 

In continua tensione tra meraviglia e timore, smarrimento e desiderio di controllo, il percorso espositivo, che include la spettacolare Camera dei Giganti, dà vita a una riflessione accurata e sorprendente sul rapporto tra arte e natura.

In sette sezioni tematiche –intitolate Creare, Distruggere, Sentire, Riprodurre, Conoscere, Stupire e Animare – vengono presentate le diverse visioni della natura compresenti nella cultura rinascimentale: da strumento della volontà divina a forza distruttrice, da dimensione di interesse scientifico e collezionistico a oggetto di curiosità e fonte di intrattenimento della corte, passando attraverso la ricerca artistica come mezzo per comprendere, controllare e imitare la natura.

«Con Inventare la natura, Palazzo Te si colloca ai vertici della programmazione espositiva nazionale e internazionale di questo autunno – è il commento del sindaco Andrea Murari -. Dopo il focus sul contemporaneo con Isaac Julien, si torna ai grandi classici dell’arte cinquecentesca, con Leonardo, Caravaggio e Arcimboldo. Scegliendo, però, un tema attualissimo, la natura, che riguarda la nostra quotidianità e insieme il futuro delle città».

In occasione della mostra Inventare la natura. Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio, Fondazione Palazzo Te promuove un calendario di attività educative e di mediazione, incontri ed eventi performativi, rinnovando le collaborazioni con le istituzioni e le associazioni culturali del territorio. Queste collaborazioni nascono con l’obiettivo di attivare occasioni di incontro tra il patrimonio artistico e le pratiche contemporanee legate alla cura dell’ambiente, creando un percorso cittadino alla scoperta della natura nelle sue molteplici forme e interpretazioni artistiche. 

«La città di Mantova ha sempre vissuto la natura in modo peculiare – commenta Giovanni Pasetti, presidente di Fondazione Palazzo Te –. La natura ha consentito la sua difesa e la sua vita dall’alto Medioevo in poi. Oggi gli innumerevoli percorsi naturali che la segnano sono parte integrante della sua bellezza. La mostra a Palazzo Te vuole aprirsi a quei luoghi peculiari che nel nostro territorio determinano un connubio tra storia, arte e collezioni che hanno la loro base nell’esperienza di incontro con la fauna e la flora, creando in questo modo una rete in cui i singoli manufatti, evidenze naturali e capolavori architettonici si uniscono nel segno di una Wunderkammer estesa e coinvolgente».


[Allestimento foto Gian Maria Pontiroli]

PERCORSO ESPOSITIVO

1. CREARE | Camera degli Stucchi

Nella prima sezione Creare sono presentate le opere che celebrano la forza generatrice della natura attraverso la rappresentazione della Dea Natura, riprodotta più volte anche nelle decorazioni ad affresco di Palazzo Te. L’effigie di Diana Efesina in alabastro e bronzo (Museo Archeologico di Napoli), uno dei più importanti esemplari giunti fino a noi dall’antichità, è posta in dialogo con la versione cinquecentesca eseguita da Niccolò Tribolo per il giardino del palazzo di Fontainebleau e con il grande disegno di Francesco Primaticcio Scene della storia di Proserpina con Erme di Priapo, Cerere, Cibele e Bacco (Museo del Louvre) che unisce la Dea Natura a invenzioni giuliesche desunte dalla villa gonzaghesca. Nella Camera degli Stucchi sono inoltre presentate le opere dell’artista contemporanea Christiane Löhr Drei Quader e Bogenform und kleine Erhebung (Acquisizione FAI Fondo per l’Ambiente Italiano – Villa e Collezione Panza, donazione dell’artista). 

2. DISTRUGGERE | Camera degli Imperatori e Camera dei Giganti

Nella seconda sezione Distruggere viene mostrato il volto temibile dei fenomeni incontrollabili della natura. Qui gli iconici disegni di Leonardo da Vinci Tempesta e Frana (Royal Collection) sono esposti accanto ad altre opere di fondamentale importanza per la cultura cinquecentesca, che mostrano lo scatenarsi della natura, come il dipinto L’alluvione del Colmeda di Jacopo Bassano (Chiesa di Santa Maria degli Angeli di Feltre) e i bozzetti in stucco e terracotta di Niccolò Tribolo e Giambologna. Nella stessa sala, lo straordinario arazzo su cartone della bottega di Raffaello San Paolo in prigione vaticana (Musei Vaticani) immagina il terremoto come un gigante che scuote il sottosuolo e introduce il visitatore alle imponenti figure della successiva Camera dei Giganti, in cui la forza dirompente dei titani sconvolge l’ordine naturale che solo l’intervento di Giove può ripristinare.

3. SENTIRE | Camerino delle Grottesche

Nella terza sezione Sentire, nel prezioso Camerino delle Grottesche, viene ricreata l’atmosfera suggestiva delle grotte con fontane tipiche dei giardini rinascimentali. Tre magnifici bronzetti in prestito dal Museo del Bargello, provenienti dalla Villa Medicea di Castello – Gufoe Fagiana attribuiti a Bartolomeo Ammannati, Aquila attribuito a Giambologna – evocano questi ambienti dedicati per eccellenza allo svago della corte.

[Allestimento foto Gian Maria Pontiroli]

4. RIPRODURRE | Camera dei Candelabri

Il percorso prosegue con la quarta sezione Riprodurre, dove sono esposti alcuni tra i più sensazionali tentativi intrapresi da artisti del Cinquecento di riprodurre con precisione scientifica le forme naturali. Bronzi, ceramiche e calchi mostrano come arte e studio naturalistico si influenzassero reciprocamente, trasformando elementi della natura in oggetti artistici e mostrando la permeabilità tra opere d’arte e studio naturalistico. Si possono ammirare i bronzi di Andrea Riccio (Museo Correr), le ceramiche della cerchia di Bernard Palissy (Museo del Louvre), i calchi sperimentali in argento attribuiti a Wenzel Jamnitzer, veri e propri doppi di lucertole, granchi e piante. Un raro ritratto di Wenzel dell’artista Nicolas de Neufchatel (Museo di Arte e Storia di Ginevra) è accompagnato da una spettacolare selezione di suoi oggetti. Queste opere propongono un nuovo linguaggio decorativo capace di stupire i committenti e suggeriscono la possibilità di trasformare la natura in un manufatto artistico.

5. CONOSCERE | Camera delle Cariatidi

La quinta sezione Conoscere esplora l’approccio descrittivo e scientifico cinquecentesco alla natura e il collezionismo naturalistico. Aristocratici e scienziati commissionavano disegni di piante e animali, di cui sono qui presentati alcuni eccezionali esempi provenienti, tra gli altri, dal Museo Aldrovandi e dalle collezioni medicee. Accanto alla raccolta di disegni sono esposte le magnifiche tele La pescivendoladi Vincenzo Campi (Pinacoteca di Brera), Natura morta del Maestro di Hartford (Galleria Borghese), Ritratto di botanico di Bartolomeo Passerotti (Galleria Spada)e il volume Historia naturale di Ferrante Imperato (Biblioteca Comunale Teresiana di Mantova). Al cuore di una fitta rete di rapporti tra scienziati naturali, collezionisti aristocratici e mercanti si trovava il bolognese Ulisse Aldrovandi, il quale formò un museo naturale nel suo palazzo di Bologna e affrontò il problema della catalogazione dell’immensa varietà della natura attraverso immagini dipinte e a stampa. Tali immagini venivano raccolte in album che erano poi conservati in studioli e gabinetti scientifici, di cui si ricrea in questa sala l’atmosfera.

6. STUPIRE | Sala dei Capitani

[Allestimento foto Gian Maria Pontiroli]

Nella sesta sezione Stupire spiccano capolavori come Autoritratto in veste di Bacco di Caravaggio (Galleria Borghese) e i dipinti di Giuseppe Arcimboldo Ortolano (Museo Civico Ala Ponzone) e Il cuoco (Museo Nazionale di Stoccolma), accompagnando il visitatore all’interno della dimensione della corte, dove l’attitudine verso la natura assume la doppia valenza di gioco e meraviglia.

Nella Sala dei Capitani viene inoltre ricreata una spettacolare Wunderkammer (letteralmente “stanza delle meraviglie”), una collezione rinascimentale e barocca di oggetti rari e curiosi, in cui figurano stravaganti oggetti preziosi realizzati a imitazione della natura o in materiali naturali come uova di struzzo, noce di cocco, nautilus, dente di narvalo e oggetti espressione dell’interesse per il collezionismo su scala globale. Qui figurano le opere di Teodoro Ghisi Ara ararauna (Biblioteca Universitaria di Bologna) e di Agostino Carracci Triplo ritratto di Arrigo peloso, Pietro matto e Amon nano (Museo di Capodimonte)che testimoniano l’interesse per animali esotici e fenomeni insoliti.

7. ANIMARE | Camera delle Vittorie

Il percorso di mostra si conclude con la settima sezione Animare che presenta nella Camera delle Vittorie automi e meccanismi complessi creati per imitare suoni e movimenti della natura. Gli automi qui esposti sono tra i più interessanti prodotti di precisione destinati alle corti europee e anticipano in qualche modo la moderna robotica. Si possono notare, tra gli altri, il trofeo di caccia opera di Joachim Friess, Diana cacciatrice (Pinacoteca Ambrosiana) e l’Orologio con automa a torre per Ferrante Gonzaga di Castiglione di Nikolaus Schmidt il Vecchio. Inoltre, sono presenti le manifatture tedesche: Orologio a globo da tavolo con automa a forma di turco, Automa a forma di orso con un domatore turco e Automa a forma di struzzo.

Il progetto di allestimento della mostra è curato da AMDL CIRCLE e Michele De Lucchi: piccole architetture in metallo e tessuti di pregio definiscono lo spazio espositivo in dialogo discreto con gli affreschi di Giulio Romano. 

Il progetto grafico è di Ludovica Niero.
L’esposizione sarà arricchita dalla pubblicazione di un catalogo edito da Marsilio.

La mostra Inventare la natura. Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio è prodotta dal Comune di Mantova e Fondazione Palazzo Te, con il patrocinio del Ministero della Cultura e del FAI Fondo per l’Ambiente Italiano.

Tratto da comunicato stampa

INVENTARE LA NATURA. LEONARDO, ARCIMBOLDO, CARAVAGGIO
26 settembre 2026 – 10 gennaio 2027

Palazzo Te
Viale Te 13 – 46100 Mantova
Biglietteria +39 0376 323266
centroservizi@fondazionepalazzote.it
www.palazzote.it

Page Links: 4845, 21914, 46575, 35964, 44350, 35711, 27639, 37943, 40215, 18078, 34795, 5616, 28275, 21074, 26383, 16141, 7958, 46336, 31720, 40538, 27685, 30499, 4567, 10562, 49996, 7033, 29809, 46141, 42709, 4169, 39976, 13920, 27675, 29183, 35727, 11067, 34054, 15962, 29214, 2625, 35106, 4989, 24775, 38185, 43398, 31624, 38962, 20572, 46189, 2748