Recensione di Olivier Horn. Torino: la Filarmonica della Scala, il Sestetto Sincronia e la marimba di Adelaïde Ferrière. Tre concerti di valore nel ricchissimo cartellone.

FESTIVAL MITO – 20ª edizione «Armonia»
dal 6 al 20 settembre 2026

Da vent’anni, ogni anno a settembre, la storica rivalità tra Milano e Torino – città così vicine geograficamente ma così distanti per l’antagonismo economico, culturale e calcistico che le separa – si interrompe per la durata di un festival. Un unico programma le unisce, in cui ogni concerto viene tenuto a turno nell’una e nell’altra città. Non è certo il risultato meno importante del Festival MITO, un progetto musicale il cui fascino non smette di crescere.

Splendida, la programmazione di questa ventesima edizione presentava tuttavia un inconveniente che ha suscitato qualche rammarico: era talmente ricca che purtroppo non è stato possibile assistere a tutto. Ecco tre resoconti di concerti sufficienti a rendere l’idea dell’eccezionale qualità dell’edizione 2026.


[Foto Fabio Miglio]

ORCHESTRA FILARMONICA DELLA SCALA (8 settembre 2026)

All’indomani del War Requiem di Benjamin Britten (recensione vedi qui), Torino ha ospitato all’Auditorium del Lingotto la Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Chailly, il suo direttore principale, per un programma di musica russa.

Sergej Rachmaninov La Roccia op. 7, fantasia sinfonica e Suite dall’opera Aleko

È noto che Rachmaninov venerava Čajkovskij e che quest’ultimo, entusiasta dell’opera composta dal giovane musicista per il suo diploma al Conservatorio di Mosca, voleva dirigerne la prima esecuzione. La morte glielo ha impedito. Alcuni brani di quest’opera, insieme alla fantasia La roccia, ispirata a una poesia di Lermontov («una nuvola dorata si è adagiata sul seno di una roccia gigante») e a un racconto di Cechov (la conversazione notturna in una locanda tra una ragazza piena di speranze e un uomo maturo che ha perso le sue illusioni), fungono da «antipasto» a questo programma. Se Chailly è indiscutibilmente un grande direttore, la Filarmonica della Scala è la Rolls Royce delle orchestre: un ensemble di altissima precisione, dalla dinamica e dal suono eccezionali, che ci ha regalato un’interpretazione piena di brio di queste due opere giovanili in cui si dispiega già tutta la ricchezza dell’orchestrazione di Rachmaninov.

Pëtr Il’ič Čajkovskij Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36

Arriva il piatto forte: la Sinfonia n. 4 di Čajkovskij. Il tema iniziale, suonato dai corni e ripreso dagli ottoni, risuona come il lato pessimista del destino. Gli archi, in un’ascesa cromatica che va crescendo, traducono l’atmosfera turbolenta che permea l’intera opera. Con la sua imponente figura appoggiata al podio, Riccardo Chailly dirige a memoria questo flusso orchestrale ininterrotto, mentre i suoi gesti ampi e precisi guidano i musicisti in un’osmosi quasi perfetta. Quando il dolce e soave assolo dell’oboe, ripreso dagli archi e dai flauti, dà inizio al secondo movimento, la malinconia che ne emana evoca un paradiso perduto e la scomparsa delle persone care. Temperato dall’allegro scherzo del terzo movimento, tutto pizzicati degli archi, il pessimismo finisce per prendere il sopravvento quando ritorna la fanfara iniziale («quel destino assoluto al quale gli esseri umani non possono sfuggire», secondo Chailly), prima che l’Allegro finale – Allegro con fuoco, lanci l’orchestra in una vera e propria esplosione sonora punteggiata da colpi di cimbali e da un fragore di percussioni. Un’interpretazione infuocata per questo vertiginoso momento di musica romantica russa, offerta dall’orchestra e dal suo direttore al meglio della loro forma, e accolta da un fragoroso applauso.


[Foto Fabio Miglio]

SESTETTO SINCRONIA (8 settembre 2026)

Arnold Schönberg, La Notte trasfigurata op. 4
Pëtr Il’ič Čajkovskij, Ricordo di Firenze in re minore op. 70

In un tardo pomeriggio torrido, un pubblico numeroso si accalca all’interno del Tempio dei Valdesi di Torino per ascoltare questi due brani famosi, spesso eseguiti insieme.

Per chi associa la musica di Schönberg al dodecafonismo e alla musica seriale, la Notte trasfigurata sembra un enigma: di un romanticismo esacerbato tipico della fine del secolo, risale a un’epoca in cui il compositore, pur essendo profondamente influenzato da Brahms, Wagner e Strauss, rimane ancora entro i limiti della tonalità, anche se comincia ad avventurarsi oltre. È lo Schönberg prima di Schönberg!

Aveva solo 25 anni quando compose la Notte trasfigurata in appena tre settimane, spinto dall’amore per una giovane donna che aveva incontrato nell’estate del 1899 e che avrebbe presto sposato.
Scritto per un sestetto d’archi (2 violini, 2 viole e 2 violoncelli), questo brano segue passo dopo passo lo svolgimento di una poesia tratta da una raccolta del suo amico Richard Dehmel, in cui si seguono due amanti al chiaro di luna. All’improvviso, la donna confessa al suo amante di essere incinta di uno sconosciuto al quale ha ceduto in un momento di angoscia, quando ancora non lo conosceva. Il suo amante la rassicura, dichiarandosi pronto a riconoscere il bambino e ad amarlo. Sarà il loro. Ora avanzano sotto la luna, felici nella notte trasfigurata.

Il Sestetto Sincronia, composto da musicisti talentosi che suonano in grandi orchestre, è stato fondato molto tempo fa. Nel corso degli anni ha sviluppato un’intesa che si percepisce fin da subito. Fin dalle prime note, nella tonalità di re minore, si crea un’atmosfera cupa e fredda. In la Notte trasfigurata, la magia risiede nella capacità di questi sei solisti – talvolta riuniti in un unico accordo – di trasmettere, meglio di quanto possano fare le parole, tutte le sfumature dei sentimenti, quei sentieri imperscrutabili del cuore umano. Il canto, gli accenti, le intonazioni dei loro strumenti si rispondono a vicenda, a coppie e talvolta all’unisono.

È raro percepire a tal punto l’intimità di un’opera con la poesia che l’ha ispirata. Qui si vedono i due amanti che avanzano in silenzio… lei prende la parola, confessa la sua colpa. Si avverte il suo terrore, che lui possa giudicarla e lasciarla. Al contrario, lui la rassicura, ed è l’amore a parlare in una tonalità che diventa re maggiore. La musica allunga il tempo, ci fa penetrare negli infiniti, sensibili e indicibili misteri dell’anima. Entra in risonanza con l’esperienza di ciascuno. Ma l’inquietudine riemerge: «E se lui non mi amasse davvero?», sembra pensare la donna. «E se tutto questo fosse solo un sogno?». E se lui la abbandonasse? Cosa ne sarebbe di lei? E di suo figlio? Ma no, lui la stringe forte a sé… il tema dell’amore resiste e trionfa, più forte di ogni cosa, più del vento avverso della morale dei benpensanti. E questo sentimento che li unisce «trasfigurerà il bambino straniero».

Interpretata con forza e contenuta passione dal Sestetto Sincronia, la Notte trasfigurata è un vero gioiello della musica post-romantica, una carezza per i cuori feriti, una dolce melodia che si ascolta pregando che non finisca mai, proprio come l’amore della poesia. L’opera si conclude con un accordo sereno, quasi celestiale.

Dopo il romanticismo esacerbato di Arnold Schönberg, il Ricordo di Firenze di Pëtr Il’ič Čajkovskij è un po’ come il giorno e la notte: un inizio energico che parte con un Allegro con spirito, in uno stile brillante e radioso; un brano luminoso, perfetto esempio di musica da camera pensata per il divertimento, di cui Čajkovskij compose il secondo movimento a Firenze, dove si era isolato per scrivere La dama di picche. Una sorta di serenata all’italiana, è un canto lirico in cui violino e violoncello dialogano come un tenore e un baritono, mentre i loro temi vengono ripresi dagli altri musicisti. Un’impresa che ha dato del filo da torcere al compositore: «gestire sei voci indipendenti ma di natura affine è di un’incredibile difficoltà!» ha scritto in una lettera.

Il resto dell’opera, molto vivace, è in stile russo, sia che si tratti del ritmo di polka del terzo movimento o del ritmo Allegro vivace del quarto, dove domina l’immagine di una cavalcata fantastica guidata dai violoncelli. In totale, due opere impegnative brillantemente interpretate dal Sestetto Sincronia, in un caldo torrido.


[Foto Gianluca Platania]

ADELAÏDE FERRIÈRE, marimba (10 settembre 2026)

Entra a grandi passi sul palco, una figura bionda, alta e snella; sceglie in silenzio le bacchette, le afferra – due in ogni mano, posizionate tra le dita – e via! Con un movimento ondulatorio del polso, colpisce le lamelle di legno del suo strumento a una velocità vertiginosa, una o più alla volta per gli accordi. Dall’Ouverture di Philip Glass alla Ciaccone in re minore di J.S. Bach e Busoni, dal Capriccio n. 24 in la minore di Nicolò Paganini all’Arabesque n. 1 di Claude Debussy, Adelaïde Ferrière non smette mai di farci scoprire la bellezza della marimba, la varietà del suo timbro e il virtuosismo della sua tecnica, attraverso capolavori del repertorio classico da lei stessa arrangiati.

Di questo strumento della famiglia delle percussioni a tastiera, di cui a 30 anni possiede una padronanza impressionante – che le è valsa una fama internazionale – non smette mai di esplorarne le infinite possibilità e di superarne i limiti. Invitata dalle più grandi orchestre, si presta anche a esperienze tanto originali quanto spettacolari, come registrare sul tetto di un grattacielo newyorkese la Rhapsody in Blue di George Gershwin, nel suo stesso arrangiamento.

Il suo programma comprende anche due brani originali per marimba. Dream of the Cherry Blossoms è opera di Keiko Abe, la grande virtuosa giapponese che ha contribuito in modo determinante a sviluppare la tecnica della marimba e a diffonderne la conoscenza da oltre 70 anni, sia attraverso i suoi arrangiamenti di brani del repertorio, sia grazie alle sue masterclass in tutto il mondo o alle sue composizioni ispirate al folklore del suo Paese. L’altro, un Nuovo brano per marimba composto dalla stessa Adelaide Ferrière, dimostra un gusto per la composizione e un vero talento, che la colloca nella scia della grande Keiko Abe, di cui è, in sostanza, un’erede spirituale.

In appena un’ora, senza spartito, scorrendo da un’estremità all’altra di questo grande strumento, accarezzando i tasti o percuotendoli con grande velocità d’esecuzione, ci fa condividere la sua passione e ci trasporta in un mondo straordinario.

Recensione di Olivier Horn
MITO – Torino, settembre 2026
Immagine di copertina: La Filarmonica della Scala a Torino foto Fabio Miglio

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FRANÇAIS

[Foto Fabio Miglio]

FESTIVAL MITO – 20e édition «Harmonie»
du 6 au 20 septembre 2026

Depuis 20 ans, chaque année en septembre, la rivalité historique entre Milan et Turin, si proches géographiquement mais si distantes par l’antagonisme économique, culturel et footballistique qui les sépare, s’interrompt le temps d’un festival. Un même programme les réunit dans lequel chaque concert est donné dans l’une et l’autre ville à tour de rôle. Ce n’est pas la moindre des réussites du Festival MITO, un projet musical dont l’aura ne cesse de grandir.

Eblouissante, la programmation de cette 20e édition présentait pourtant un inconvénient qui a fait naître des regrets : elle était si copieuse que l’on n’a malheureusement pas pu assister à tout. Voici trois compte-rendus de concerts permettent de se rendre compte de la qualité exceptionnelle du cru 2026.


[Foto Fabio Miglio]

ORCHESTRE PHILARMONIQUE DE LA SCALA (8 septembre 2026)

Au lendemain du War Requiem de Benjamin Britten (recensione vedi qui), Turin accueillait à l’Auditorium du Lingotto l’Orchestre philarmonique de la Scala dirigé par Riccardo Chailly, son chef principal, pour un programme de musique russe.

Sergej Rachmaninov La Roccia op.7, fantasia sinfonica et Suite de l’opéra Aleko

On sait que Rachmaninoff vénérait Tchaïkovski et que celui-ci, enthousiasmé par l’opéra Aleko composé par le jeune musicien pour son diplôme de fin du Conservatoire de Moscou, voulait en diriger la première exécution. La mort l’en a empêché. Des extraits de cette œuvre ainsi que la fantaisie La roccia, inspirée d’un poème de Lermontov (« un nuage doré a sommeillé sur le sein d’un rocher géant ») et d’une nouvelle de Čechov (la discussion nocturne dans une auberge entre une jeune fille pleine d’espoir et un homme d’âge mûr ayant perdu ses illusions), servent de «mise en bouche» à ce programme, Si
Chailly est incontestablement un grand chef, la Filarmonica de la Scala est la Rolls des orchestres : un ensemble de haute précision, à la dynamique et au son exceptionnels, qui nous ont livré une interptétation pleine de brio de ces deux œuvres de jeunesse où se déploie déjà toute la richesse de l’orchestration de Rachmaninoff.

Piotr Illitch Tchaïkovski, Sinfonia n.4 en fa mineur op.36

Arrive le plat de résistance : la Symphonie N°4 de Tchaïkovski. Le thème initial, joué par les cors et repris par les cuivres, résonne comme la face pessimiste du destin. Les cordes, dans une montée chromatique qui va crescendo, traduisent l’atmosphère agitée dont est empreinte toute l’œuvre. Sa haute stature adossée au podium, Riccardo Chailly dirige sans partition ce flux orchestral ininterrompu, ses gestes amples et précis guidant les musiciens dans une osmose quasi parfaite. Lorsque le solo suave et doux du hautbois, repris par les cordes et les flûtes, débute le 2e mouvement, la mélancolie qui s’en dégage
évoque un paradis perdu et la disparition des êtres chers. Tempéré par le joyeux scherzo du 3e mouvement, tout en pizzicati des cordes, le pessimisme finit par prendre le dessus lorsque revient la fanfare initiale (« cette destinée absolue à laquelle les êtres humains ne peuvent échapper » d’après Chailly) avant que l’Allegro finale – Allegro con fuoco, ne lance l’orchestre dans un véritable déchaînement sonore ponctué de coups de cymbales et d’un fracas de percussions. Une interprétation de feu pour ce vertigineux moment de musique romantique russe, donné par l’orchestre et son chef au meilleur de leur forme, et salué par un tonnerre d’applaudissements.


[Foto Fabio Miglio]

SEXTUOR SINCRONIA (8 septembre 2026)

Arnold Schönberg, La Nuit transfigurée op.4
Piotr Illitch Tchaïkovski, Souvenir de Florence en ré mineur op.70

Par une fin d’après-midi caniculaire, un public nombreux se presse à l’intérieur du temple Vaudois de Turin pour écouter ces deux pièces célèbres et souvent jouées ensemble.
Pour qui associe la musique de Schönberg au dodécaphonisme et à la musique sérielle, la Nuit transfigurée peut sembler une énigme : d’un romantisme exacerbé très fin de siècle, elle date d’un temps où le compositeur, imprégné de Brahms, Wagner et Strauss, reste encore dans les limites de la tonalité, même s’il commence à s’aventurer au-delà. C’est Schönberg avant Schönberg !

Arnold Schönberg n’a que 25 ans quand il compose la Nuit transfigurée en à peine trois semaines, porté par son amour pour une jeune femme qu’il a rencontrée au cours de l’été 1899 et qu’il va bientôt épouser. Ecrite pour un sextuor à cordes (2 violons, 2 altos et 2 violoncelles), cette pièce suit pas à pas le déroulement d’un poème extrait d’un recueil de son ami Richard Dehmel où l’on suit deux amoureux au clair de lune. Tout à trac, la femme avoue à son amant qu’elle est enceinte d’un étranger à qui elle a cédé dans un moment de détresse, alors qu’elle ne le connaissait pas encore. Son amant la rassure, s’affirme prêt à reconnaître l’enfant et à l’aimer. Ce sera le leur. Ils s’avancent maintenant sous la lune, dans la nuit transfigurée.

Le Sextuor Sincronia, composé de musiciens talentueux au sein de grands orchestres, s’est formé depuis longtemps. Au fil des ans il a forgé une complicité qui se ressent d’emblée. Dès les premières notes, dans la tonalité de ré mineur, s’installe une atmosphère sombre et froide. La magie de La nuit transfigurée réside dans la capacité de ces six solistes qui se retrouvent parfois dans un même accord, à transmettre, mieux que par des mots, toutes les nuances des sentiments, ces voies impénétrables du cœur
humain. Le chant, les accents, les intonations des instruments se répondent, deux à deux et parfois à l’unisson.

Il est rare de ressentir à ce point l’intimité d’une œuvre avec le poème qui l’a inspiré. Ici l’on voit les deux amants qui s’avancent en silence… elle prend la parole, avoue sa faute. On ressent sa terreur, qu’il puisse la juger et la quitter. Au contraire il la rassure, et c’est l’amour qui parle dans une tonalité qui passe de ré mineur à ré Majeur. La musique étire le temps, nous fait pénétrer dans les arcanes infinis, sensibles et indicibles de l’âme. Elle entre en résonance avec le vécu de chacun. Mais l’inquiétude ressurgit : et s’il ne m’aimait pas vraiment, semble penser la femme ? Si tout ceci n’était qu’un rêve ? S’il m’abandonnait ? Que deviendrait-elle ? Et son enfant ? Mais non, il la serre fortement contre lui… le thème de l’amour résiste et trimphe, plus fort que tout, plus que le vent mauvais de la morale des bien-pensants. Et ce sentiment qui les réunit «va transfiguer l’enfant étranger». Interprétée avec force et une passion contenue, la Nuit transfigurée est un pur joyau de musique post-romantique, une caresse pour cœurs blessés, une douce chanson qu’on écoute en priant pour qu’elle ne cesse jamais, comme l’amour du poème.
L’œuvre se conclut dans un accord apaisé, quasi céleste.

Avec Souvenir de Florence de Tchaïkovski – après le romantisme exacerbé de Schönberg- c’est un peu le jour et la nuit : un début énergique qui démarre par un Allegro con spirito, dans un style brillant et radieux ; un morceau lumineux, parfait exemple d’une musique de chambre propre au divertissement et dont Tchaïkovski a composé le 2e mouvement à Florence où il s’était isolé pour écrire La Dame de pique. Sorte de sérénade à l’italienne, ce mouvement est un chant lyrique où violon et violoncelle dialoguent tel un ténor et un baryton, tandis que leurs thèmes sont repris par les autres musiciens. Un tour de force qui
a donné au compositeur du fil à retordre : « gérer six voix indépendantes mais de nature apparentée est d’une difficulté incroyable !» a-t-il écrit dans une lettre.
Le reste de l’œuvre, dans le style russe, est très vif et enlevé, que ce soit la polka du 3e mouvement ou le rythme Allegro vivace du 4e où domine l’image d’une chevauchée fantastique impulsée par les violoncelles. Au total, deux œuvres exigeantes brillamment interprétées malgré une chaleur d’étuve.



[Foto Gianluca Platania]

ADELAÏDE FERRIÈRE, marimba (10 septembre 2026)

Elle entre à grandes enjambées, grande et mince silhouette blonde sur la scène, choisit ses mailloches en silence, les empoigne – deux dans chaque main, placées entre ses doigts et c’est parti. D’un mouvement ondulatoire du poignet, elle frappe les lames en bois de son instrument à une vitesse étourdissante, une ou plusieurs à la fois pour les accords.

De Philip Glass (Ouverture) à Jean-Sébastien.Bach et Busoni (Ciaccone en ré mineur), de Nicolò Paganini (Capriccio n.24 en la mineur) à Claude Debussy (Arabesque n.1), Adelaïde Ferrière n’en finit pas de nous faire découvrir la beauté du marimba, la variété de son timbre et la virtuosité de sa technique, à travers des chefs-d’œuvres du répertoire classique qu’elle a arrangés elle-même.

De cet instrument de la famille des percussions-claviers dont elle possède déjà, à 30 ans, une maîtrise impressionnante – ce qui lui a valu une renommée internationale – elle ne cesse d’explorer les infinies possibilités et d’en repousser les limites. Invitée par les plus grands orchestres, elle se prête à des expériences aussi originales que spectaculaires, comme d’enregistrer sur le toit d’un gratte-ciel new-yorkais le Rhapsody in Blue de George Gershwin, dans l’arrangement qu’elle en a fait.

Son programme inclut aussi deux pièces originales pour marimba. Dream of the Cherry Blossoms, est due à Keiko Abe, la grande virtuose japonaise qui a largement contribué à développer la technique de l’instrument et à le faire connaitre depuis plus de 70 ans, tant par ses arrangements d’œuvres du répertoire que par ses master-class à travers le monde ou ses compositions inspirées du folklore de son pays. L’autre, nuovo brano per marimba, d’Adelaïde Ferrière elle-même, démontre un goût pour la composition et un vrai talent, qui la situe dans la lignée de la grande Keiko Abe dont elle est en somme une héritière spirituelle.

En une heure à peine, sans partition, courant d’un bout à l’autre de ce grand instrument,
caressant les touches ou les frappant avec une grande vitesse d’exécution, elle nous fait
partager sa passion et nous entraîne dans un monde extraordinaire.

Compte-rendu Olvier Horn
MITO – Turin, septembre 2026
Photo “di copertina”: La Filarmonica della Scala foto Fabio Miglio

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