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VERONA
Teatro Filarmonico
MADAMA BUTTERFLY
La prigione
senza sbarre della solitudine

~ La recensione di De Artes


Il cielo livido occhieggiava tra i fitti tronchi biancastri delle betulle, semoventi come le pareti dello shosi e che hanno avviluppato la sposa bambina in una prigione della solitudine. Dall’alto, un incessante stillicidio di foglie dai colori aranciati, che hanno sfarfalleggiato fino al suolo come falene morenti in una concezione pucciniana della natura quale fonte viva e partecipe dei sentimenti umani. La premonizione, quindi, di un destino tragico, di una primavera della vita che per la quindicenne Cio-Cio-San ha coinciso con l’autunno.

Questo è stato il fulcro della regia di Andrea Cigni il quale, senza aver eliminato ombrellini e ventagli, ha lodevolmente prosciugato da eccessi di folklore giapponese la Madama Butterfly andata in scena al Teatro Filarmonico di Verona pochi giorni prima del Natale, nuova coproduzione di Fondazione Arena assieme aHrvatsko Narodno Kazalište – Teatro Nazionale Croato di Zagabria. Le scene di Dario Gessati, esaltate dalle luci di Paolo Mazzon, hanno caratterizzato l’allestimento elegante in cui il solco della tradizione ha saputo innovarsi senza tradire se stesso. I costumi disegnati da Valeria Donata Bettella hanno unito fogge orientali rilette in stile moderno e occidentali ispirate agli anni cinquanta oppure odierne. Si sono aggiunti elementi attuali come i flash scattati dai cellulari degli invitati al corteo nuziale e che hanno suggerito una figura di geisha vista in chiave contemporanea.

Nel folto del bosco, davanti allo shosi,è sbocciato un tappeto di fiori scarlatti, le cui corolle Cio-Cio-San ha sparso al suolo e ha usato per adornarsi – «e un papavero rosso nei capelli» – nell’intento di accogliere festosamente il ritorno dell’amato, luogotenente della Marina U.S.A. Il quale invece, dopo tre anni, si è fatto vivo solo per portare con sé, di là dal mare, il piccolo Dolore, che indossava la maglietta e giocava col bambolotto di Superman perché allevato dalla geisha nel mito di un’America idealizzata.

Due, i momenti visionari suggeriti da Cigni: il sogno a occhi aperti di Butterfly di riabbracciare Pinkerton e la lunga notte di attesa, quando madre figlio e la fida Suzuki hanno ceduto alla stanchezza addormentandosi. Una plumbea evocazione onirica in cui, sotto lo sguardo di figure vestite di nero e con maschere rituali stampate in enigmatici sorrisi, il bambino ha rincorso il volo di un aquilone avente i colori della bandiera statunitense.

Un simbolo, questo, per Cio-Cio-San che dalla cima della collina con il cannocchiale aveva riconosciuto la cannoniera Lincoln «bianca … bianca … il vessillo americano delle stelle». Ma, nel sogno, il cielo era privo di stelle e l’aquilone/bandiera si è sottratto alle mani del bimbo. Le speranze sono morte sul terreno come le foglie/farfalle e, dopo fugace illusione, il mondo di Butterfly è tornato a essere incubo di solitudine e di abbandono, da far cessare con nipponico onore seguendo il rituale di suicidio dello Jigai. Una scena densa di risvolti intimi e psicologici che più di tutte ha evidenziato il concetto, dichiaratamente perseguito dal regista Cigni, di Ikigai, di quella motivazione che dà un senso alla vita ma che, nel caso di un amore vissuto troppo intensamente, porta alla consunzione.

Sul podio dell’Orchestra della Fondazione Arena era Francesco Ommassini, dal gesto scattante nel dettare le pennellate coloristiche intense, i chiaroscuri dinamici, i tempi vivaci a evidenziare la drammaticità della tessitura pucciniana stemperati in placide anse di dolce lirismo, in una lettura che ha dato voce ai contrasti emotivi.
A sostituire nell’ultima replica la collega indisposta, il soprano cui era affidata un’altra recita, Daria Masiero dalla vocalità artisticamente matura, che ha cinto Buttefly di forza interiore e di determinatezza, di drammaticità intensa e dolente.

Pinkerton aveva il bel timbro di Raffaele Abete dall’acuto luminoso e ben proiettato. Con l’occhio attento al gesto direttoriale, il tenore ha dato vita a una figura appropriatamente distratta e superficiale anche negli iniziali momenti di passione amorosa, gettando così intelligenti basi per il successivo strazio della mogliettina sposata per gioco, e incarnando l’intento pucciniano d’inscenare lo scontro, dagli esiti infelici, di due culture. Prove di qualità sia peril baritono Mario Cassi nelle vesti del Console Sharpless sia per Manuela Custer Suzuki, due voci importanti, calde, eleganti e ottimamente gestite. Il primo ha eccelso nel fraseggio, la seconda nell’intensità espressiva, nello spessore emotivo della servente devota, la sola capace di riservare autentico affetto alla padrona.

Marcatamente caratterizzato ilGoro di Marcello Nardis. Completavano il cast lo Zio Bonzo Cristian Saitta e il Principe Yamadori Nicolò Rigano. Inoltre Lorrie Garcia Kate Pinkerton; Salvatore Schiano di Cola Commissario imperiale; Maurizio Pantò Ufficiale del registro; Sonia Bianchetti Madre di Cio-Cio-San e Manuela Schenale Cugina. Carico di suggestioni il celeberrimo coro a bocca chiusa intonato dal Coro areniano adeguatamente preparato da Vito Lombardi.

Recensione Maria Luisa Abate

Visto al teatro Filarmonico di Verona il 22 dicembre 2019
Contributi fotografici: © Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

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