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VERONA
Teatro Filarmonico
LUCIA DI LAMMERMOOR
La luna ferita
~ La recensione di De Artes


Impostazione registica, di Renzo Giacchieri, incanalata nel solco della fedeltà storica. Ambientazione affidata a immagini video (projection design Alfredo Troisi) integrate da qualche colonna e pochi altri elementi a conferire profondità: un albero segato alla base, l’indispensabile scrivania, le insegne cadute con effetto retrò, le immancabili lapidi cimiteriali immerse nella nebbia di una tetra notte scozzese. La proiezione ha ruotato attorno a due fulcri: il conclusivo svolazzare di colombe che ha ricongiunto in cielo gli sfortunati innamorati, e la luna, simbolo poetico per eccellenza della pazzia, e del romanticismo declinato in termini gotici nell’opera Lucia di Lammermoor, il cui soggetto Gaetano Donizetti e il librettista Cammarano attinsero al dramma di Walter Scott.

Un satellite insolitamente grande, come se si fosse avvicinato alla Terra per meglio irradiare i suoi stranianti influssi sull’infelice protagonista, costretta a sposare un uomo non amato e annientata dalla sofferenza di non potersi sottrarre al ruolo di vittima predestinata. La luna, asilo di quanti abbiano perduto il senno, anch’essa partecipe alle ferite psicologiche inferte a Lucia, ha mostrato sulla sua superficie un taglio netto di lama dal quale è sgorgato uno stillicidio che ha inondato di rosso il cielo e la natura sottostante, in un tramonto di sangue (luci Paolo Mazzon). Per la parte restante, Giacchieri ha pensato a costumi storici guarniti da tartan, a masse corali ben ordinate a far da cornice, a una recitazione racchiusa entro quei rassicuranti binari della tradizione che non mancano di annoverare estimatori dell’opera così come è stata scritta. Con uno dei più famosi capolavori del compositore bergamasco si è inaugurata la stagione 2020 al Teatro Filarmonico di Verona, attingendo a un allestimento proveniente dal Teatro Verdi di Salerno.

Tradizionale il palco quanto tradizionale il podio, affidato al maestro ucraino Andriy Yurkevych, che ha scelto di apportare tutti i tagli della consuetudine (compresa la scena della torre, peraltro sforbiciata per ragioni sceniche) e si è concentrato sul fluire delle passioni, inserite nel contesto romantico dalle tinte scure e drammatiche, e rischiarate dalle trasparenze della straordinaria invenzione melodica donizettiana della pazzia, affidata, come d’abitudine coeva al debutto ottocentesco del titolo, al flauto a sostituire la glassarmonica.

Il giovane soprano Enkeleda Kamani si è onorevolmente destreggiata tra le agilità, sfoderando una voce che, nelle note sovracute, ha assunto sfumature fredde a guarnire la descrittività della follia di cui è vittima Lucia. Nella sua interpretazione, poco più di una bambina con tutte le conseguenti fragilità, trovatasi ad affrontare una serie di situazioni più grandi di lei, dapprima timida innamorata, poi rassegnata a un destino del quale è parsa non essere pienamente consapevole, infine preda del delirio che l’ha fatta straparlare con una bambola e che l’ha proiettata nel buco nero di un dolore immenso e ingestibile.

Voce tonante, sicura, dall’affascinante timbro maschio per Enea Scala che ha delineato con dovizia di particolari espressivi le articolate sfaccettature caratteriali di Sir Edgardo, orgoglioso benché spodestato erede dei Ravenswood, impetuoso negli slanci verso l’amata. Presenza scenica imponente quella di Alberto Gazale, che ha splendidamente centrato sia vocalmente, per tecnica e accenti, che dal punto di vista attoriale, il personaggio di Lord Enrico Ashton, dal cuore duro e dai modi risoluti. Eccelsa la prova del basso Simon Lim che ha dato voce calda, rotonda, dal magnifico timbro e dal fraseggio elegante al sacerdote e precettore Lord Raimondo Bidebent. A completare con puntualità i ruoli, Enrico Zara, il marito imposto Arturo Buclaw: Riccardo Rados Normanno; la premurosa Alisa di Lorrie Garcia. Coro preparato per la quinta stagione da Vito Lombardi. Brevi movimenti coreografici di Barbara Pessina.

Recensione Maria Luisa Abate for DeArtes

Visto al Teatro Filarmonico di Verona il 2 febbraio 2020
Contributi fotografici: © Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

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