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VENEZIA
Musei Civici
OGGI VI RACCONTIAMO CHE…
Narrazioni quotidiane
dal MUVE


Gli undici Musei veneziani della Fondazione MUVE custodiscono centinaia di migliaia di pezzi: dipinti, disegni, sculture, fotografie, cimeli, e sono essi stessi opere d’arte architettonica. Ogni opera, di qualsiasi genere, stile, tempo e materia porta con sé una storia, e anche di tutte queste storie è fatta Venezia. La Fondazione Musei Civici di Venezia sta reagendo a questi tempi portando il suo patrimonio nelle case di chiunque voglia godere dei suoi tesori, con l’adesione alla campagna nazionale diffusa #IoRestoaCasa e con tutti i suoi mezzi.

I canali social: Facebook, Twitter, Instagram, YouTube; una newsletter giornaliera per chiunque ne faccia richiesta; la partnership con Google Culture, attiva da tempo, con la presenza delle sedi museali e delle loro collezioni nel canale Google Arts & Culture; le proprie risorse da sempre on line: i bollettini scientifici e il catalogo on line delle collezioni; informazioni e narrazioni sulle proprie collezioni a disposizione di chi voglia riscoprire qualcosa che già ha conosciuto e di chi sta già preparando una visita futura.

L’Italia è a casa e i suoi abitanti stanno riscoprendo il piacere che solo la cultura può donare. Un piacere che è scambio, condivisione, narrazione e quindi trova nei social e nella comunicazione elettronica un veicolo ideale in questi tempi di distacco fisico forzato. Da sempre con la cultura si viaggia nel tempo e nello spazio, pratica in cui i musei sono da sempre maestri.

Nel sito www.visitmuve.it trovate tutti i link ai nostri musei e ai loro social e il modulo di iscrizione alla newsletter. C’è solo l’imbarazzo della scelta: Palazzo Ducale, Museo Correr, Torre dell’Orologio, Ca’ Rezzonico Museo del Settecento Veneziano, Ca’ Pesaro Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Palazzo Fortuny, Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue, Casa di Carlo Goldoni, Museo del Vetro a Murano, Museo del Merletto di Burano, Museo di Palazzo Mocenigo Centro Studi di Storia del Tessuto del Costume e del Profumo.

LA PORTA DELLA CARTA A PALAZZO DUCALE
Splendido esempio di gotico fiorito veneziano. Ai due lati dell’ingresso, nelle nicchie dei pilastri, sono collocate le personificazioni di quattro virtù cardinali, oggi più attuali che mai: la Prudenza, la Fortezza e la Temperanza, insieme alla Carità. Costruito fra il 1438 e il 1442 da Giovanni e Bartolomeo Bon, il grande portale gotico era nel XV secolo l’ingresso monumentale del Palazzo. Il suo nome deriva probabilmente dalla presenza sul luogo di scrivani pubblici, o dal fatto che nelle vicinanze si trovassero depositi di archivi di documenti.
Oggi corrisponde all’uscita del museo e dalla sua apertura si intravede con prospettiva scenografica la scala dei Giganti, che si trova in asse con il porticato Foscari. La Porta della Carta fu eretta, con l’ala di palazzo fronte Piazzetta, sotto il dogado di Francesco Foscari, in carica dal 1423 al 1457, che è rappresentato in ginocchio davanti al leone di San Marco al centro del portale monumentale.

Sono giorni difficili anche per voi cari bimbi: vorreste uscire, vi mancano i compagni di scuola, le attività sportive e ricreative… Ci sentiamo tutti un po’ in “gabbia”, ma è un sacrificio che dobbiamo fare ora insieme. Ci mancate tanto e non vediamo l’ora di rivedervi colorare di sorrisi le sale dei nostri musei.
Questa bellissima illustrazione di Palazzo Ducale è un piccolo regalo per voi. Stampatela, coloratela come più vi piace e se volete mandateci le foto dei vostri lavori (cliccate sull’immagine per entrare nel nostro profilo Facebook), saremo felicissimi di condividerle, aggiungendo magari qualche sorpresa.

LA STATUA DELLA BEATA VERGINE DELLA SALUTE
Nelle stanze di Palazzo Ducale si cela una grande statua di legno di cui non tutti sanno la storia. È in realtà la Madonna della Salute, proprio quella che stava in cima alla Basilica del Longhena, eretta in stile barocco come ex voto al termine della peste che nel 1630/31 decimò la popolazione veneziana, e terminata nel 1687.
La statua che ora è al Ducale è stata in cima alla Basilica fino a circa il 1870, quando fu rimossa in un piano più ampio di lavori di riparazione dei danni provocati da un forte uragano nel 1859. La mano destra dell’originale Beata Vergine, scultura attribuita a Francesco Cavrioli, impugnava il bastone di comando del Capitano da Mar, come un condottiero per la Repubblica Serenissima allora in guerra, e i piedi poggiavano su una mezzaluna con le punte in su. La nuova statua fu scolpita con le stesse dimensioni, “alta metri 3,32 e della massima circonferenza di metri 2,70”, e ricoperta come l’originale di lastre di rame, saldate e infine dipinte “a prima mano di minio e tripla mano ad olio tinto bronzo”.
Fatta la sostituzione, la seicentesca scultura lignea fu portata dall’allora Amministrazione Sabauda a Palazzo Ducale, che ospitava la Biblioteca Marciana e il museo Archeologico, dove oggi “ci appare e ci sorprende assolutamente fascinosa per una sua estraniante scomposta bellezza vicina ad altre opere scultoree di grandi Maestri del Novecento”, come scritto nell’ultimo Bollettino dei Musei Civici di Venezia, che ne racconta l’avvincente storia.

IL PUZZLE DEL FORTUNY!
Ieri vi abbiamo proposto un gioco da fare con i più piccoli, quello di oggi piacerà anche ai grandi. Un grande classico per quando si resta a casa è il puzzle, e da Palazzo Fortuny arriva l’idea di comporre i pezzi elettronici per ottenere le immagini delle opere custodite dalla casa museo. Con pochi pezzi per chi sta ancora imparando, che aumentano per chi voglia cimentarsi con composizioni più complesse, con fotografie e dipinti straordinari per tutti. Buon divertimento!
E se volete conoscerlo meglio, per rivederlo se già lo conoscete o per prepararvi a una visita futura, vi ricordiamo che anche Palazzo Fortuny è su Google Arts & Culture con esposizioni on line, interni, visite virtuali, storie del Palazzo e della famiglia Fortuny e delle loro collezioni e invenzioni per centinaia di immagini. Buona visita!

UN FANTASMA PERCORRE L’EUROPA
Armando Pizzinato è nel 1930 a Venezia allievo ventenne di Virgilio Guidi all’Accademia di Belle Arti, fa le sue prime mostre a Milano dove diventa amico di Afro Basaldella e dei fratelli Dino e Mirko, friulani come lui, e va a Roma dove frequenta gli artisti della Cometa, Capogrossi, Mafai, Guttuso. La guerra lo riporta a Venezia, nella Resistenza si chiama Stefano e ha casa dietro lo squero di San Trovaso, dove in soffitta organizza la stamperia clandestina. Con l’amico e compagno Emilio Vedova è nel 1946 tra i fondatori del Fronte Nuovo delle Arti, che entra nella scena internazionale alla Biennale del 1948, dove Peggy Guggenheim acquista il suo Primo maggio, oggi al MOMA di New York. Il celebre grande dipinto Un fantasma percorre l’Europa (in realtà un trittico) venne esposto dopo lo scioglimento del Fronte alla XXV Biennale del 1950 e oggi è parte della collezione permanente della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. Pizzinato ci ha lasciato nel 2004, gli ultimi quadri li ha dipinti nel giardino della casa studio accanto alla Basilica della Salute.

Sono anni in cui gli artisti sono chiamati a scegliere tra astrazione e realismo, tra borghesia e lotta di classe. Armando Pizzinato è stato un pittore realista, un artista che non ha rinunciato alla figura e alla narrazione ma capace di superare ogni scolastica contrapposizione. Nei suoi dipinti c’è continuità tra il lirismo del suo riconosciuto maestro Guidi, la sintesi di cubismo e futurismo, l’interesse per il costruttivismo. La realtà della vita e della fatica quotidiana non uccidono la poesia, ne fanno parte. Come diceva lui stesso tutti i suoi problemi di pittore sono stati sulla linea e sul colore: “Un rosso che dica che l’uomo è vivo. Un bianco, un giallo, un verde che dicano che l’uomo è vivo qui sulla terra”.
Anche la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro è partner di Google Arts, dove si possono sfogliare le opere della collezione permanente. . Qui sotto un particolare di Europa 1950 di Emilio Vedova

Questa storia arriva anche oggi dai Servizi Educativi dei nostri Musei e parla dei tagiapiera, una delle corporazioni che contava più addetti a Venezia. Sin dalle origini, ma in particolare dal Rinascimento ai primi decenni dell’Ottocento, il marmo, resistente all’acqua e al salso, venne ampiamente impiegato nell’edilizia cittadina, a consolidamento delle fondamenta degli edifici, nella statuaria esterna di chiese e palazzi e nel rivestimento che caratterizza molti campi, fronti di canali e calli. Con l’impoverimento di Venezia, dopo la caduta della Repubblica Serenissima nel 1797 e con le successive dominazioni straniere, ebbe il sopravvento l’uso più sobrio ed economico del mattone e dell’intonaco.

Il mestiere faticoso del tagiapiera conferì a Venezia una veste architettonica ricca e fastosa che la continua necessità di manodopera impose a quest’Arte, a differenza delle altre corporazioni, di accettare tra i suoi confratelli anche lavoranti “foresti”, provenienti prevalentemente da terre lombarde, svizzere e centroeuropee. Questa tendenza si affermò particolarmente nei periodi in cui la città venne colpita da gravi pestilenze, come quelle del 1576 e del 1621.
Questo bellissimo leone marciano in moleca (si dice del leone che regge il libro come un granchio) della fine del XIII secolo si può ammirare al Museo Correr nelle sale dedicate alle Arti e mestieri.

CHIMERE, BASILISCHI E UNICORNI
La natura è meravigliosa, ma può diventare spaventosa. Lo sapevano bene anche gli antichi confezionatori di chimere e basilischi, che componevano pezzi di animali diversi, con l’aggiunta talvolta di occhi di vetro, per creare mostri. Nel Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue ne sono conservati due esemplari, in spazi ispirati dalle Wunderkammer, le cinquecentesche “camere delle meraviglie” costruite nelle abitazioni di ricchi nobili collezionisti e di qualche studioso. Non di rado vittima di truffatori, come raccontò anche Carlo Goldoni nel suo La bottega dell’antiquario, con il conte Anselmo buggerato da Arlecchino e Colombina che travestiti gli vendono finti fossili in cambio di zecchini d’oro, e pure gli animali fantastici erano ceduti a peso d’oro.
La chimera del Museo che somiglia a una sirena è di difficile datazione e provenienza sconosciuta: inizialmente venne descritta come “torso di scimmia unito a una coda di pesce”, ma recenti interventi di restauro hanno rivelato una natura più complessa, con parti in legno, peli e unghie di mammifero e parti diverse di pesci.

Il basilisco invece è composto a partire da un pesce angelo di piccole dimensioni, molto usato in quest’arte mistificatoria con altri pesci cartilaginei, come la razza chiodata. Il suo autore parrebbe essere Leone Tartaglini, celebre cinquecentesco imbalsamatore e ciarlatano di origini toscane che visse a Venezia, dove pubblicò anche due libelli (oggi conservati alla Marciana) e produsse la polvere corallina, usata come vermifugo, per la quale ricevette nel 1563 la licenza dei provveditori alla Sanità.
La moda della collezione di oggetti naturali esotici e bizzarri dei secoli XVI e XVII faceva accogliere anche l’inverosimile, per poter sfoggiare reperti esclusivi, ma già da allora ci furono dubbi sulla loro veridicità. Mentre su oggetti reali si creavano leggende, come per il dente del narvalo, anche questo nella collezione del Museo di Storia Naturale con pezzi di diverse misure e provenienze, che fino al Settecento si credette fosse il corno dell’Unicorno.
Anche il Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue è visitabile in Google Arts & Culture con tour virtuali e il Museo delle Emozioni.

Dato che abbiamo parlato di Carlo Goldoni riportiamo la storia pubblicata in questi giorni nel profilo Facebook della Casa di Carlo Goldoni.
Marzo è anche il mese delle donne, e questa è una donna speciale. Il suo nome era Lola Lorme (1883-1964) e la sua storia è una di quelle che non bisogna mai dimenticare. Nota studiosa e traduttrice goldoniana, le venne rifiutata la donazione di libri e carte alla biblioteca di Casa Goldoni perché ebrea. Fu una scritta con matita blu apposta direttamente da Mussolini sulla richiesta già approvata dal Ministero dell’Interno, direzione Generale per la demografia e la razza, a impedire qualsiasi ricorso. La scritta dice: “Niente”. Era il settembre del 1939.

Per i più piccoli oggi i nostri Servizi Educativi annunciano un concorso (da consultare sul profilo facebook). Ancora top secret quello che succederà (si sa solo che ci sarà una super sorpresa per il vincitore) ma segnatevi la data del 20 marzo!
Vogliamo farvi conoscere, in un modo diverso e divertente, i tesori conservati nei nostri musei. Protagonista di questo mese è il Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue: lo conoscete? L’avete visitato?Pensate un po’: il patrimonio scientifico del Museo consta di oltre 2 milioni di pezzi! 
Molte raccolte hanno origine da ricerche naturalistiche in ambito locale e rappresentano la memoria storica del territorio. Altre, che per la maggior parte provengono da donazioni, sono invece frutto di viaggi e spedizioni alla scoperta di terre sconosciute e hanno carattere paleontologico, etnologico, antropologico, geografico. Partendo dalle proprie collezioni e da un continuo lavoro di ricerca in ambiente ed in laboratorio, il museo svolge numerose attività promuovendo la partecipazione attiva della cittadinanza.

VIAGGIARE, DISEGNARE… E COSTRUIRE!
Venezia è la città più disegnata, dipinta, filmata e fotografata del mondo, da secoli. Oltre che approdo di estimatori e visitatori è stata però da sempre (si pensi a Marco Polo, forse il veneziano più famoso al mondo) anche casa e punto di partenza di grandi viaggiatori e esploratori e avventurieri veneziani. Alcuni di loro ci hanno lasciato fenomenali taccuini di viaggio, anche se non erano artisti, ma sempre eccellenti disegnatori. Come Antonio Paravia, ufficiale della Serenissima Repubblica che imbarcato sui vascelli della marina da guerra visitò gran parte del Mediterraneo orientale e centrale e compilò così, negli anni che vanno dal suo arruolamento del 1754 fino al 1797, un monumentale Mio portafogli di viaggi, osservazioni e memorie e frammenti historici del mio tempo. In centinaia di pagine divise in sei corposi volumi si trovano testi, immagini e curiosità: storia antica, commerci, oggetti, usi e costumi, arte, zoologia e geografia. Quasi assenti le note personali e biografiche di questo militare umanista, erudito e curioso, le sue immagini a china e acquerello rappresentano luoghi, avvenimenti e cartografie, urbane e militari. Incredibilmente, nulla di Paravia è stato pubblicato fino alla recente scoperta del suo lavoro. Il suo straordinario portafogli è patrimonio del Museo Correr grazie alla donazione dei suoi eredi nel tardo Ottocento.

Quella dei taccuini di viaggio, i carnet de voyage, è pratica antica e diffusa, lo è stata soprattutto dal XVII secolo, sull’onda del Grand Tour, il viaggiare in Europa e soprattutto di Italia di intellettuali e aristocratici. Negli anni in cui Paravia navigava agli ordini del Capitano da Mar in Italia e a Venezia si aggiravano Johann Wolfgang von Goethe e William Turner. Un trentennio dopo sulle sponde del Canal Grande prendeva i suoi appunti Jonh Ruskin per il suo magnifico The Stones of Venice. E l’artista e patriota Ippolito Caffi, veneziano d’adozione e perennemente in viaggio, andava da Roma a Napoli e da Atene a Costantinopoli per poi partecipare all’insurrezione veneziana contro l’Austria e infine seguire l’esercito garibaldino, sempre compilando taccuini ora conservati nel Gabinetto dei disegni e delle stampe dei Musei Civici. Solo per fare un paio di esempi.
Architetti, artisti, naturalisti avevano l’esigenza di compilare raccolte utili per il proprio lavoro, altri semplicemente amavano appuntare le loro impressioni e rappresentazioni di scorci, opere d’arte, paesaggi, bellezze. Opere d’arte di gloriose firme o semplici appunti di militari o mercanti, viaggiatori e esploratori, sono oggi documenti straordinari e unici per la storia dei luoghi, dei popoli, delle città, del costume delle epoche, furono alla loro creazione il modo di portare il mondo allo sguardo di chi non poteva viaggiare.
L’immagine (in alto) è un disegno di Antonio Paravia del porto della Valletta nel 1785.

Oggi la carta è protagonista anche dell’invenzione dei nostri Servizi Educativi per i più piccoli. Avete mai fatto un libro pop up? È semplice e divertente e qui ci sono istruzioni, tutorial e modelli già pronti da stampare e incollare.
Cina chiama Venezia! Torino chiama Venezia! Cari bimbi la nostra missione contro quel monello di un microbo sta diventando sempre più importante: due nuovi alleati sono dei nostri! Ora aprite bene le orecchie e ascoltate i comandi di battaglia.
Nelle scorse settimane Guan Zhongping, Capitano d’Oriente, ha invitato i bimbi cinesi con i loro genitori, chiusi in casa proprio come noi, ad affinare le proprie armi. E come? Costruendo dei bellissimi libri animati che raccontano tutti i segreti per combattere il virus.
Guan ci ha passato le istruzioni ed ora con l’aiuto dell’esercito del MUSLI – Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia e del tenente Massimo Missiroli, abbiamo a disposizione modelli e tutorial per creare le nostre tavole pop-up. Non ci resta che metterci subito al lavoro! I modelli si scaricano nel sito dei Servizi Educativi del Muve.
Se volete condividere le vostre opere pop up, o vedere quelle degli altri, o saperne di più, andate nel profilo Facebook dei Servizi Educativi MUVE 

TUTTI NELL’ALCOVA… CON LE FAVOLE AL MUSEO
Nel Settecento si diffondono, anche a Venezia, le alcove. Se ne trovano nei piani nobili dei palazzi, precedute da grandi anticamere con funzione di salotto, e nei piani ammezzati, dove vengono creati salottini, camere, boudoir, piccoli appartamenti a uso esclusivo dei membri della famiglia (anche il termine “tinello” risale al ‘700). Dal XVII secolo è aumentata la mescolanza di ceti e persone per la diffusione di luoghi pubblici di socialità come caffè e teatri, nello stesso tempo i singoli componenti delle famiglie, le donne, i figli, hanno iniziato a guadagnare autonomia, e i nuclei familiari coabitanti sono aumentati.

A Venezia nel Settecento non si costruisce molto, si sviluppa invece l’edilizia delle ristrutturazioni. Necessità e abitudini dei patrizi veneziani si sposano al diffondersi dell’uso di trattati di architettura privata francesi, a cui si deve l’espandersi delle abitazioni nei piani ammezzati, e italiani, in particolare quelli di Sebastiano Serlio. Le alcove, che venivano spesso costruite in occasione di nozze, sono spazi confortevoli e lussuosi anche se privati, con dipinti, arredi e decorazioni e salottini collegati, come guardaroba e toilette e studioli, lontani però da visitatori e domestici non richiesti e spesso collegate a accessi propri.

Il Museo del Settecento a Ca’ Rezzonico ospita un’alcova che proviene da Palazzo Carminati a San Stae, che risale alla seconda metà del Settecento. In legno intagliato bianco avorio, ha due porticine che portano a due corridoi paralleli e rispettivamente a un prezioso servizio da toletta e a un boudoir finemente decorato. Il letto ha una testiera decorata a tempera, sovrastata da un delizioso pastello di Rosalba Carriera.

L’alcova di Palazzo Mocenigo fu invece lì costruita nel 1787 durante i lavori di ristrutturazione disposti da Alvise Mocenigo, probabilmente per il matrimonio del figlio con Laura Corner, ed è oggi la sala lettura della Biblioteca del Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo. Molte alcove sono ancora presenti nei palazzi di Venezia, alcune sono andate perdute, altre sono state trasferite: l’alcova di Palazzo Sagredo è al MOMA di new York dal 1906.

Anche il Museo del Settecento Veneziano di Ca’ Rezzonico è in Google Arts & Culture per un giro imperdibile in tutte le sale [il funzionamento è quello di Street View] e una formidabile galleria di immagini, con percorsi dedicati.

IL GIOCO E L’AZZARDO
Venezia si è guadagnata molto presto la fama di capitale del gioco. Già dal Quattrocento era uno dei primi produttori di carte da gioco, si ha notizia di una prima fabbrica aperta nel 1391, e nel 1638 fu la prima città ad aprire un luogo pubblico dove poter giocare d’azzardo, il celebre Ridotto a San Moisè, nel Palazzo Dandolo (venne chiuso nel 1774). I giocatori, nei ridotti, nelle case e in campo, furono molto rappresentati e narrati, basti ricordare i quadri di Francesco Guardi e di Pietro Longhi oggi al Museo del Settecento Veneziano a Ca’ Rezzonico o le opere di Goldoni, di cui resta testimonianza nel Museo della Casa di Carlo Goldoni.
Tra i giochi d’azzardo più diffusi, assieme a carte e dadi, si trovano il biribiss, la bassetta, lo sbaraglino, il gioco reale e il gioco della mea. La bassetta era un gioco di carte, con un banco e tre giocatori, lo sbaraglino è l’antenato del backgammon, biribiss e gioco reale sono simili alla roulette, con giocatori che puntano sul quadrato di una tavola o un telo da gioco e un’estrazione, anche il gioco della mea, con la punta di una freccia rotante che casualmente sceglie in un cerchio di immagini, è basato su puntate e casualità.

Il gioco ha fatto parte del costume per secoli, nella Venezia cosmopolita e dei mercanti dove anche alcuni Dogi, e le loro consorti, furono celebri giocatori. Restano molti materiali, oggi conservati dal Museo Correr, con giochi da tavolo, solitari, giochi di pazienza, di bambini o di adulti. Alcuni, bellissimi, visibili in un breve video del museo.
Non c’era infatti sicuramente solo il gioco d’azzardo. Esemplare fu ad esempio l’opera di Giovanni Palazzi, stampatore e produttore di carte da gioco che creò una serie dedicata a famose donne veneziane, raccontando così, quasi le carte fossero un mezzo letterario, una singolare storia di Venezia. Anche il suo La virtù in giocco, ovvero Dame Patrizie di Venetia famose per nascita, lettere, per armi, per costumi del 1681 è patrimonio del Museo Correr.

Per la festa del papà, i Servizi Educativi ricordano una persona speciale per tutti noi: Teodoro Correr, “papà” delle nostre collezioni.
Nobile di antica famiglia veneziana, collezionista attento ed entusiasta, Teodoro Correr ha vissuto la sua passione in un momento particolarissimo: gli ultimi anni della Repubblica di Venezia e quelli successivi delle dominazioni straniere furono facili per il commercio antiquario, data la disponibilità di oggetti, opere d’arte, biblioteche e collezioni in svendita. In questo contesto Correr riuscì ad accumulare una quantità incredibile di materiali, con tutti i mezzi, qualche volta con pochi scrupoli, qualche volta con poca attenzione critica, spesso con mano felice e intuito fine, certo con originalità.
Alla morte, avvenuta nel 1830, egli donò a Venezia la sua raccolta d’arte, assieme al Palazzo a San Zan Degolà in cui era custodita, e ulteriori risorse destinate a conservare e incrementare la collezione che da lui prende il nome e che costituisce il nucleo fondante del patrimonio della Fondazione Musei Civici di Venezia.

FINESTRA O SPECCHIO?
Venezia è una città di pietra che sorge nell’acqua, con attorno isole che sono il suo orto, mentre il leone che la rappresenta poggia due zampe in terraferma. Un ambiente urbano unico e complesso e variabile abitato da specie volatili di tutti i tipi: gabbiani e piccioni, colombacci e pettirossi, cormorani e cinciallegre, ghiandaie e tortore, passeri e cornacchie, merli e scriccioli, rapaci e fringuelli.
Il Museo di Storia Naturale di Venezia intitolato a Giancarlo Ligabue, pubblica un Atlante ornitologico che mappa la presenza degli uccelli di Venezia, che periodicamente va aggiornato. Ora vuole farlo con l’aiuto di chi vive in questo meraviglioso territorio, in particolare osservando le aree urbane. Si chiama citizen science, è un’attività scientifica in cui cittadini e appassionati raccolgono dati e osservazioni che vengono poi condivise con ricercatori e scienziati.
È primavera, è iniziato il periodo della nidificazione. Ora siamo tutti chiusi in casa, quindi l’aiuto che sarà possibile dare è quello delle osservazioni dalla finestra, dal balcone, dall’altana. Che affacciano su tetti, cortili, spiazzi, aree verdi, che senza il normale traffico umano e urbano si popolano forse ancora di più di uccelli di tutti i tipi. Giriamo l’obiettivo, invece di fare selfie fotografiamo e raccontiamo quello che vediamo da qui. Poi lo mandiamo ai ricercatori del Museo.
Il monitoraggio della biodiversità urbana del progetto Uccelli di città serve a portare dati ai ricercatori, ma anche a incentivare l’osservazione e la conoscenza delle specie che vivono in città e una maggiore sensibilità dei cittadini verso i temi ambientali. Anche la scienza come l’arte è cosa viva, e tutte le persone sono chiamate a contribuire, ognuno secondo le proprie inclinazioni e possibilità.
Chiunque può partecipare, osservare, registrare e possibilmente fotografare o riprendere in video qualsiasi specie di volatile, da quelli più comuni a quelli più rari, e i suoi comportamenti, fino all’estate 2021.

“Colà è ora apparsa, scostando i rami della siepe fiorita, una giovane donna di suprema bellezza” Richard Wagner, Parsifal, Atto 2
La scena ispirò l’opera di Mariano Fortuny, uno dei 47 dipinti del suo ciclo wagneriano, che il Museo Fortuny ha scelto per salutare la nuova stagione e sfidarvi con un nuovo puzzle da 54 pezzi, per i più audaci, ma con le opere del Fortuny fatte a puzzle si possono cimentare tutti, grandi e piccini, anche con composizioni più semplici. Si trovano scorrendo il profilo Twitter del Museo.

Per i piccoli restare a casa in queste giornate è complicato. Questo bel bambino è addirittura intrappolato in un quadro! Sta dietro al doge Andrea Gritti in un dipinto di Tintoretto, è un ballottino. Uno di quei bambini che venivano scelti dai membri più giovani del Maggior Consiglio in piazza San Marco per fargli estrarre a sorte una balota dall’urna, nell’elezione del Doge che si svolgeva anche con estrazioni a sorte. Questa bella storia è raccontata nell’account Facebook di Palazzo Ducale.

VENEZIA IN BIANCO E NERO
Una Venezia vuota, sospesa, straniante, spettrale, dove negli occhi entra anche il silenzio. È la Venezia degli scatti di Carlo Naya, che l’ha fotografata dal 1857, quando qui arrivò da Pisa. Il suo studio fotografico tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento è uno dei più importanti a Venezia e in Italia, con un mercato internazionale. Con banchi ottici di grande formato Naya fotografa tutto il fotografabile: vedute, architetture, scorci, opere d’arte, scene di vita cittadina. Compone negli anni un vero “censimento visivo”, che diventa un archivio prezioso delle ricchezze architettoniche, ambientali e artistiche della città e della sua laguna e un pezzo di storia della fotografia.
Nei primi scatti la figura umana è rara, dati i lunghi tempi di posa necessari, con l’evolvere della tecnica le fotografie si popolano. Naya fotografa per i veneziani, che nei suo scatti trovavano la loro città, per gli studiosi e gli artisti, che hanno così a disposizione veri cataloghi di opere, per gli stranieri e i viaggiatori, che vi ritrovano l’immaginario della tradizione iconografica e la memoria dei luoghi che hanno visitato. Carlo Naya ha una profonda cultura artistica e grande abilità tecnica, le sue fotografie richiamano sia la tradizione vedutista veneziana che l’innovazione fotografica del tempo (negli stessi anni Nadar fa le sue prime foto aeree).

Carlo Naya, piemontese di nascita, laureato in legge a Pisa, viaggia in Italia, Europa, Egitto e Medio Oriente (il suo primo studio fotografico lo aprì a Costantinopoli) e si insedia infine a Venezia. La Ditta Naya ha la sua prima sede in riva degli Schiavoni, con un laboratorio in campo San Maurizio, dopo il 1867 il negozio è in piazza San Marco. Conquista medaglie alle Esposizioni Internazionali, i suoi cataloghi sono tradotti, ha corrispondenti da molte capitali europee, è anche il fotografo del re, con l’esclusiva per la ripresa dei grandi eventi a Venezia. Muore nel 1882, la Ditta resta aperta fino al 1918, parte del suo archivio è ceduto a Osvaldo Böhm. Il fondo Naya dei Musei Civici fu ceduto da Böhm e acquistato dal Museo Correr nel 1941, ci furono poi altre acquisizioni e donazioni. Una parte del fondo è stata trasferita a Palazzo Fortuny, oltre 1000 originali sono stati ordinati e digitalizzati e l’intera storia si può leggere nell’ultimo Bollettino MUVE. Molti scatti si trovano anche nel Catalogo on line dei Musei Civici.

Per restare nella Venezia in bianco e nero, segnaliamo che in questo periodo l’Archivio Luce ha aperto i suoi archivi. Dentro c’è la storia della città e della laguna, e pezzi di storia dei nostri Musei. Fra i quali si possono segnalare la Visita al Museo del Settecento Veneziano presso il Palazzo Rezzonico del 1936 e l’assegnazione qui nel 1957 dei Premi Olivetti di Architettura e Urbanistica (con Bruno Zevi, Giuseppe De Logu, Carlo Scarpa, e Adriano Olivetti, per il quale la cultura aveva un ruolo chiave anche nell’industria). Un servizio del 1952 sul Centro Studi Goldoniani, l’attuale Museo di Casa di Carlo Goldoni, per i 250 anni dalla nascita del commediografo, con la presenza del Capo dello Stato Giovanni Gronchi. Un filmato muto del 1932 che mostra probabilmente una inaugurazione del Museo del Vetro, nato nel 1861 e acquisito da Venezia nel 1923 con l’annessione di Murano, dopo il suo riordino seguito al trasferimento dei vetri del Correr appunto nel 1932.
Particolarmente curiosi sono diversi servizi sul Centro Internazionale delle Arti e del Costume di Palazzo Grassi, il cui patrimonio fu acquistato dal Comune di Venezia nel 1985 e entrò, con le collezioni di Vittorio Cini e le raccolte tessili del Museo Correr e del Museo del Settecento di Ca’ Rezzonico, nel Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume (oggi anche del Profumo) di Palazzo Mocenigo nato nello stesso anno. Segnaliamo qui un appuntamento istituzionale del Centro in un servizio del 1969 con una curiosa sfilata e un godibilissimo vivace servizio del magazine tv Radar del 1970 sulla kermesse Moda Sintesi che si conclude con una Venezia finalmente a colori.

MURRINE E MILLEFIORI
Il vetro ha storia antica, millenaria, durante la quale ha conosciuto molteplici usi, forme e tecniche, dalle sue origini in Siria alla sua diffusione nell’Impero romano, alle meraviglie settecentesche, al design contemporaneo. Il vetro muranese nasce intorno al Mille, e nel XIV secolo la produzione è già ben avviata, nell’isola si contano almeno 12 vetrerie. A metà del Quattrocento conquista la leadership, grazie anche al declino della produzione islamica, è il momento in cui Angelo Barovier inventa il vetro cristallino, e per tutto il Cinquecento è un fiorire di virtuosismi e forme bizzarre, con le decorazioni a mano volante (libera), incisioni a punta di diamante, il vetro ghiaccio, le filigrane, la leadership veneziana e muranese è indiscussa.

Nel Seicento i vetrai muranesi cominciano a viaggiare e a produrre all’estero, è il periodo dei vetri à la façon de Venise e succede anche come reazione alla crisi economica che colpisce Venezia, a causa della peste del 1630, e verso la fine del secolo della diffusione dei vetri boemi. Nel Settecento la concorrenza è molto forte, nonostante la creatività veneziana e il vetro opalino, lattimo, calcedonio che nascono dall’inventiva muranese. Per la rinascita si deve aspettare la metà dell’Ottocento, con strategie che uniscono il recupero di tecniche antiche al virtuosismo, alla fantasia, alla capacità di innovazione.

È in questo periodo che si impone il vetro murrino. Le tecniche vetrarie conoscono nei secoli periodi di oblio e riscoperta, e anche questa ha radici antiche. I maestri indiscussi sono Giovanni Battista e Giacomo Franchini e Vincenzo e Luigi Moretti, padri e figli, con complesse composizioni e ritratti patriottici. La definizione di vetri murrini, ripresa da Plinio il Vecchio, si deve all’abate Vincenzo Zanetti, figura fondamentale nella rinascita dell’arte vetraria e anche nella nascita nel Museo del Vetro di Murano, nel 1861, che conserva nel suo percorso espositivo il racconto della storia antica e moderna di questo straordinario materiale (e comprende un’intera sala dedicata alle murrine).

La tradizione del vetro murrino continua ancora oggi. Con le murrine figurative di Mario e Antonio dei Rossi, il padre dal 1989 con riproduzioni di famose opere d’arte (sua la murrina qui sopra, un ritratto di ragazza dal Pollaiuolo), il figlio ancora oggi con soggetti del mondo animale e vegetale (suo il leone qui a fianco, diametro 3cm). La loro tecnica è quella della composizione a freddo: canne sottili (dette millefiori) accostate fino a comporre il disegno, poi riscaldate e tirate fino a ridurre l’immagine a una spettacolare miniatura, e infine affettate. La stessa tecnica di Luigi Moretti, che a fine Ottocento produsse un’incredibile serie di murrine con ritratti miniaturistici di famosi personaggi dell’epoca che gli diede fama mondiale.
La storia del vetro, e del suo Museo a Murano, è lunga e affascinante. Tanto da diventare una favola, (https://www.radiomagica.org/portfolio-articoli/radio-magica-libera-tutti-musei-civici-veneziani/), un modo divertente e interessante per passare un quarto d’ora con i più piccoli in queste lunghe giornate. Per tutti, c’è invece un video (https://www.youtube.com/watch?v=b4jreuN2Vv8&list=PLABBA38B8EE1D556F) che ci porta nelle sale del Museo.

Fuori dalle nostre finestre stanno sbocciando i fiori. Come questi, i fiori blu di Veronica persica, che si chiama così perché vengono dall’antica Persia. Il nome glielo ha dato nel 1808 il botanico Jean Louis Marie Poiret, che li osservò nel giardino botanico di Parigi. Oggi si trova in tutto il mondo e la loro storia la racconta il Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue nel suo profilo Facebook.

E sempre per celebrare i colori e i fiori, niente di meglio che chiudere con un omaggio dal Museo del Settecento Veneziano di Ca’ Rezzonico una splendida, sorridente e sensuale Allegoria della Primavera di Rosalba Carriera.

RODIN, DANTE E VENEZIA
Il nascente Museo delle Arti decorative di Parigi commissionò al termine dell’Ottocento un grande portale in bronzo, con scene ispirate dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, allo scultore Auguste Rodin, che si concentrò sull’ Inferno. Il portale non fu infine mai realizzato, come lo stesso museo, ma Rodin ci lavorò comunque per oltre vent’anni, ricavandone decine di sculture. A una di queste, che era stata pensata per stare alla sommità del portale ed era alta 70 centimetri, fu dato il titolo di Poeta. Poi Rodin decise di riprodurla in gesso in enormi dimensioni, e diventò celebre come Il Pensatore.
Il Pensatore venne esposto a Londra a Parigi nel 1904 e il successo fu tale da provocare una sottoscrizione per farne una versione in bronzo e metterla davanti al Pantheon di Parigi, dove rimase fino al 1922, quando fu trasportata al Museo Rodin. Esistono oggi circa 20 imponenti statue in gesso del Pensatore, una delle quali sta a Meudon sulla tomba dello stesso Rodin, nato a Parigi nel 1940 e morto nel 1917.

Auguste Rodin ha partecipato a due Biennali a Venezia, nel 1901 con il grande gesso I Borghesi di Calais e nel 1907 con Il Pensatore. La prima opera fu acquistata dal Comune di Venezia, la seconda dall’allora sindaco della città Filippo Grimani, entrambe per entrare a far parte della collezione di Ca’ Pesaro, che dal 1902 è sede della Galleria Internazionale d’Arte Moderna.Auguste Rodin è stato un grande innovatore della scultura, francese e non solo. I suoi modelli sono stati anche italiani, viaggiò spesso nel nostro Paese, le sue opere si scostano dalla tradizione, non sono levigate e rifinite, e i suoi corpi hanno posizioni non eleganti ma spontanee. Ogni muscolo del Pensatore è flesso, la torsione del busto esprime una tensione potente, l’intensità espressiva è dell’intero corpo, il volto celato nel dorso della mano. Il Pensatore non è in una posizione di riposo.

Il 25 marzo è Dantedì, la data che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia e l’abbiamo celebrata.
Per un viaggio digitale nelle collezioni della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro c’èGoogle Arts & Culture.
La sera del 25 su Rai1 è andato in onda Stanotte a Venezia, speciale di Alberto Angela. Un viaggio straordinario fra storie e capolavori, per scoprire e riscoprire questa meravigliosa città in attesa di poterci tornare e di poterla tornare a vivere. E sì, ci sono anche i nostri Musei. Ricordando che su RaiPlay è sempre visibile anche Io sono Venezia, programma di Rai Cultura di pochi mesi fa che ha un curioso format, con personaggi storici di Venezia, interpretati da attori, che raccontano la propria vita e le proprie opere e gesta, la città e la sua arte, girato nei nostri Musei.

Il 25 marzo si è celebrata anche la fondazione di Venezia. La tradizione infatti, vero o no, fa risalire la fondazione della Chiesa di san Giacomo a Rialto, Rivoalto, che secondo i Diarii di Marin Sanudo sarebbe avvenuta proprio il 25 marzo 421. Un giorno speciale, ricordato anche dai nostri MUVE Education con un bel post nel loro profilo Facebook. E questa qui sopra è la celeberrima enorme Mappa di Venezia di Jacopo De’ Barbari, xilografia del 1500 conservata nelle sale del Museo Correr, che ne possiede anche le originarie e preziosissime matrici in legno di pero.

LA VITA AVVENTUROSA DELLE STATUE
Nelle nicchie nel cortile di Palazzo Ducale che le hanno ospitate per secoli, ognuna nella sua, ci sono le copie di bronzo. Gli originali, le tre sculture marmoree a piena altezza dei progenitori Adamo ed Eva e del Guerriero, che nacquero e trovarono posto nella facciata dell’Arco Foscari nella seconda metà del Quattrocento, oggi mostrano tutto il loro splendore nella Sala dello Scrutinio. Hanno avuto vita avventurosa, come del resto il loro autore Antonio Rizzo, forse il migliore scultore del secolo, sicuramente lo scultore veneziano più menzionato dagli autori suoi contemporanei. Ma andiamo per ordine.

Le tre statue, campioni dell’arte rinascimentale veneziana, sono state all’aperto per secoli, ma la prima testimonianza archivistica su di loro è del 1709, quando in Senato si denuncia il degrado di Palazzo Ducale, in particolare del cortile. Dove in occasione delle elezioni o della carnevalesca caccia dei tori si costruivano palchi provvisori, con gli spettatori che facilmente si arrampicavano sulle statue dell’Arco Foscari, che non di rado finivano con “teste, brazzi e mani” spezzati. Nel 1823 i documenti registrano un intervento di rimozione di nidi di rondini durante il quale una scala viene appoggiata alla statua di Eva, e le spezza un braccio. Già nel 1725 sono oggetto di pulizia, rifacimento di pezzi mancanti e stuccature, da parte dello scultore Antonio Corradini. Un altro restauro viene fatto nel 1845 a opera di Pietro Lorandini.

Adamo, Eva e il Guerriero (detto anche Marte) vennero rimossi la prima volta, tutti insieme, nel 1917. Dal 1915 l’Italia è in guerra e le statue sono coperte di sacchi di sabbia, come la Scala dei Giganti, ma dopo Caporetto le opere d’arte più importanti di Venezia vengono in fretta portate via dalla città, le tre statue vanno a Pisa. Tornano in laguna due anni dopo, nel 1919, nelle loro originarie postazioni: per primo il Guerriero, Eva e Adamo per qualche mese restano a terra, date le loro condizioni non ottimali.

La prima a essere trasformata in bronzo è Eva. Nel 1920 la copia prende il suo posto, l’originale va al coperto nel Palazzo. Nel 1940 altra guerra: Adamo e il Guerriero finiscono in un locale blindato a pianterreno. Nel 1947 l’allora suo direttore cerca i circa 300 kg di bronzo per la copia di Adamo, e li chiede alla Marina Militare. Il bronzo dei cannoni vecchi almeno di 50 anni è quello giusto per la statua, riesce a ottenerlo nel 1953, la copia va nella facciata Foscari e Adamo si ricongiunge a Eva. Sono raggiunti poco dopo dal Guerriero, anche lui sostituito da una copia in bronzo. Negli anni seguenti sono esposti insieme in diverse sale a Palazzo, dagli anni Ottanta nel Liagò.

Nel Liagò di Palazzo Ducale le tre statue di Antonio Rizzo sono state dal 2015 pazientemente restaurate, in uno spazio diviso dal pubblico da una parete trasparente. Dopo le analisi al CNR di Milano con tecniche innovative al laser è stata rimossa la patina grigia e nera accumulata nei secoli. L’intero processo è stato eseguito dal restauratore Jonathan Hoyte con la direzione tecnica di un comitato scientifico composto da Fondazione Musei Civici di Venezia, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, Opificio delle Pietre Dure di Firenze, Scuola Normale di Pisa, e finanziato da Venetian Heritage.

La fama di Antonio Rizzo era grande e le statue erano già considerate capolavori del Quattrocento, eppure l’attribuzione al loro vero autore avvenne solo un paio di secoli dopo. La bizzarria è dovuta a un errore di Giorgio Vasari, che nel Cinquecento attribuì le statue dei progenitori a un quasi omonimo del Rizzo (il padovano Andrea Briosco detto il Riccio), nonostante la firma di “Antonio Rico” nel basamento della statua di Eva. Per il Guerriero la giusta attribuzione arrivò addirittura solo a metà dell’Ottocento.
Nato presumibilmente a Verona, Rizzo arriva a Venezia un po’ prima del 1465, dove visse sempre nella Parrocchia di San Giovanni Nuovo. Nel 1469 diventa capo scultore dell’Arco Foscari, nel lato che guarda sul cortile di Palazzo Ducale. Lì trova posto il Guerriero, probabilmente la prima delle tre statue a prendere forma e posto, seguita da Adamo e Eva che invece stanno di fronte alla Scala dei Giganti. Nel 1485 diventa protomaestro di Palazzo Ducale. Tra questi due eventi Antonio Rizzo è anche autore della tomba del doge Niccolò Tron in Santa Maria Gloriosa dei Frari, è iscritto nella Scuola Grande di San Marco che gli commissiona scalinata e pulpito per la confraternita, riceve dal doge Moro l’incarico di realizzare tre altari nella Basilica di San Marco, solo per citare alcune importanti imprese veneziane, e partecipa personalmente alla difesa di Scutari assediata dai Turchi, costruendo mura difensive e palle di cannone. Rientrato a Venezia si dedica alla ricostruzione dell’ala destra di Palazzo Ducale, distrutta da un incendio. Dalla città lagunare nel 1498 Rizzo fugge dopo aver venduto tutti i suoi beni, dato che proprio controllando i conti della ricostruzione di Palazzo Ducale due senatori si accorgono della sparizione di una somma ingente, di cui Rizzo viene accusato. Fugge in Romagna, ma della sua fine non abbiamo notizie.

Una fra le prime e più importanti guide illustrate di Venezia è il libro Il Forestiere illuminato, un piccolo volume (un tascabile diremmo oggi) stampato da Giovanni Battista Albrizzi nel 1740 e ricco di incisioni. Contiene una narrazione di Venezia divisa in sei giornate ed era destinato a un visitatore colto, anche giovani politici europei in viaggio lo leggevano per avere una visione completa della città.
Il libro si può vedere in un breve video nella pagina Facebook di Palazzo Ducale, sfogliato e descritto da Gabriele Paglia della Biblioteca del Museo Correr.

Ora un po’ di colore per i piccoli: la serie di libri pop up da autocostruire si è arricchita con un nuovo modello, quello di Giulio Coniglio. Per sapere che altro accade nella lotta contro quel monello di virus che ci costringe tutti a casa e dare una mano con carta, forbici e colla, seguite il profilo Facebook dei nostri eroici MUVE Education.

DUE SANTI PER DUE COLONNE
San Marco di qua, San Todaro di là. Stanno da secoli sulle due colonne di marmo e granito, “bigio una e rossiccia l’altra”, nella piazzetta a fianco di Palazzo Ducale, avvolte da misteri mai risolti. Una statua in bronzo in forma di leone dal volto umano di probabile origine assira, trofeo arrivato da Costantinopoli con le crociate capitanate da Enrico Dandolo nei primi anni del 1200 e a Venezia rimaneggiato e dotato di ali e Vangelo, e un San Teodoro di pietra coi piedi poggiati su un drago in forma di coccodrillo con zampe palmate e muso di cane.
Sono i due patroni di Venezia, solo uno è oggi istituzionale, ma dell’altro ricorre ancora il nome, Teodoro che diventa Todaro in veneziano. Il leone è lo stesso lì issato secoli fa, del Todaro invece se si vuole ammirare l’originale si può andare nel cortile di Palazzo Ducale. Dove fu messo nel primo dopoguerra, quando dopo una lunga vicenda costellata di articoli di giornale e carte bollate fu tirato giù per lasciare al suo posto una copia. Era davvero malconcio, non si sa da quando fosse lì in cima, Sansovino scrisse dal 1329, ma dicono gli studiosi che le colonne arrivarono intorno al 1150, con doge Vitale Michieli II, e pare strano che siano restate sguarnite per tanto tempo. Del resto, non è chiaro neppure quando trovò posto il leone alato.

La statua di quello che ancora molti turisti credono un San Giorgio (che era invece il protettore dell’antica rivale Genova, sono entrambi santi guerrieri uccisori di draghi) è in realtà un insieme di statue. La testa e il busto di origini romane, testa dell’imperatore Costantino e busto di Adriano in marmo pregiato, il resto posticcio in marmo più scadente e pietra d’Istria. Nel 2017 anche questa statua è stata restaurata ed è quella che si ammira sotto il portico del cortiletto dei Senatori a Palazzo Ducale, dove protegge i veneziani ad altezza d’uomo dal 1948.
Delle colonne narra l’architetto Giovanni Antonio Vendrasco alla fine dell’Ottocento, nel suo “Marco e Todaro”, riportando che “Sebastiano Zani, ricco e settuagenario doge, fece bandire una strida colla quale si prometteva generoso premio a chi avesse compiuta quell’opera, per meccanici mezzi”. Era circa il 1170 e le colonne giacevano stese in piazzetta in attesa di qualcuno che riuscisse a sollevarle. L’esito lo racconta il Sansovino: “Un lombardo chiamato Niccolò Barottiero le drizzò et ne hebbe honesto premio oltre al quale volle privilegio che i giuocatori havessero libertà di giuocare a piè di dette colonne senza pena alcuna”, e conferma si trova nella Cronaca Magno: “Venne un ingegniere che era un gran baro de zuogo et disse del levarle”. Le colonne furono sollevate dal Barottiero con uno stratagemma, legandole con corde bagnate che una volta asciutte si restringevano sollevando i due macigni, in cambio fu concessa fra le due libertà di gioco d’azzardo. Per secoli sono state porta d’entrata e punto di ritrovo della più varia umanità veneziana. Qui sotto ritratta da Giacomo Guardi a penna, opera conservata nel Museo Correr.

Palazzo Ducale è l’edificio simbolo della città e della civiltà millenarie di Venezia e scrigno di opere fra le più belle al mondo. Per chi lo ha già visitato, per chi lo frequenta perché veneziano, per chi ha sempre sognato di andarci, per chi ci andrà o tornerà, c’è il pdf della sua guida(https://palazzoducale.visitmuve.it/wp-content/uploads/2016/01/Guida-Ducale-ITA.pdf?fbclid=IwAR381qX_Oiovc1OUajsSzaWAN9Ce7TJTzl1ONlhwAi0CoW-kB9LSXdsbwbs). Buona lettura

Venezia è da sempre un crocevia, di persone e culture, di mercanti e artisti, di opere e invenzioni, persino il Todaro è un collage di pezzi. Le sue relazioni con il mondo, forti di una orgogliosa ma accogliente e generosa identità, sono sempre vive.
Il Museo Ermitage possiede un patrimonio d’arte italiana e veneziana inestimabile, il suo legame con Venezia è forte e testimoniato in anni di scambi e collaborazioni, anche con i Musei Civici. Accogliamo quindi con estremo piacere il messaggio di vicinanza e solidarietà che Ermitage Italia ha voluto esprimere con trasmissioni live e video dalle sale dell’Ermitage, per raccontare la nostra arte custodita a San Pietroburgo: il messaggio del direttore del Museo Ermitage Mikhail Piotrovsky (https://www.youtube.com/watch?v=25W4VAY0Pfo) e la prima puntata di una serie di appuntamenti (in italiano) all’Ermitage con l’arte italiana e una sapiente guida (https://www.youtube.com/watch?v=_iX9c7o3zQc)

C.S.
Fonte: Muve Press e Newsletter

www.visitmuve.it

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