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L’intervista di DeArtes
TRIO METAMORPHOSI
Non rinunciamo all’autenticità della musica


Trio Metamorphosi: una formazione sulla scena da molti anni, che tiene concerti nelle più prestigiose sale al mondo anche in collaborazione con colleghi di primissimo piano nel panorama internazionale, ed è molto attiva sul versante discografico.

De Artes ha intervistato il Trio Metamorphosi in occasione dell’uscita del nuovo CD: Kakadu Variations – Trios Op.11 & 70 n.2, terzo capitolo del Beethoven Piano Trios Project, la collana edita da Decca che raccoglie in quattro volumi l’integrale dei trii per pianoforte di Ludwig van Beethoven (1770-1827). Una minuziosa indagine sul genio di Bonn e l’ennesima conferma di qualità per Mauro Loguercio (violino), Francesco Pepicelli (violoncello) e Angelo Pepicelli (pianoforte). Tre personalità artistiche che “respirano” all’unisono, che si fondono dando vita a un ensemble dalla netta impronta distintiva. Il Trio Metamorphosi genera un suono perfettamente costruito e al contempo vividamente spontaneo, rilucente e morbido nelle dinamiche e nell’espressività di straordinaria, e sempre ben calibrata, intensità. Una esecuzione intrisa di quel senso di radiosa scoperta che è divenuto il loro “marchio di fabbrica”, un sentimento che essi stessi provano nell’approcciarsi all’autore e che, con rara efficacia, pongono in generosa condivisione con il pubblico.

Il nome Metamorphosi allude a una mutazione, ma forse nel vostro caso sarebbe più corretto parlare di crescita nell’ambito di un discorso portato avanti negli anni con duttile coerenza. Possiamo attribuire la vostra “metamorfosi” al rinnovarsi dell’entusiasmo nell’accostarvi al compositore, nella voglia di scoperta e continua riscoperta dello spartito?
Certamente. Lei ha centrato due aspetti fondamentali del nostro approccio: l’entusiasmo e la ricerca della scoperta continua di ciò che è contenuto nelle opere d’arte con le quali condividiamo una parte importante della nostra vita. Ed entrambi si rinvigoriscono a vicenda, così negli anni hanno prodotto cambiamenti profondi nel nostro modo di fare musica, di relazionarci con il compositore e lo spartito, con il pubblico e fra di noi. Questa serie di cambiamenti, come accade anche nella vita, non sono sempre costanti, viaggiano con alti e bassi, ma non sono mai mancati ed è arrivato un momento di accelerazione tale che ci siamo riconosciuti come altre persone, altri musicisti, insomma un altro Trio. Il cambiamento era diventato una vera metamorfosi. E allora abbiamo sentito forte l’esigenza di comunicarlo in modo immediato con un gesto che nessun complesso da camera ha mai fatto finora, senza cambiare elementi al suo interno: quello di cambiare nome. Trio Modigliani è stato il nostro nome di battesimo, di nascita, nel quale ci riconoscevamo quindici anni fa. Oggi, a distanza di cinque anni dal cambiamento di nome, ci sentiamo ancora più convinti di quel gesto inusuale, che a sua volta ci ispira ogni giorno.

La musica da camera nasce per luoghi ristretti dove instaurare un filo diretto con l’ascoltatore. Le doti di “metamorfismo” emergono evidenti nella vostra capacità di gestire il suono in ambienti diversi. Nei concerti dal vivo in piccole sale vi affidate più alla tecnica o al cuore, alla razionalità o all’istintività? E come vi rapportate a teatri o sale da concerto di grandi dimensioni?
Amiamo profondamente la musica da camera e quindi i luoghi raccolti dove è possibile vivere e condividere intensamente tutte le emozioni che ci ispira. Le piccole sale sono spesso un vantaggio per ottenere un’atmosfera di raccoglimento, di concentrazione, di sintonizzazione fra noi e il pubblico, condizione indispensabile perché avvenga la ri-creazione dell’opera d’arte. Però nella grande sala non cambiamo affatto il nostro atteggiamento, non rinunciamo all’autenticità della musica, che a nostro parere è così forte e comunicativa, che non ha bisogno di gesti o suoni amplificati o addirittura modificati per arrivare in modo pieno ed esaustivo. La condizione esterna più importante perché ciò avvenga non è data dalle dimensioni della sala, bensì dall’acustica. È il suono della sala che noi ascoltiamo, il dialogo che si genera fra il nostro suono, con il significato che c’è dietro, e il suono che la sala ci restituisce. Ecco perché ci piace provare con calma in sala prima del concerto, per familiarizzare con l’ambiente, oltre che con il pianoforte, che ovviamente cambia ad ogni concerto.

Il progetto Decca dell’integrale beethoveniana per piano trio, avviato con le prime due uscite nel 2019, si configura come un percorso grandemente impegnativo. Come è nata l’idea di questo progetto?
Il nostro primo progetto pubblicato dalla Decca è stato il doppio cd con l’integrale per trio di Schumann. Contiene fra l’altro una straordinaria ‘world premiere’, di cui andiamo fieri, per aver ridato voce dopo ben 150 anni ad alcune sue intuizioni geniali nella prima versione del Finale dei Phantasiestücke op. 88. Così questa composizione prende una luce affatto diversa, ricca di estro, varietà, profondità e leggerezza: in essa abbiamo visto risplendere completamente le qualità delle più belle opere schumanniane.
Dopo il successo di questa produzione, ci siamo dedicati alle composizioni dedicate alla Scozia da Haydn e Beethoven, incidendo il cd ‘Scotland’, sempre per Decca: un’avventura emozionante anche per la collaborazione con un’artista del calibro di Monica Bacelli, cantante di rara capacità espressiva.
A questo punto ci siamo sentiti pronti per la grande avventura beethoveniana, per andare a cercare dentro le pieghe di un corpus di opere straordinarie qualcosa che giustificasse una ennesima incisione, dopo che tutti i grandi Trii della storia avevano lasciato ai posteri vere pietre miliari. E l’abbiamo trovata proprio nella cifra espressiva dei contenuti più profondi, che abbiamo sentito risuonare dentro di noi e ai quali abbiamo cercato di dare voce, andando a fondo dentro ciò che Beethoven ha lasciato. Anche in questo progetto la Decca ci ha seguito con vero e proprio entusiasmo, del quale siamo grati.

In questo ultimo CD sono presenti composizioni introverse oppure improntate all’espressività. Quale di queste caratteristiche ritenete si avvicini maggiormente alla vostra sensibilità?
Cerchiamo di non rinunciare a nessuna delle due. Riteniamo siano due facce della stessa medaglia. Il Trio op. 70 n. 2 è esemplare al riguardo. Domina l’introversione, almeno nei primi tre movimenti, e questa scoperta del ‘mondo dentro’ – come lo chiama Antonio Rostagno nelle illuminanti note al cd – è entusiasmante e arricchente. Ma il quarto movimento risolve i conflitti interiori, precedentemente esposti, in un’atmosfera di pienezza, di gioia superiore, che non dimentica quello che è successo, ma lo trasforma e lo porta ad un livello superiore.

Come si è rivelato il compagno di viaggio Ludwig?
Un maestro ineguagliabile! Siamo andati ad approfondire la conoscenza di ogni passaggio, per scoprire il valore di ogni cosa scritta, senza fermarci mai ad una rappresentazione stereotipata dei segni musicali, ma dando un notevole peso anche alle ragioni dell’armonia, della struttura, della cantabilità, dell’esigenza di far parlare la musica, proprio come lui ha voluto fortemente in tutta la vita. I suoi pensieri, le sue emozioni sono diventate il centro del nostro interesse e così ci si è rivelato come un grandissimo maestro di vita.

Avete tenuto recentemente un concerto a Bari e avevate una tournée molto fitta. Cosa sta comportando per voi la pandemia, come state vivendo questa difficile situazione? Qual è il vostro pensiero sul futuro a breve termine della musica e dell’arte in generale?
In realtà il concerto di Bari era previsto per il 30 giugno, al termine di sei mesi molto intensi: oltre venti concerti, tutti con Beethoven. Bari doveva essere l’ultimo di questo tour, invece è diventato il primo della ripresa. Una ripresa molto difficoltosa, ma doverosa. La musica deve essere in prima linea, ad indicare i valori profondi della nostra società, che spesso si dimenticano. La pandemia ha portato lontananza fisica, ma anche la possibilità di introspezione, di ricerca profonda dentro di noi dei veri valori che possono ispirare la nostra vita. Ora è arrivato però il momento di esprimerli con forza, nel pieno rispetto degli altri e delle regole stabilite. La musica deve tornare a risuonare in tutti teatri, le sale e dovunque con rinnovata forza, energia. Ci auguriamo che i governanti di ogni Paese si rendano conto di questa urgente necessità della nostra società, oltre che del mondo musicale, che altrimenti rischia di essere menomato, ferito profondamente. Il senso di responsabilità deve essere alto, deve essere prima di tutto individuale: «sono certo che non manca ad ogni persona che partecipa ad un concerto di ‘musica forte’» come Quirino Principe ama definire la musica classica.

Intervista Maria Luisa Abate

Agosto 2020

www.triometamorphosi.com

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