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L’intervista di DeArtes
MICHELE SPOTTI
L’essere umano
senza musica
non può resistere


(ph Marco Borrelli)

Michele Spotti: Direttore d’orchestra classe 1993, dalla carriera già costellata da successi in contesti di indiscutibile prestigio, in Italia e in Europa. Fin dalla più tenera età ha bruciato le tappe senza la fugacità di una meteora, ma costruendosi basi solide, edificate sullo studio, sui concorsi, sull’assistentato. La sua bacchetta è consapevole eppure fresca; l’attenzione alla partitura è motivata da palpabile entusiasmo; la scelta di colori e dinamiche e la precisione nei dettagli sono quasi cameristiche. Spotti fonda il suo essere musicista, grandemente stimato, sulla complementarietà tra questi elementi.

DeArtes incontra il Maestro Michele Spotti a pochi giorni da Il barbiere di Siviglia in scena il 25, 27 e 29 novembre 2020 al Rossini Opera Festival di Pesaro. Il ROF (in data 28 ottobre) ha confermato le produzioni liriche. Qualora i nuovi decreti lo permettessero, lo spettacolo sarà aperto al pubblico, secondo le norme di sicurezza previste. Viceversa Barbiere sarà trasmesso gratuitamente in streaming. Vedi i dettagli della Stagione qui

Michele Spotti ph by Clarissa Lapolla

Maestro Michele Spotti, ha deciso fin da bambino che questa sarebbe stata la sua professione, ha studiato violino e, diciassettenne, è entrato in una classe di direzione d’orchestra. Ha vinto concorsi importanti e ha debuttato sul podio a soli vent’anni. Una velocità da Formula Uno! È contata di più la predisposizione naturale o la volontà ferrea? Più lo studio o il carattere?
Sicuramente la costanza è una delle doti più importanti in un musicista. Anche il più grande talento senza un’applicazione quotidiana può risultare vano. Sono convinto che durante il periodo dell’adolescenza e della giovinezza un aiuto concreto anche da parte di chi ti circonda sia determinante. I genitori hanno spesso un ruolo chiave nel percorso di crescita di una persona e nel mio caso è stato proprio così.

Ha incontrato sulla sua strada grandi Maestri, da Daniele Agiman al conservatorio, a Laurent Gay e Gianluigi Gelmetti. Fino agli ultimi due mentori, in ordine di tempo: Alberto Zedda e Stefano Montanari. Cosa ha attinto, di differente e peculiare, da loro?
Il Maestro Agiman è stato colui che mi ha fatto innamorare del repertorio operistico. Grazie alla sua bravura e alla sua passione, nonché alla capacità di trasmettere una tecnica salda e sicura, mi ha permesso di apprezzare in pieno questo meraviglioso mondo. Con il Maestro Laurent Gay ho avuto modo di perfezionare la tecnica sinfonica estendendo il mio repertorio soprattutto ai brani con grandi organici. Con il maestro Gelmetti, ricordo gli anni passati all’Accademia Chigiana di Siena, dove ebbi l’opportunità di confrontarmi con numerosi colleghi molto giovani e talentuosi. Il Maestro Zedda e il Maestro Montanari sono state due guide fondamentali nell’avvio della mia carriera. Dal primo ho potuto imparare tantissimo del repertorio rossiniano ammirando quotidianamente la dimostrazione concreta di quello che significa donarsi all’arte. Dal secondo ho appreso modi di relazionarsi alla musica e ai musicisti assolutamente innovativi, con uno stile moderno, quasi visionario, ma sempre ligio alla partitura e alle volontà del compositore.

In quale modo e soprattutto con quale spirito porta avanti il testimone che le hanno passato i suoi Maestri?
Un musicista per essere completo deve essere interprete, con la sua idea di tecnica e con le sue idee musicali. Dal punto di vista del testimone, è una bella immagine. Tutti i Maestri con cui ho studiato hanno riposto in me delle speranze e ne devo essere un portavoce costante. Un ricordo va sicuramente anche al Maestro Daniele Gay, mio insegnante di violino al conservatorio Verdi di Milano, al quale sarò sempre grato per avermi insegnato la dedizione e la ricerca maniacale nello studio.

Grazie a Zedda, è sbarcato all’Opera Nazionale di Lione e al Rossini Opera Festival. Iniziamo dalla Francia. Come è stata quella prima esperienza, che si è in seguito ripetuta assieme al Maestro Montanari?Il Teatro di Lione è una maison d’opera che ha creduto in me da subito. A loro devo molto, soprattutto la grande possibilità di essermi potuto confrontare con i grandi artisti dei quali abbiamo detto, ma anche con Laurent Pelly con il quale ho condiviso la meravigliosa esperienza del Barbe-Bleu dì Offenbach.

Michele Spotti photo Clarissa Lapolla

In Francia si è recentemente trovato nella situazione insolita di preparare Rigoletto in un Teatro dove non veniva eseguito da quarant’anni. Però il covid ci ha messo la coda proprio la sera del debutto. Ci racconta quella esperienza?
Provare sei settimane, arrivando a due ore dalla prima e vedersi cancellare tutto il lavoro svolto è stata davvero un’esperienza frustrante che mi ha temprato molto fisicamente e psicologicamente. Dalle difficoltà bisogna sempre cercare di essere più forti. Ho la fortuna di avere già in canna un’opera così perfetta. Questo sarà sicuramente utile per i prossimi anni.

Dirige spesso anche in Germania e in altre Nazioni. Ravvisa delle differenze, d’approccio o di metodo di lavoro, tra le Orchestre italiane e di altri Paesi europei?
Secondo me l’approccio e il metodo di lavoro dipendono sempre da chi dirige le prove e i concerti. Se un direttore d’orchestra riesce ad instillare curiosità, voglia ed energia in chi lavora con lui allora otterrà sempre un ambiente adatto alla creatività e propenso ad una spinta energetica che sarà determinante per il buon esito dello spettacolo.

In base alla sua esperienza, i pubblici sono differenti? Ci sono diverse aspettative in Italia e all’estero?
Mi ricollego alla risposta di prima. Secondo me l’importanza del direttore sta anche nel creare un rapporto veritiero e sincero con il pubblico per cui si sta esibendo. Un direttore deve raccontare una storia, deve fare col suo gesto ridere, piangere, emozionare. Solamente con un coinvolgimento totale si riesce a far breccia nel cuore del pubblico, a prescindere dalla latitudine.

Lei è un esponente di spicco della nuova generazione di Direttori. In questi ultimi anni, il ruolo del podio è cambiato?
Certamente, come tutte le cose, bisogna essere sempre al passo con i tempi e cercare di modernizzarsi. Non credo nell’idea di un direttore autoritario, che impone le sue idee, ma credo in un direttore più leader carismatico, che porti tutti a dare il 110% durante la performance. Ovviamente la preparazione musicale, un saldo carattere, la conoscenza delle lingue e una natura innata per il podio possono fare la differenza.

Tornando a Zedda, sempre grazie a lui ha iniziato la sua frequentazione con il Rossini Opera Festival, dove è presenza fissa da cinque anni e ha già un impegno per l’anno prossimo. Ha un ricordo speciale da raccontarci?
Rossini è sicuramente uno dei miei autori preferiti, la sua musica la sento scorrere nelle vene. Ho tantissimi ricordi, uno più bello dell’altro. Il mio percorso a Pesaro stata un’escalation che mi ha portato a dirigere l’opera nel cartellone del festival. Il ricordo più emozionante sono gli applausi scroscianti dopo la direzione della sinfonia della Semiramide al teatro di Pesaro. Penso che quel momento rimarrà indelebile nella mia mente e nel mio cuore.

Al Rof è atteso tra pochi giorni con Il barbiere di Siviglia. Come si sta preparando a un titolo, forse, difficile anche perché il pubblico lo conosce a menadito e ha quindi precise aspettative?
La fortuna di dirigere un capolavoro del genere a Pesaro, è quello di poterlo eseguire nella sua interezza, senza tagli, gustandomi dall’inizio alla fine questa meravigliosa composizione. Sicuramente le aspettative sono molto alte, ma io cercherò, rispettando le volontà del compositore, di trovare la mia chiave interpretativa per rendere questo Barbiere ancora più unico.

A Pesaro si troverà nuovamente fianco a fianco con un grande Maestro della regia, Pier Luigi Pizzi, un esuberante giovincello novant’enne. Un incontro o un benevolo scontro artistico tra diverse generazioni?
Il maestro Pizzi è un’esplosione di energia. Un bellissimo esempio da seguire. Al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca, durante le prove del nostro Matrimonio Segreto era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. A prescindere dal grandissimo rispetto per la figura del direttore d’orchestra, uno dei suoi pregi che ho apprezzato di più è la sveltezza nel risolvere problemi legati al palco. Veramente un onore poter collaborare nuovamente con lui dopo il bellissimo legame creatosi.

Come vede, dal podio, la figura del regista, oggigiorno talvolta, ammettiamolo, invasiva?
Quando c’è il rispetto dei ruoli e una preparazione musicale alla base della regia diventa tutto più semplice. Purtroppo a volte non è così, generando così uno scontro che crea difficoltà allo sviluppo creativo della produzione.

Michele Spotti in prova al Petruzzelli di Bari foto di Clarissa Lapolla

Ha già lavorato con l’Orchestra del Petruzzelli di Bari, quest’anno prima al Festival di Martina Franca e poi a Bari. Se non ricordiamo male, per lei è stata la prima esperienza dal vivo dopo il lockdown, con l’organico distanziato. Una diversa acustica ma anche un accavallarsi di differenti emozioni…
Il Borghese Gentiluomo di Strauss è una composizione che ricorderò a lungo. La gioia di poter riprendere la musica dal vivo ha fatto sì che venissero ovviate tutte le difficoltà legate alla situazione, creando in tutti una grande voglia di ritornare in scena, dando quel quid in più durante l’esecuzione. Un grande merito va proprio all’orchestra del Petruzzelli, la quale, oltre alla bravura tecnica, ha saputo essere paziente e disponibilissima al rispetto delle normative, rendendo questo miracolo possibile.

Sul podio, quale bilanciamento di forze privilegia, tra la sua competenza tecnica, l’approccio filologico e l’espressività interpretativa? Tra l’analisi e l’orecchio?
Il direttore d’orchestra è una figura completa, che deve abbinare tutte queste qualità e trasformarle in un gesto concreto e carismatico da trasmettere a musicisti e pubblico. Penso che la competenza tecnica sia però alla base di tutto, in quanto ti permette di affrontare ogni genere di repertorio, senza alcuno scoglio preliminare. Una buona tecnica ti permette di affrontare le prove come vero e proprio percorso di crescita, verso l’ottenimento di un’Interessante interpretazione.

Si divide equamente tra la produzione operistica e quella sinfonica, oltretutto quest’ultima con pagine tra le più impegnative. Il suo approccio ai due generi è diverso, e se sì in cosa?
Il mio approccio cambia più durante lo studio che le prove. Ovviamente lo studio di un’opera nella preparazione è più complicato, a maggior ragione se si tratta di un’opera in lingua straniera. L’attenzione al libretto, alla prosodia, alle sottigliezze teatrali che ne derivano è sicuramente un lavoro lungo e certosino. Anche nel repertorio sinfonico, sono necessarie una cura e una precisione metodica, oltre che una grande attenzione alla macro e micro struttura. La costruzione architettonica di una composizione è uno degli aspetti che mi intrigano di più in assoluto.

Lei, così giovane e già… Nona! Come ha affrontato il genio assoluto di Beethoven ad Hannover?
L’emozione di dirigere a capodanno in un teatro tedesco importante un capolavoro assoluto dell’umanità è stata una grande responsabilità e una grande emozione. Dirigerla due volte lo stesso giorno, è stata una dura prova fisica e mentale, ma dirigere quella sinfonia ripaga tutti gli sforzi fatti precedentemente, dà un senso alla tua vita da musicale. Questa musica ti fa sentire vivo, fatto di carne ed ossa, ma anche di sentimenti, facendoti percepire l’unicità della condizione umana.

Michele Spotti foto di Clarissa Lapolla estate 2020

Con quali compositori, sinfonici o del melodramma, sente un maggiore feeling? E per lei in cosa consiste la bellezza di questi suoi autori prediletti?
Il mio autore preferito è l’autore che sto studiando in questo momento. La bellezza delle composizioni emerge mano a mano che ci si immerge nelle sue profondità. Se però dovessi fare lo sforzo di scegliere tre autori per cui nutro un sentimento di venerazione, direi sicuramente Rossini, Verdi e Stravinskij.

Quale rapporto ha con la visibilità mediatica? Pensa che distragga dall’arte dal vivo oppure che ne favorisca la divulgazione?
Ciascun mezzo di comunicazione, se usato con criterio e con una buona dose di buonsenso, può essere utile alla divulgazione. Purtroppo accendendo la televisione, si trovano sempre più programmi-spazzatura, e non abbastanza canali dedicati alla divulgazione artistica. Penso che lo streaming da questo punto di vista possa aiutare molto. Deve essere usato in modo tale da avvicinare persone non avvezze al mondo del teatro. Lo streaming comunque deve essere una misura temporanea, una sorta di placebo ad un momento così drammatico. La cosa confortante è che una grandissima fetta di pubblico non sta più nella pelle per tornare in teatro e godere della meraviglia della musica dal vivo. Esibirsi dal vivo è un atto effimero di creazione artistica che nasce cresce e muore, mai più ripetibile. Un gesto estremamente artistico che solamente respirando la polvere del teatro si può gustare con gioia.

Come ha vissuto la pandemia sul fronte internazionale, dove le chiusure sono avvenute in tempi diversi o non sono avvenute affatto? Purtroppo ha causato gravi danni artistici e di conseguenza anche economici. Alcune realtà coraggiose hanno riprogrammato, altre più prudenti hanno completamente cancellato. La speranza è che i titoli cancellati possano essere recuperati in futuro.

Quale clima si respira, oggi, nei Teatri europei?
A mio avviso ci sarà nel futuro immediato uno sviluppo delle tecniche di streaming, che però creeranno nel pubblico un accrescimento di voglia verso la musica dal vivo. In Italia, dove sono stato dal lockdown in poi, sento una voglia di rivalsa verso le ingiuste chiusure che ci attanagliano in questo momento storico. Posso dire che questa situazione ci sta rendendo ancora più uniti. L’essere umano senza musica non può resistere.

Durante il lockdown, ha avuto modo di imbastire nuovi progetti? Se si, quali?
Durante il lockdown ho dedicato il tempo a me stesso, a mia moglie, alla mia famiglia, trovando finalmente la tranquillità di uno studio approfondito e non obbligato, che permettesse di accrescere eterogeneamente la mia cultura e quindi fortificandomi anche durante la direzione.

Oltre a Pesaro, dove la incontreremo prossimamente?
Tanti teatri mi aspettano! In Italia e in Europa il calendario è fortunatamente pieno. Le prossime tappe (n.d.r. covid permettendo) saranno Palermo, Genova, Monaco di Baviera, Stoccarda, Marsiglia, Basilea e tante altre.

Infine, la domanda immancabile: ha (ancora) dei sogni nel cassetto? Quali?
Ovvio: dirigere alla Scala e al Metropolitan!

Intervista di Maria Luisa Abate
30 ottobre 2020

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