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VERONA
La recensione di DeArtes
COSÌ FAN TUTTE
AL TEATRO FILARMONICO
Francesco Ommassini ‘conductor’
della giostra amorosa mozartiana


Nel 1978 Renato Zero cantava di un triangolo amoroso, credendo di suscitare scalpore. Secoli prima, nel 1790 (basta in fondo scambiare di posto due cifre) Wolfgang Amadeus Mozart, innovatore e precursore, mise in scena un quadrilatero d’amore. “È la fede delle femmine come l’araba fenice: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa” intona Don Alfonso (perifrasando Metastasio),alludendo alla propensione delle donne al tradimento. Affermazione che oggi scatenerebbe un putiferio e sulla quale già si ebbe pesantemente da ridire nell’Ottocento. Ma l’intento è scherzoso e Mozart con il librettista Lorenzo Da Ponte utilizza toni farseschi, leggeri e allegri che sottendono una riflessione seria. L’opera buffa “Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti” si conclude con un triste/lieto fine, dove si invita a usare la ragione e accettare se stessi.

La trama prende il via da una scommessa sulla capacità di fedeltà delle donne, da mettere alla prova. I due innamorati, sotto celate spoglie, tenteranno, riuscendovi, di sedurre l’uno la fidanzata dell’altro. La burla si dipana da un lato con toni divertiti, dall’altro come un percorso esperenziale, che porta al disvelamento prima, e all’accettazione poi della natura umana così come è insita in ciascuno. Non è un’opera che parli di sentimenti, ma di irrequietezze carnali e vi si instilla il dubbio che le coppie, che alla fine dando ascolto al raziocinio si ricomporranno per convolare a nozze, fossero in realtà meglio assortite nelle posizioni scambiate.

Una modernità di pensiero che travalica epoche e mode, come ha sottolineato la trasposizione temporale in un ambiente statunitense borghese degli anni Cinquanta, attuata dal regista Yamal Das Irmich, giovane formatosi nella fertile fucina areniana. Non sempre è stata resa giustizia alla giocosa eleganza mozartiana, e si è assistito a una lunga sequenza caratterizzata da un eccesso grottesco, da movenze grevi coadiuvate da accessori di abbigliamento volutamente kitsch (costumi di Silvia Bonetti).

Sul palcoscenico, nel primo atto, era collocata una struttura girevole (scene Angelo Finamore) diventata un “must have” di questo titolo, comunque di sempre notevole appeal. Gli ambienti, ruotando, hanno fornito gradevole rappresentazione visiva della giostra amorosa e dei frequenti mutamenti nel volubile animo femmineo. Concetto rimarcato dal grigio iniziale (luci Paolo Mazzon) che ha contraddistinto la “scuola”, dove erano collocati due banchi tra una pila di libri; il colore è comparso quando ha preso il via la divertente finzione, che ha avuto come fulcro una panchina contornata da cuori, spiritosamente da manuale degli innamorati.

Sul podio dell’Orchestra areniana, collocata in buca rialzata allo stesso livello della platea, era Francesco Ommassini, in una prova direttoriale attenta alla sinergia con il palco nonché prodiga di quella misura, di quel bilanciamento dinamico che è caratteristica imprescindibile per porre nel meritato risalto ogni dettaglio della partitura. Una direzione quindi ben centrata sullo spirito mozartiano, alla ricerca di toni gioiosi ma anche di aperture intrise di lirismo a disvelare, sotto al gioco, la realtà.

Il cast nel suo complesso, dopo un esordio un poco incerto, ha acquistato spessore via via, raggiungendo nel secondo atto l’apice qualitativo. Il soprano Vittoria Yeo possiede un bagaglio tecnico ragguardevole, destreggiato in sicurezza e con ottimi esiti nel trasporto emotivo focalizzato principalmente sulla voce più che sulla parte scenica; ha così impersonato una Fiordiligi comprensibilmente dubbiosa della situazione venutasi a creare. La vivace Dorabella era il mezzosoprano Chiara Tirotta, la quale ha reso al meglio principalmente nei registri medi e alti, dispiegati con appropriata briosità espressiva.

Il timbro suadente del tenore Marco Ciaponi, Ferrando, ha trovato declinazione nella gestione di classe del mezzo vocale smaltato. Alessandro Luongo era Guglielmo, baritono dalla vocalità piena e fascinosa, che ha perfettamente sostenuto il ruolo del seduttore.

Alfonso Antoniozzi, omen nomen nei panni di Don Alfonso ha attinto alla sua vasta esperienza in questo ruolo per tratteggiare, con intelligente abilità nella gestione degli importanti mezzi, un personaggio tanto caratterizzato quanto credibile, tanto spiritoso quanto mai eccessivo. Ottima prova, la sua, così come anche per Enkeleda Kamani alla quale il look fucsia che ha evidenziato l’indole “fluo” della scaltra Despina è calzato a pennello, così come a pennello è stato sostenuto il canto, di fresca brillantezza e da lodare in toto.

Con questo titolo, si è conclusa la collaborazione con Fondazione Arena del Maestro del Coro Vito Lombardi, che, destinato ad altri incarichi, lascia di sé un ottimo ricordo per la preparazione sempre attenta e puntuale delle voci a lui affidate.

Spiace aver constatato che l’allentamento delle misure anticovid, che ha riportato i teatri alla piena capienza, non abbia prodotto un bel pienone (ci riferiamo tuttavia a una recita infrasettimanale). La voglia e la gioia di tornare allo spettacolo dal vivo era palpabile tra il pubblico. Ma purtroppo la pandemia ha mutato i nostri comportamenti e, nonostante le attente misure a tutela della sicurezza adottate in questo come in ogni altro teatro italiano, il maledetto virus ancora condiziona i nostri approvvigionamenti di gioia, tra cui la musica si colloca ai primi posti.

Recensione Maria Luisa Abate
Visto al Teatro Filarmonico di Verona il 2 novembre 2021
Contributi fotografici © Ennevi

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