Tutto è già accaduto: Don José si trova rinchiuso in una cella, a espiare le proprie colpe. Nella Carmen andata in scena al Teatro Regio di Parma, fin da subito si comprende che non si tratta del solito flash back, bensì di un disegno registico più complesso, firmato da Silvia Paoli. Muri di cemento, sigaraie con grembiuli color sabbia, secondini in divise cenerine, panorami ferrigni che fanno intuire il mondo al di là del filo spinato o ancora le immagini seppiate di volti femminili grottescamente deformati. Non poteva che essere giostrata sui toni del grigio, ossia sull’assenza di colori, questa Carmen generata dalla mente deviata e criminale di Don José.

La protagonista dell’opera di Bizet è per antonomasia il simbolo del femminicidio, anche se viene da chiedersi perché proprio lei. Altre eroine dei melodrammi non fanno fini migliori: una su tutte Desdemona. Forse, a fare la differenza è la libertà di cui gode e della quale si fa vanto la bella spagnola. Con Carmen non si uccide solo il suo corpo mortale, ma il concetto stesso del vivere libera per una donna.

La trasposizione temporale (costumi Valeria Donata Bettella) riconduce agli anni ’60, quando in Italia ebbe inizio il processo di emancipazione. Nelle note di regia viene ricordato che il reato di adulterio fu abolito nel 1968 e solo nel 1981 il delitto d’onore. Silvia Paoli si sgancia dai luoghi comuni e indaga, come una detective specializzata nel modus operandi dell’assassino, la non linearità dell’animo umano, maschile e, come conseguenza, femminile.

Il carcere dove è richiuso l’omicida travalica i propri muri fisici, che difatti si allargano e si restringono in continuazione (scene Andrea Belli, luci Marcello Lumaca). È una prigione mentale, innalzata dal reo stesso, ed è popolata da visioni, da tarli che corrodono la mente (video Francesco Corsi). Nelle allucinazioni ossessive di Don José la donna è onnipresente e si moltiplica. Una, due, tre Carmen vestite in candidi abiti da sposa escono da sotto la branda e invadono lo spazio psichico della cella di detenzione.

Nella sottoveste di raso nero Carmen seduce e ama sedurre: è questa una caratteristica connaturata in lei (se vogliamo, una dipendenza in contrasto con la sua sbandierata libertà). In altre parole, significa che non solo Bizet, i suoi librettisti e le fonti letterarie cui si ispirarono, inquadrano la donna come la vedono gli uomini, anzi peggio, come la vorrebbero, ma che anche la donna è tristemente abituata a vedere in tal modo se stessa, e pure questo è un concetto difficile da sradicare.

Pertanto questa Carmen, bella intuizione registica, non ha natura fisica: esiste solo negli occhi di chi la guarda. Tanto che Don José, nel suo delirio, un attimo prima di rivivere l’efferato gesto, immagina le di lei nozze con Escamillo, con gli invitati vestiti a lutto, come se si stesse celebrando il funerale del suo amore, che amore non è ma una aberrazione, un istinto criminale che nemmeno la morte della donna – oggetto desiderato e soggetto del rifiuto – può placare.

È stato bello assistere a questo allestimento figlio dei nostri tempi pandemici e come tale destinato a restare nella memoria: una delle funzioni esercitate da sempre dal mezzo teatrale è essere testimone dei vari periodi storici. Tranne i quattro ruoli principali, tutti gli altri artisti hanno cantato con le mascherine indossate. Il suono è risultato solo leggermente ovattato e ha mantenuto le proprie specificità, dalla timbrica alla necessaria potenza di emissione. Bravi tutti!

Ha scelto la fluida versione con i recitativi di Guiraud, il direttore e concertatore Jordi Bernacer, in una lettura assai dettagliata di questa musica, arcinota al grande pubblico e per questo motivo bisognosa di essere ricondotta alla purezza del suono originario, come era nelle intenzioni anticipate dal Maestro. Bernacer ha privilegiato la conduzione di testa su quella di pancia, a tratti ha tirato il freno a mano della misura, che comunque resta sempre un pregio, e ha puntato sul meticoloso lavoro fatto con l’orchestra dell’Emilia Romagna “Toscanini”, alla quale si è aggiunta la Banda dell’Orchestra Giovanile della Via Emilia.  

Nel ruolo del titolo, ha pienamente convinto, sotto ogni aspetto, Ramona Zaharia che non si è limitata a rivestire un ruolo ma ha fatto proprio il personaggio, rendendolo tanto reale e carnale quanto immaginaria proiezione della mente maschile. Le sue doti espressive, unite al physique du rôle che non guasta mai, sono splendidamente passate dal canto alla recitazione e viceversa, in una interpretazione “totale”. Il morbido legato e i chiaroscuri suadenti sono andati di pari passo con l’atteggiamento sensuale, il tono incalzante con le pose provocanti. La voce aveva la capacità di farsi da vellutata a graffiante, una gatta smorfiosa trasformata in leonessa che ruggisce per autodifesa. Uno stupendo gioco di seduzione, applicato al fraseggio, del quale Zaharia è stata abile artefice.

Arturo Chacon Cruz ha tarato la figura di Don José sull’espressività, alla ricerca di una linea di canto misurata il giusto, calibrata nei volumi, mantenuta omogenea dall’inizio alla fine nonostante la fatica di essere sempre in scena e perennemente impegnato, sotto il profilo attoriale, a dare convincente esternazione della frenesia maniacale dettata dalla regia.

Ad avere riscosso il maggior numero di applausi dal temibile loggione del Regio, Laura Giordano nelle vesti azzurre di Micaëla. Tecnica padroneggiata, vocalità matura e consapevole, timbro morbido e ben calata nella parte di colei che, nella consuetudine, personifica l’amore inteso come sentimento etereo, all’opposto di quello fisico della protagonista. In questo caso, invece, Micaëla ha rappresentato l’amore puro, vero, generoso, contrapposto a quello malato, traviato, omicida di Don José.

L’unico personaggio che la regia ha mantenuto in una forma da cartolina, stridente col resto, è stato il torero. Alessandro Luongo ha lodevolmente ridimensionato la consueta sbruffoneria dell’eroe acclamato nelle corride e, con perspicacia, ha ritratto Escamillo come una star abituata per routine a essere osannata dai fans.

Bene assortiti e con l’indispensabile capacità sinergica, Fabio Previati DancairoSaverio Fiore Remendado, nonché Anna Maria Sarra Frasquita, e Chiara Tirotta Mercedes. Hanno onorevolmente completato il cast Gianni Giuga Morales e Massimiliano Catellani Zuniga

Ottime sia dal punto di vista vocale che scenico le due compagini corali del Teatro Regio: il Coro istruito da Martino Faggiani e il Coro di voci bianche preparato da Massimo Fiocchi Malaspina. Stralunate, e pertanto ben rispondenti al filo conduttore registico, le coreografie di Carlo Massari/C&C Company.
Repliche fino al 23 gennaio 2022.

Recensione Maria Luisa Abate
Visto al Teatro Regio di Parma il 16 gennaio 2022
Contributi fotografici: Roberto Ricci