L’ultima regia firmata da Franco Zeffirelli ha debuttato all’Arena di Verona nel 2019, una manciata di giorni dopo la morte del Maestro. La serata aveva visto la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed era stata trasmessa in TV in mondovisione (vedi recensione DeArtes qui e annuncio qui). Lo stesso allestimento, di cui Zeffirelli è autore anche della scenografia, mentre per i costumi si è avvalso della creatività di Maurizio Millenotti, ha fatto ritorno nel 99° Opera Festival 2022.

Dopo le tante regie da lui ideate attorno al personaggio di Dumas, questa si è basata sui suoi bozzetti originali e probabilmente è frutto di un generoso e ammirevole supporto collettivo di fidati collaboratori. La vastità degli spazi areniani è stata sfruttata per le scene di massa che sono elemento zeffirelliano distintivo e imprescindibile, e al contempo, seguendo l’altra grande lezione di Zeffirelli, la struttura scenografica ha circoscritto l’azione entro un ambito delimitato perciò intimistico.

Sul preludio, ha fatto mesto ingresso il nero carro funebre trainato da un cavallo che trasportava le spoglie mortali di Violetta: la storia si è quindi svolta come un flash back. Lo spaccato del palazzo parigino della Valery era suddiviso su due piani. Le stanze superiori riservate alla sfera personale e privata, all’interiorità, ai dialoghi a due. Sotto, il salone aperto agli ospiti, all’allegria e alle feste, che però nell’ultimo quadro ha accolto il letto di morte della protagonista, in una triste e desolata penombra. La dimora era racchiusa entro due colonne laterali riproducenti dei palchi teatrali, da dove Alfredo ha osservato Violetta, come se egli fosse uno spettatore. La vita, quindi, intesa come drammatica rappresentazione di se stessa; come la messa in scena di una realtà fatta di risate soffocate, d’amore negato, di sacrifici vani, di speranze disattese, di sogni ingabbiati come le bianche colombe chiuse in una voliera durante il secondo atto. La sovrabbondanza zeffirelliana, espressa in termini forse più caotici del dovuto, è esplosa nella festa in maschera con le zingarelle e i toreri, con saltimbanchi e giocolieri, tra ondeggiare di lanterne e sparo di lustrini per scatenare quell’ “effetto wow” che il pubblico si aspetta.  

Mattatore di questa estate areniana, abbiamo ritrovato sul podio ancora una volta Marco Armiliato, che ha riaffermato la propria impronta direttoriale basata sulla misura e sulla cura, quasi paterna, profusa nel sostenere le voci. I tempi talvolta allargati sono sfociati in corpose densità, in fluide aperture al lirismo e all’introspezione, confermando una cifra stilistica volta sia alla ricerca del particolare, sia all’eleganza del risultato complessivo.

Nel ruolo del titolo, “arruolata” per coprire l’assenza di una collega, il soprano originaria di Praga Zuzana Marková era ben tarata sul personaggio, che conosce approfonditamente e di cui ha messo in risalto il carattere dolce e una significativa malinconia di fondo, quasi presagisse ciò che il destino aveva in serbo per lei. La voce è stata utilizzata al meglio e ha pienamente convinto nelle difficili pagine del primo atto, superate agilmente, con brillantezza, con fraseggio curato, con emissione morbida e aggraziata, mantenendo poi una bella omogeneità in tutta l’opera. Oltretutto, Marková è una bellissima donna, cosa che non guasta.

Alfredo ha beneficiato della classe, della raffinatezza, della cura dei dettagli di Francesco Meli. Il tenore, notoriamente tra i più quotati del panorama internazionale, ha fatto sfoggio della sua famosa dotazione di mezze voci, di smorzature, di pianissimo, aventi la capacità di “correre” per l’anfiteatro come pure gli acuti, anch’essi cesellati. Caratteristiche che, unite al fraseggio espressivo, hanno magistralmente delineato la sensibilità di Alfredo, la sua ingenuità come anche il suo sincero pentimento del torto fatto all’amata.

Completava la terna dei protagonisti Simone Piazzola, un papà Germont fedele alle regole imposte dalla società. Il baritono ha utilizzato il mezzo vocale sontuoso con mirabile padronanza e con innata classe, offrendo un’interpretazione nitida e intensa, interamente a fuoco, completa sotto ogni punto di vista.

Nelle altre parti, un gruppo di professionisti usi a padroneggiare i rispettivi ruoli, per averli più volte interpretati, molti di loro anche su questo stesso palcoscenico: l’amico Gastone di LetorièresCarlo Bosi; il Barone DoupholNicolò Ceriani; il mezzosoprano norvegese Lilly JørstadFlora Bervoix; Alessio Verna, Marchese d’Obigny. E poi Francesca Maionchi e Max René Cosotti Annina Giuseppe; il giovane Francesco Leone era il Dottor Grenvil, mentre Stefano Rinaldi Miliani ha rivestito il doppio ruolo di Commissionario e Domestico. Più che avvezzo al titolo anche il Coro, preparato al meglio da Ulisse Trabacchin. Impegnato nelle coreografie originali di Giuseppe Picone, il Ballo coordinato da Gaetano Petrosino, che ha vantato la presenza dei primi ballerini Eleana Andreoudi e Alessandro Staiano
La traviata replica, con diversi cast, fino al 1 settembre.

Recensione Maria Luisa Abate
Visto all’Arena di Verona il 22 luglio 2022
Contributi fotografici: Foto Ennevi

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