Di Maria Luisa Abate. Arena di Verona: si è rinnovato il successo dell’allestimento favolistico di Hugo De Ana. Sul podio George Petrou.

Il profumo delle gigantesche rose rosse di Hugo De Ana è tornato a spandere i suoi inebrianti effluvi all’Arena di Verona e a omaggiare Rosina, protagonista femminile de Il barbiere di Siviglia. Un olezzo immaginario ma egualmente percepibile con un briciolo di immaginazione: ne bastava davvero poca, vista l’abilità descrittiva del regista argentino che nel 2007 ha confezionato questo allestimento da allora ripreso diverse volte con immutato successo, e del quale ha firmato, oltre alla regia, anche le scene, le luci e i magnifici costumi rococò. De Hana ha scelto una linea giocosa, scherzosa e mai stucchevole, fresca e leggera. Il roseto abitato da enormi farfalle ha immerso in un’atmosfera deliziosamente favolistica che ha incarnato appieno la vena buffa nondimeno raffinata dell’opera di Gioachino Rossini, sul cui dettato musicale il regista si è mosso con fedeltà e rispetto.

Il settecentesco ludico hortus conclusus era delimitato da un labirinto di siepi, mossesi alla stregua di un grande carillon, ma anche come fossero rappresentazione visiva degli ingranaggi della macchinazione ordita da Figaro. Tra le verdi pareti di bosso sono apparse fontane e puttini, seguendo l’intrico amoroso della spassosa commedia che il librettista Cesare Sterbini trasse da Beaumarchais e che vede il barbiere / factotum dare vita a un gioco degli equivoci basato su estrosi travestimenti per far sì che Rosina e il Conte d’Almaviva possano coronare il loro sogno d’amore.

De Hana ha dispiegato un incessante susseguirsi di controscene spumeggianti affidate a bravissimi mimi e danzatori, questi ultimi impeccabili nelle coreografie di Leda Lojodice, su coordinamento di Gaetano Bouy Petrosino. Anche la coppia di cantanti nelle vesti degli anziani servitori ha rivestito un ruolo attoriale impegnativo, in special modo la governante, pressoché sempre presente in scena a sprizzare verve e simpatia. Deliziosi, tra i molti, i quadri con gli ombrelli aperti durante il temporale, lo sventolio di ventagli, il passaggio di mano in mano di una scala prima e di una serie di sedie poi, in un susseguirsi di tableau vivant vivaci e garbati. Tra i richiami spiritosamente intelligenti, il fazzolettone cremisi che ha dato forma svolazzante al venticello della calunnia, o ancora la voliera vuota che ha sbeffeggiato Don Bartolo, tutore vanamente speranzoso di ingabbiare la sua giovane ma già scaltra protetta.

Sul podio dell’Orchestra dell’Arena di Verona, il direttore greco George Petrou, il quale ha incentrato l’intera sua carriera sull’interpretazione filologica. Coerentemente, anche nella presente occasione si è concentrato su una esecuzione il più possibile corretta nondimeno elegante, esprimendo le briosità rossiniane con colori nitidi; similmente il fraseggio è stato indirizzato a far emergere fulgido il genio del compositore pesarese. Lo stesso direttore si è seduto al fortepiano per accompagnare alcuni recitativi, alternandosi con il violoncello di Sara Airoldi e con la chitarra di Cristiano Allasia.

Chi scrive ha assistito alla seconda recita, con il medesimo cast della “prima”. Mattatore, il baritono bolognese, anzi sassuolese, Mattia Olivieri, notevole Figaro. Voce sicura, brillante, pastosa e malleabile, ha dimostrato attenzione al fraseggio e una lodevole proiezione. Del barbiere sivigliano ha prescelto di focalizzarsi sull’aspetto scherzoso, ponendo in secondo piano l’astuzia e l’intelligenza del personaggio in favore della sua simpatia, in tal modo inserendosi appieno in questa regia.

Nel ruolo protagonistico femminile abbiamo ritrovato la stessa eccellente interprete già applaudita lo scorso anno e della quale confermiamo il giudizio più che positivo. Una voce dal bel colore e dalle interessanti sfumature espressive quella di Vasilisa Berzhanskaya, disinvolta e astuta Rosina, capace, sotto la patina dolce e civettuola, di nascondere la (invidiabile) capacità di rigirare gli uomini come calziniOltre al timbro gradevole e omogeneo in tutta la gamma, del mezzosoprano russo è spiccata la musicalità, fattore particolarmente importante in questo ruolo. René Barbera, tenore messicano-americano, oltre ad aver piacevolmente accentuato taluni aspetti intrinsecamente divertenti del Conte d’Almaviva, ha sfoderato una linea di canto garbata e all’insegna del buon gusto.

Paolo Bordogna esilarante Bartolo, il cerbero tutore, ha confermato la sua efficacia espressiva nel strappare continue risate grazie a un umorismo finemente declinato, e si è destreggiato onorevolmente anche nel sillabato veloce di cui ha superato le insidie grazie ai colori vocali e al giostrare sapientemente sulle dinamiche. Basilio era Roberto Tagliavini, dalla splendida pasta vocale, sonora, priva di cupezze, ben gestita tecnicamente e con sfoggio di espressività e di sfumature sia coloristiche che interpretative.

Marianna Mappa anche in questa stagione ha confezionato un piccolo capolavoro padroneggiando il ruolo di Berta, risultando impeccabile musicalmente e nulla meno che magnifica nella caratterizzazione attoriale. Bravissimo anche Fiorello/Ambrogio Nicolò Ceriani e significativo l’esordio di Domenico Apollonio nelle vesti di un Ufficiale. Infine il Coro Areniano diretto da Roberto Gabbiani, instancabilmente attivo scenicamente quanto musicalmente aggraziato al punto giusto, senza leziosità.

Il barbiere di Siviglia è nel Festival 2024 all’Arena di Verona fino al 6 settembre, con l’alternanza di diversi cast nelle varie repliche.

Recensione di Maria Luisa Abate
Visto all’Arena di Verona il 27 giugno 2024
Foto Ennevi

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