Di Maria Luisa Abate. Mantova, Teatro Sociale: risate da sbellicarsi e toni drammatici perfettamente bilanciati nel lavoro di Paolo Genovese.
Si ride molto per davvero. I significati ci sono, profondi, e non appesantiscono né l’esposizione brillante né il ritmo incalzante. Raramente troviamo divertenti gli spettacoli che promettono di esserlo; sporadicamente ci associamo al pubblico ma questa volta abbiamo davvero riso, di gusto. Perché questa comicità aveva tutto: uso perfetto dei tempi, espressività attoriale nelle voci, nei volti, nella gestualità incisiva senza eccessi caricaturali privilegiando la naturalezza.
Inoltre i due aspetti secondo noi sostanziali. Innanzitutto, pregio ascrivibile al testo, la capacità di creare un contesto globalmente esilarante, ossia di suscitare il riso non con semplici battute, che pure non sono mancate, al fulmicotone, bensì attraverso le situazioni e il loro inaspettato evolversi in crescendo. Poi, punto di forza della regia, l’abilità nel movimentare un’ambientazione fissa (scene Luigi Ferrigno, costumi Grazia Materia, luci Fabrizio Lucci) che si svolge attorno a un divano mostrando o facendo intuire diverse stanze: la cucina, il bagno, il pianerottolo, il balcone attraverso il quale si apre uno squarcio verso l’alto, verso un’eclissi di luna che dal cielo verrà simbolicamente a oscurare, solo per poco, anche il salotto dove sono riuniti i nostri protagonisti.

La storia è nota: sette amici – tre coppie e un single – affiatati e che si conoscono da anni decidono per gioco di mettere per una sera il gruppo a conoscenza delle telefonate e dei messaggi ricevuti da ciascuno. Ovviamente vengono a galla segreti piccoli e grandi, bugie innocue e menzogne pesanti, situazioni inconfessabili e imbarazzanti.
Il successo teatrale vive di vita autonoma, possiede una consistenza specifica pur essendo innegabilmente nato sulla scia dello sfolgorante trionfo che ha avuto la primigenia versione cinematografica: ha riscoperto una nuova e congegnale forma espressiva senza tradire e senza scopiazzare se stesso. Già questa era impresa non facile, visto l’ingombrante raffronto con una pellicola (regia e sceneggiatura di Paolo Genovese con Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini, Rolando Ravello) campione di incassi, tradotta in diverse lingue ed entrata nel guinness dei primati come il film con il maggior numero di remake in assoluto nella storia del cinema. Vincitore di due David di Donatello, tre Nastri d’Argento, un Globo d’oro, tre Ciack d’Oro e altri premi prestigiosi, il film è stato nel 2016 presentato al Tribeca Festival nella sezione International Narrative Competition, vincendo il premio per la migliore sceneggiatura.

Il regista Paolo Genovese ha per la sua prima volta compiuto il balzo dallo schermo alla sala teatrale, uscendo alla grande dal cimento. E, credeteci, non è facile che ciò accada, anzi al contrario abbiamo visto molti importanti registi cinematografici non riuscire a confrontarsi con ambiti profondamente diversi come il teatro. Il perché è ovvio e lo riassumiamo schematicamente in due punti: il cinema utilizza linguaggi espressivi assai differenti rispetto a quelli che necessitano in teatro. Uno su tutti l’uso dei primi piani per sottolineare aspetti psicologici interiori che in teatro, con la distanza, devono essere espressi con la gestualità e con l’eloquio. In secondo luogo il cinema è il regno del girato e ri-girato, del tagliato, del montato; ossia è il campo d’elezione della finzione che fa da medium alla narrazione. Il teatro viceversa è verità, è immediatezza, è contatto diretto con lo spettatore hic et nunc e ogni serata della tournée è un piccolo unicum irripetibile.

Ennesimo sold out per la stagione MantovaTeatro confezionata dal Direttore Artistico Raffaele Latagliata per la Fondazione “Artioli”, ed ennesimo successo di pubblico, uscito dal Teatro Sociale di Mantova entusiasta dopo aver assistito alla Produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo in coproduzione con Fondazione Teatro Della Toscana e Lotus Production.
Paolo Genovese, dopo il cinema, si è quindi rapportato con eguale maestria al teatro e i suoi caratteri umani ne sono usciti addirittura rafforzati, i colori della pièce sono risultati vividi, il ritmo perfetto, l’umorismo dilagante, il dramma palpabile. Traguardo che, è superfluo sottolinearlo, non sarebbe stato possibile se tutti i fattori non fossero stati di prim’ordine iniziando dallo straordinario cast formato da Dino Abbrescia, Alice Bertini, Marco Bonini, Paolo Calabresi, Massimo De Lorenzo, Lorenza Indovina, Valeria Solarino. Interpreti di razza affiatati e sinergici, tutti padroni dei tempi comici e abili nel delineare nitidamente i rispettivi personaggi ponendone in risalto non solo le specificità esteriori ma anche di dettagliarne le diverse psicologie, passando continuamente il focus dall’esteriorità all’interiorità e viceversa.

Veniamo alla trama, che a leggerla pare un groviglio inestricabile tanti sono i colpi di scena, ma si dipana fluida e si segue con estrema facilità. A essere preso di mira è il rapporto che abbiamo con la tecnologia, l’odierna sudditanza dei telefonini, da una comunicazione virtuale che, quando viene traslata nel reale si rivela dannosa perché smaschera segreti inconfessabili. Non mancano i pregiudizi, beceri e duri a morire; non mancano i vizi, tanti, compensati da virtù, poche. Non manca infine una disanima spietata e cruda, che proprio per questo presenta una doppia faccia tragicomica, sulla sincerità dei vincoli che legano un gruppo apparentemente in sintonia. Un’amicizia che riesce eroicamente a resistere, almeno per un poco, nonostante venga anch’essa tradita.
Un’analisi spietata, cruda, vera, realistica e al contempo sarcastica, pungente, esilarante, letteralmente da sbellicarsi; un bilanciamento tra tinte brillanti e risvolti cupi, tra leggerezza e spessore perfettamente giostrato, tarato alla perfezione sia nella regia sia nella sceneggiatura oltre che nella recitazione.
Un gioco tra le parti fra i sette compagni, tutti simultaneamente imputati e giudici, assoggettati alle leggi dettate dalla tecnologia che non si limita a influenzare la nostra vita ma diventa essa stessa la nostra vita. Le tre facce dell’uomo, una pubblica, una privata e un’altra segreta e non condivisibile evocano invece, osiamo arditamente azzardare, una sorta di climax pirandelliano con le sue verità mutevoli a seconda di come a ciascuno pare intenderle, con i suoi personaggi perennemente in cerca della propria identità, di una definizione che probabilmente non raggiungeranno mai.

Colpo di scena, si trattava di un’ipotesi empirica, d’un effetto da fata morgana, un miraggio, un’illusione ottica, uno straniamento onirico causato dalla luna durante l’eclissi. Dopo un finale simulato si è sbalzati a sorpresa nella vita vera che scorre tranquilla e serena perché i segreti e le piccole e grandi bugie svolgono una funzione di tutela nei confronti dei rapporti amicali e di coppia, instillando il dubbio che la società odierna non sia pronta per la sincerità incondizionata. La pièce suggerisce, paradossalmente, che le cose funzionino meglio se indossiamo delle maschere, come già ci insegnava nel XVI secolo la Commedia dell’Arte con i suoi Zanni e i suoi tipi umani identificabili attraverso i travestimenti che ne celavano i veri volti, proprio come fanno i nostri protagonisti quando cercano di giustificare le incongruenze arrampicandosi su specchi sempre più scivolosi. Frizzi e lazzi, antiche materiali bastonature e odierne virtuali mazzate: maschere da giullari delle convenzioni sociali che alla fine cadono e lasciano intravvedere l’autentica faccia dell’umanità, dedita a slanci generosi e preda di vergognose bassezze. Una umanità non dissimile ieri dall’oggi, come non dissimile è la morale: bisogna saper disinnescare i conflitti e bisogna anche sapersi lasciare. E occorre proteggere da tutto le persone alle quali vogliamo bene.
Recensione di Maria Luisa Abate
Visto a Mantova, Teatro Sociale, il 23 gennaio 2025
Immagine di copertina: ph. Augusto Biagini
Da sx: Lorenza Indovina, Paolo Calabresi, Alice Bertini, Marco Bonini,
Dino Abbrescia, Valeria Solarino, Massimo De Lorenz
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