Di Maria Luisa Abate. Mantova, Teatro Sociale: tinte gotiche nel dramma psicologico diretto da Sergio Rubini.

Davanti al sipario chiuso esce il regista/narratore, portando tra le mani un libro ottocentesco dalla copertina annerita, dato alle fiamme e misteriosamente salvatosi. È uno dei testi più celebri della letteratura, che esercita un immarcescibile fascino perverso, in bilico tra l’horror e il dramma psicologico. Per portare a teatro il celebre romanzo che Robert Louis Stevenson scrisse nel 1886 “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” si presentano due strade interpretative: evidenziarne gli aspetti truculenti inscenando gli omicidi con spargimento di sangue e propensione per lo splatter, oppure, secondo noi più sottilmente e più efficacemente addentrarsi nei tortuosi meandri della psiche.

Così ha fatto il regista Sergio Rubini in “Il caso Jekyll” adattato a quattro mani con Carla Cavalluzzi. Rubini ha messo in primo piano le devianze dell’inconscio, sottolineando come anche un cervello apparentemente sano possa presentare gangli incancreniti. Avvezzo ai linguaggi espressivi cinematografici che ha sapientemente trasposto sulle tavole del palcoscenico, Rubini ha acceso i riflettori, letteralmente, sulla parte oscura che abita nei recessi più intimi dell’uomo e che può impadronirsi di lui senza che egli possa sottrarsi a questa forza indecifrabile.

Le scene di omicidio non sono mancate ma hanno seguito il diktat secondo cui ciò che si immagina risulta più spaventoso di ciò che si vede nettamente. Quindi, eccetto qualche crudele episodio (come ingoiare e sgranocchiare sadicamente un povero uccellino vivo), gli efferati assassinii si sono svolti in controluce: omicida e vittima erano sagome nere e la percezione della violenza è stata acuita dagli effetti sonori, dai colpi secchi inferti ai moribondi per finirli, dalle musiche di suspense o angoscianti risultate sostanziali nell’economia dello spettacolo (progetto sonoro Alessio Foglia).

Abbiamo parlato di riflettori letteralmente accesi sulle varie sfaccettature della psiche in quanto l’impianto visivo (scene Gregorio Botta, scenografa Lucia Imperato) e illuminotecnico (luci Salvatore Palladino) è stato tra le carte vincenti di questa produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Marche Teatro, Teatro Stabile di Bolzano.  Lo spettatore è stato condotto all’interno della mente stessa di Jekyll-Hyde ricevendone una panoramica caleidoscopica. Differenti prospettive derivanti dai vari ambienti, concreti come la casa tetra dalla porta di servizio che si chiudeva con un tonfo fragoroso e la strada rischiarata dalla fioca luce di un lampione, oppure luoghi immaginari come l’ossessione, la depravazione, la furia bestiale. I fondali traslucidi, delimitati da fasci di luci ristrette, hanno permesso una sequenza rapidissima di cambi scena, tecnicamente molto impegnativa e avvincente, che ha tenuto sempre alta la tensione del meccanismo registico oliatissimo.

Allo stesso modo, il piano narrativo è stato dal regista repentinamente spostato da un soggetto a un altro, confondendo nell’incalzare del thriller supposizioni e realtà, certezze e paure sia indotte che ataviche. Sergio Rubini, dopo l’incipit iniziale, ha accompagnato lo svolgimento con letture didascaliche, giocando abilmente tra il dipanarsi teatrale della pièce e il racconto letterario, tra il vissuto in prima persona restituito dagli attori e quello degli spettatori che si sono trovati metaforicamente a sfogliare in cupa solitudine le pagine di un libro interiore. Rubini ha trasposto l’inconscio di Jekyll-Hyde all’interno dell’inconscio di ciascuno di noi.

Notevole il cast, che ha indossato abiti di un’epoca leggermente posteriore rispetto a quella di Stevenson, riconducendo i fatti agli albori delle analisi di Freud e Jung (costumi Chiara Avesano). Nei panni del calmo, educato dottor Jekyll, uno stimato medico che compie studi sui misteri della mente, così come in quelli di Mister Hyde, l’alter ego malvagio che viene scatenato da un preparato che il ricercatore sperimenta su se stesso fino a che l’antidoto non ha più effetto, era Daniele Russo. L’attore, al di là dell’ovvio cambio d’abbigliamento e dell’ingenuo tuttavia efficace escamotage di una parrucca, con perizia attoriale e sottigliezze psicologiche, con presenza scenica magnetica dal fascino noir, ha rappresentato le due facce del personaggio: quella buona, remissiva e priva di spina dorsale di Jekyll, e quella malvagia satanica immorale di Hyde. Ma Russo non si è limitato a ciò, riuscendo a evidenziare anche il disperato tormento procuratogli dalla trasformazione, che dapprima avviene a comando bevendo la pozione, poi via via diventa spontanea inevitabile e fatale, costringendolo ad assistere impotente al sopravvento del male sul bene.   

L’avvocato Utterson e suo cugino Enfield, due rispettabili gentiluomini soliti a fare lunghe passeggiate serali assieme, i primi a essere incuriositi, ad avere sospetti, avanzare congetture, investigare, erano Geno Diana, incisivo fin dalla sua prima entrata in scena, e Roberto Salemi, quest’ultimo pure volto di altri personaggi. Impegnati in vesti plurime anche Angelo Zampieri e Alessia Santalucia, l’unica presenza femminile del cast, e Alessio Foglia. Infine, di nuovo Sergio Rubini che, oltre a drammaturgo, regista e lettore ha anche impersonato il collega e amico di Jekyll, Hastie Lanyon, nell’ennesimo ipnotico intersecarsi di linee narrative.

Siamo usciti dalla sala teatrale avvolti dalla fine nebbiolina londinese di quello straniamento che si prova dopo essersi alzati dalla poltrona di una seduta psicanalitica. E con l’inquietante consapevolezza che in ciascuno di noi alberghino due diverse anime che potrebbero prevalere l’una sull’altra senza che noi possiamo controllarle. La vita è un’Ombra e questo ci dà un sottile, tenebroso, allarmante, appagante piacere.

Recensione di Maria Luisa Abate
Visto al Teatro Sociale di Mantova il 28 febbraio 2025
Foto Flavia Tartaglia

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