Di Olivier Horn. Torino Teatro Regio: memorabile interpretazione di Osborn. La regia di Spirei interroga la follia del mondo. Lettura vivace di Rohrer.

Hamlet di Ambroise Thomas, presentato per la prima volta sul palco nella sua versione originale per tenore, ci immerge nella psiche dell’eroe di Shakespeare, grazie a una messa in scena affascinante che corona nel modo più bello la stagione lirica del Teatro Regio di Torino.

Ambroise Thomas aveva composto la sua opera per un tenore, ma non avendo trovato l’interprete ideale, dovette, durante la creazione nel 1868, adattare il ruolo per un famoso baritono del suo tempo, Jean-Baptiste Faure. Da allora, il suo Hamlet è sempre stato cantato da un baritono… fino a questo nuovo allestimento del Teatro Regio che porta in scena l’opera nella sua concezione originale, con un tenore nel ruolo principale. Questo cambiamento fa una grande differenza: Hamlet diventa più fragile, più giovanile. La tessitura più acuta rafforza il legame organico con suo padre, il cui fantasma gli appare durante il primo atto per rivelargli la verità sulla sua morte e chiedere vendetta. Hamlet è così costantemente richiamato al suo status di figlio, ciò che è ulteriormente accentuato dalla presenza di un bambino (vestito come lui) accanto al fantasma di suo padre in abito civile, che gioca a palla con lui o gli tiene la mano, come per evocare i ricordi di una felicità ormai perduta con un padre idealizzato durante l’infanzia

Hamlet

«Essere o non essere», il monologo più famoso del teatro shakespeariano riassume tutto il dramma di Hamlet, costretto a vendicare suo padre – assassinato da suo fratello Claudius per usurpare il suo trono e sposare la regina con cui vive nell’adulterio – a diventare colui che non è o non può essere, a costo del sacrificio della sua vita e del suo amore per Ofelia (di cui scopre che il padre è stato coinvolto nel crimine). La putrefazione è ovunque alla corte danese, fino a sua madre complice dell’omicidio del marito (cosa che non avviene in Shakespeare). Schiacciato dal suo giuramento, Hamlet si rinchiude in un isolamento dal quale nulla riuscirà a farlo uscire fino al tragico epilogo.

Sin dal preludio con il suono del corno che personifica lo spirito tormentato del principe, il tono è dato: in un’ambientazione da morgue, Hamlet contempla il cadavere del Re, circondato da figuranti in nero assorbiti nella lettura di un libro, la cui presenza misteriosa pervade tutto lo spettacolo. È l’inizio del viaggio introspettivo nel cuore dei tormenti dell’eroe, guidato da Jacopo Spirei, regista ispirato di questo spettacolo avvincente. Sostenuta dalla musica di Thomas diretta con maestria da Jérémie Rohrer, il direttore francese a capo dell’Orchestra e del Coro del Teatro Regio, eccellente ancora una volta, la messa in scena dà ai conflitti interiori di Hamlet una traduzione concreta e visibile per tutti, tranne che per gli altri personaggi.

Dopo il preludio, il sipario si alza sulla sala principale del palazzo di Elsinore, un decor splendido concepito dallo scenografo Gary McCann, modulabile grazie alle tende che scendono o si alzano per ricomporre lo spazio a seconda dell’intrigo: da palazzo decadente illuminato dalle luci cesellate di Fiammetta Baldiserri, diventa la biblioteca dove Ofelia canta il suo disperato dolore nel vedere Hamlet scappare da lei, la camera nuziale dove questo sorprende Claudius in preghiera e rinuncia a ucciderlo, e dove più tardi il fantasma di suo padre fermerà il suo braccio sul punto di colpire sua madre.

Durante le seconde nozze della regina con suo cognato, vestiti con sontuosi costumi dai colori volutamente sgargianti disegnati da Giada Masi, l’assenza di Hamlet in mezzo ai cortigiani che cantano a gran voce preoccupa sua madre e instilla l’idea del dramma a venire, mentre lui ignora ancora la verità sulla morte di suo padre. In piedi sulle scale, un uomo contempla la scena alla maniera di Velasquez nel suo celebre dipinto delle Meninas. Incarna forse la coscienza di Hamlet che si interroga sulla vanità delle cose? O il regista ci rimanda a un interrogativo essenziale, una meditazione sull’assenza di senso di un mondo sull’orlo del baratro?

Questa introspezione culmina nell’Atto II, quando Hamlet fa rappresentare una pantomima che racconta “la morte del re Gonzago”. Il gioco delle marionette giganti, vere e proprie figure carnevalesche dai tratti volutamente caricaturali che incarnano il re, la regina e il traditore, trascinate in un giro superbamente coreografato da Ron Howell, bruscamente interrotto da Claudius, che si sente smascherato, conferisce a questa scena una dimensione spettacolare, dalle tonalità che ricordano l’universo grottesco dei clown dipinti da James Ensor. I fantasmi qui sono ben reali e mostrano ciò che non si vuole vedere.

Da quel momento la follia regna al centro del dramma, in un doppio movimento opposto: quella simulata da Hamlet per sfuggire all’ira omicida di Claudio; quella di Ofelia, provocata dal rifiuto di colui che ama e che la respinge. Nulla può arrestare il meccanismo distruttivo che conduce al suicidio di Ofelia. Il suo sublime canto d’addio, circondata da figuranti che mimano la follia e che lei utilizza per incarnare un Hamlet fittizio, immaginato come suo sposo e con cui danza, si conclude tra le pieghe di un velo bianco che simboleggia i limbi del fiume, in cui scompare.

Nell’ultimo atto, ultima tappa di questo viaggio labirintico verso la morte, Hamlet si ritrova tra i cadaveri deposti all’obitorio da becchini che cantano a squarciagola: «Quaggiù tutto è vano / Ricchezza, gloria e amore. / Trane il piacer di bere, / La vita è nel vino!»
riprendendo il suo canto dell’atto II: «O vino, dissipa la tristezza / Che mi pesa sul cuore! Versa lebbrezza / E loblio nel mio cuore!»

Spingendo fino in fondo la logica della sua messa in scena, Jacopo Spirei fa morire Hamlet. Scoprendo il cadavere di colei che non ha mai smesso di amare, ostacolato solo dal peso schiacciante del destino a cui non ha saputo sottrarsi, Hamlet rifiuta di sopravviverle e si trafigge; ma lascia che il fantasma di suo padre lo guidi per compiere la sua vendetta, colpendo Claudius, prima di lasciarsi cadere sul cavalluccio a dondolo della sua infanzia, agonizzante: «Ahimè! L’anima mia è nella tomba ! ! E sono Re!»

In definitiva, questa potente messa in scena ci offre un Hamlet dai toni shakespeariani che non rinnega l’atmosfera romantica legata all’epoca del compositore. La visione di Jacopo Spirei interroga con forza la follia del mondo e degli uomini, i rapporti di potere e di sottomissione, e si rivolge in modo contemporaneo al pubblico di oggi.

La parte musicale contribuisce pienamente al successo dello spettacolo. Jérémie Rohrer, grande esperto del repertorio francese, offre una lettura vivace che mette in risalto la forza drammatica della musica. Con una direzione chiara ed espressiva, alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio, sempre precisa, riesce a valorizzare ogni sezione dell’orchestra, scolpendo con cura ogni frase, soprattutto nei bellissimi assoli degli strumenti a fiato (corno, clarinetto, corno inglese, flauto, oboe e perfino sassofono!).

Per interpretare Hamlet, era necessario un tenore capace di rendere tutte le sfumature del ruolo. John Osborn, specialista del repertorio francese e dotato di un’eccellente dizione, riesce perfettamente nell’impresa, facendo emergere, grazie al suo fraseggio ricco di sfumature e all’espressività del canto, la fragilità e la malinconia del personaggio. Completamente immerso nel ruolo, ne dà un’interpretazione che rimarrà negli annali come un debutto indimenticabile.

Al suo fianco, Sara Blanch interpreta un’Ofelia profondamente autentica, carismatica e appassionata, che incanta per la purezza del suo canto e la sua musicalità. Colpisce nella scena della follia, dando vita a un essere poetico, assetato di libertà, che sceglie la morte piuttosto che subire una vita di reclusione in convento, privata dell’amore di Hamlet.

Clémentine Margaine presta la sua ampia voce di mezzosoprano e il suo temperamento a Gertrude, la regina complice e autoritaria che ricorda a tratti Lady Macbeth. Con il suo bel timbro, Julien Henric dimostra finezza ed eleganza nel ruolo di Laerte. Riccardo Zanelletto interpreta un Claudio piuttosto convincente, passando con naturalezza dal cinismo al rimorso. Alastair Miles è un fantasma molto umano, in un registro difficile, vicino alla monodia o al canto gregoriano. Il resto del cast è di altissimo livello: Alexander Marev (Marcello), Tomisla Lavoie (Orazio), Nicolò Donini (Polonio), Janusz Nosek (primo becchino) del Royal Ensemble e Maciej Kwasnikowski (secondo becchino).

Il Coro del Teatro Regio, ottimamente preparato da Ulisse Trabacchin, dimostra ancora una volta il suo grande talento e la sua capacità di adattarsi a ogni stile operistico.

Il grande assente in questo magnifico spettacolo, giustamente acclamato dal pubblico del Teatro Regio, è stato lo stesso Ambroise Thomas, che non ha mai potuto sapere quanto la sua partitura originale suonasse giusta e attuale. Non c’è dubbio che questa produzione farà epoca e spingerà altri tenori ad affrontare il ruolo vertiginoso di Hamlet.

Recensione di Olivier Horn
Visto a Torino, Teatro Regio, il 13 maggio 2025
Foto Daniele Ratti e Mattia Gaido

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Teatro Regio Torino – Stagione 2024/25
HAMLET
Libretto di Michel Carré e Jules Barbier
dalla omonima tragedia di Wiliam Shakespeare
Musica di Ambroise Thomas
Hamlet John Osborn
Ophélie Sara Blanch
Gertrude Clémentine Margaine
Claudius Riccardo Zanellato
Laërte Julien Henric
Lo spettro del defunto re Alastair Miles
Marcellus Alexander Marev Horatio Tomislav Lavoie
Polonius Nicolò Donini
Primo becchino Janusz Nosek* Secondo becchino Maciej Kwaśnikowski*Artista del Regio
Direttore Jérémie Rhorer
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Jacopo Spirei
Scene Gary McCann
Costumi Giada Masi
Coreografia Ron Howell Luci Fiammetta Baldiserri
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 15 maggio 2025

FRANÇAIS

Dans la tête de Hamlet

Le Hamlet d’Ambroise Thomas, donné la première fois sur scène dans sa version originale pour ténor, nous plonge dans la psyché du héros de Shakespeare, grâce à une mise en scène fascinante qui vient couronner de la plus belle des manières la saison lyrique du Teatro Regio de Turin.

Ambroise Thomas avait composé son opéra pour un ténor, mais faute d’avoir trouvé l’interprète rêvé, il avait dû, lors de la création en 1868, adapter le rôle pour un baryton célèbre de son temps, Jean-Baptiste Faure. Depuis son Hamlet a toujours été chanté par un baryton… jusqu’à cette nouvelle production du Teatro Regio qui porte sur la scène l’œuvre dans sa conception originale, avec un ténor dans le rôle-titre. Ce changement fait une grande différence: Hamlet en devient plus fragile, plus juvénile aussi. La tessiture plus aigue renforce le lien organique avec son père dont le fantôme lui apparaît au cours du premier acte pour lui apprendre la vérité sur sa mort et réclamer vengeance. Hamlet est ainsi rappelé à son statut de fils, ce que renforce la présence d’un enfant (vêtu comme lui) aux côtés du fantôme de son père sobrement vêtu en costume de ville, jouant à la balle avec lui ou lui tenant la main, comme pour convoquer les souvenirs d’un bonheur à jamais révolu avec un père idéalisé au temps de l’enfance.

«Etre ou ne pas être», la tirade la plus célèbre du théâtre shakespearien résume tout le drame d’Hamlet, contraint de venger son père – assassiné par son frère Claudius pour usurper son trône et épouser la reine avec qui il vit dans l’adultère – de devenir celui qu’il n’est pas ou ne peut pas être, au prix du sacrifice de sa vie et de son amour pour Ophélie (dont il découvre que le père a aussi trempé dans le crime). La pourriture est partout à la cour du Danemark, jusqu’à cette mère complice du meurtre de son époux (ce qu’elle n’est pas le cas chez Shakespeare). Ecrasé par son serment, Hamlet se mure dans un isolement dont rien ne réussira à le sortir avant le dénouement tragique.

Dès le prélude au son du cor qui personnifie l’esprit tourmenté du prince, le ton est donné: dans un décor de morgue, Hamlet contemple la dépouille du Roi, entouré de figurants en noir absorbés dans la lecture d’un livre, et dont la présence mystérieuse hante tout l’opéra. C’est le début du voyage introspectif au cœur des tourments du héros où nous entraîne Jacopo Spirei, metteur en scène inspiré de ce spectacle captivant. Portée par la partition d’Ambroise Thomas que dirige avec maestria Jérémie Rohrer, le chef français à la tête de l’Orchestre du Teatro Regio et de son Chœur, excellents une fois de plus, la mise en scène donne aux déchirements intérieurs de Hamlet une traduction concrète et visible pour tous, sauf pour les autres personnages.

Après le prélude, le rideau se lève sur la salle principale du palais d’Elseneur, un décor splendide conçu par le scénographe Gary Mc Cann, et modulable grâce aux rideaux qui descendent ou se lèvent pour recomposer l’espace au gré de l’intrigue : de palais décadent éclairé par les lumières ciselées de Fiammetta Baldiserri, il devient la bibliothèque où Ophélie chante son désespoir de voir Hamlet la fuir, la chambre nuptiale où celui-ci surprend Claudius en prière etrenonce à le tuer, et où le fantôme de son père arrête un peu plus tard son bras sur le point de frapper sa mère.

Lors du remariage de la reine avec son beau-frère, vêtus de somptueux costumes aux couleurs volontairement criardes dessinés par Giada Masi, l’absence de Hamlet au milieu des courtisans qui chantent à pleine voix inquiète sa mère et instille l’idée du drame à venir, alors qu’il ignore encore la vérité sur la mort de son père. Debout dans un escalier, un homme contemple la scène à la manière de Velasquez dans son célèbre tableau des Ménines. Incarne-t-il la conscience de Hamlet s’interrogeant sur la vanité des choses ? Est-ce le metteur en scène qui nous renvoie à un questionnement essentiel, une méditation sur l’absence de sens d’un monde au bord du gouffre ?

Cette introspection culmine à l’Acte II où Hamlet fait donner une pantomime racontant « la mort du roi Gonzague ». Le jeu des marionnettes géantes, figures de Carnaval aux traits caricaturaux qui incarnent le roi, la reine et le traître, entraînés dans une ronde superbement chorégraphiée par Ron Howell, brutalement interrompue par un Claudius qui se sent démasqué, donne à cette scène une dimension spectaculaire dont les tonalités rappellent l’univers grimaçant des clowns peints par James Ensor. Les fantômes sont ici bien réels et montrent ce qu’on ne veut pas voir.

Désormais la folie règne au cœur du drame, dans un double mouvement inversé: celle que simule Hamlet pour échapper à la colère meurtrière de Claudius; celle d’Ophélie, provoquée par le refus de celui qu’elle aime et qui la rejette. Rien ne peut enrayer la mécanique destructrice qui mène au suicide d’Ophélie. Son sublime chant d’adieu, entourée de figurants mimant la folie et dont elle se sert pour incarner un Hamlet fictif qui serait son époux et avec qui elle danse, s’achève dans les replis d’un voile blanc symbolisant les limbes du fleuve, et où elle disparait.

Au dernier acte, dernière étape de ce voyage labyrinthique vers la mort, Hamlet se retrouve au milieu des cadavres que des fossoyeurs déposent à la morgue en chantant à tue-tête: «Ici-bas tout est vain…. La vie est dans le vin ! » faisant écho à son chant de l’acte II: «Ô vin, dissipe la tristesse / Qui pèse sur mon cœur ! Verse l’ivresse / Et l’oubli dans mon cœur !» 

Poussant jusqu’à son terme la logique de sa mise en scène, Jacopo Spirei fait mourir Hamlet. En découvrant le cadavre de celle qu’il n’a jamais cessé d’aimer, seulement empêché par le poids écrasant du destin auquel il n’a pas pu se soustraire, Hamlet refuse de lui survivre et se poignarde mais laisse le fantôme de son père le guider pour accomplir sa vengeance en frappant Claudius, avant de se laisser choir sur le cheval à bascule de son enfance, en agonisant : «Mon âme est dans la tombe, hélas! Et je suis Roi ! »  Au total, cette mise en scène nous offre un Hamlet aux accents shakespeariens, qui ne renie pas l’atmosphère romantique liée à l’époque du compositeur. Sa vision questionne avec force la folie du monde et des hommes, des rapports de pouvoir et de soumission, en s’adressant sur un mode contemporain au public d’aujourd’hui.

La partie musicale est à l’unisson de cette réussite. Fin connaisseur du répertoire français, Jérémie Rohrer proposeune lecture dynamique qui privilégie la force dramatique de la partition. Sa gestuelle limpide à la tête de l’Orchestre du Teatro Regio, toujours impeccable, met en valeur les différents pupitres dont il semble sculpter chaque phrase musicale, en particulier dans les soli des vents (Cor, Clarinette, cor anglais, flûte, hautbois et même saxophone !).

Pour interpréter Hamlet, il fallait un ténor capable de faire entendre toutes les subtilités du rôle. John Osborn, spécialiste du répertoire français, doté d’une excellente diction, réussit à merveille, sachant faire ressortir par son phrasé tout en nuances et l’expressivité de son chant la fragilité du personnage et sa mélancolie. Habité par le rôle, il en donne une interprétation qui restera gravée dans les annales comme une première fois inoubliable.

A ses côtés, Sara Blanch incarne une Ophélie profondément juste, charismatique et passionnée, qui enchante par la pureté de son chant et sa musicalité. Elle impressionne dans la scène de la folie, composant un être poétique épris de liberté, qui choisit de mourir plutôt que de supporter une vie d’enfermement au couvent, privée de l’amour d’Hamlet.

Clémentine Margaine prête son ample voix de mezzo-soprano et son tempérament à Gertrude, la reine complice et autoritaire qui rappelle par instants Lady Macbeth. Avec son beau timbre Julien Henric démontre finesse et élégance dans le rôle de Laërte. Riccardo Zanelletto campe un Claudius plutôt convaincant, passant aisément du cynisme aux remords. Alastair Miles est un fantôme très humain, dans un registre difficile, proche de la monodie ou du chant grégorien. Le reste de la distribution est de grande qualité: Alexander Marev (Marcellus), Tomisla Lavoie (Horatio), Nicolò Donini (Polonius), Janusz Nosek (premier fossoyeur) du Royal Ensemble et Maciej Kwasnikowski (second fossoyeur).

Le Chœur du Teatro Regio excellement préparé par Ulysse Trabacchin démontre une fois de plus son remarquable talent et une faculté d’adaptation à tous les styles d’opéra.

Le grand absent de ce magnifique spectacle, acclamé à juste titre par le public du Teatro Regio, aura été Ambroise Thomas lui-même, qui n’aura jamais su à quel point sa partition originale sonnait juste. Nul doute que cette production fera date, et incitera d’autres ténors à se frotter au rôle vertigineux d’Hamlet.

Compte-rendu de Olivier Horn
Torino Teatro Regio 13 Mai 2025
Ph Daniele Ratti e Mattia Gaido

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Teatro Regio Torino – Saison 2024/25
HAMLET
Livret de Michel Carré et Jules Barbier
d’après la tragédie de Wiliam Shakespeare
Musique de Ambroise Thomas
Hamlet John Osborn
Ophélie Sara Blanch
Gertrude Clémentine Margaine
Claudius Riccardo Zanellato
Laërte Julien Henric
Lo spettro del defunto re Alastair Miles
Marcellus Alexander Marev Horatio Tomislav Lavoie
Polonius Nicolò Donini
Premier fossoyeur Janusz Nosek* Second fossoyeur Maciej Kwaśnikowski*Artiste du Regio
Chef d’orchestre Jérémie Rhorer
Chef du Chœur Ulisse Trabacchin
Mise en scène Jacopo Spirei
Décors Gary McCann
Costumes Giada Masi
Choregraphie Ron Howell Lumières Fiammetta Baldisseri
Directeur de production Antonio Stallone Nouvelle production du Teatro Regio de Turin, mai 2025

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