Di Maria Luisa Abate. Arena di Verona. Due cast: Enkhbat, Netrebko, Di Sauro. Inaugurazione: Enkhbat, Pirozzi, Berzhanskaya. 

Vanitas vanitatum et omnia vanitas è una frase che si trova nella Bibbia (fonte ispiratrice, è bene ricordarlo, del Nabucco verdiano), un concetto che riconduce all’inconsistenza della vita terrena, rispetto a quella spirituale, arrivando a lambire estremizzazioni nichiliste che negano il valore di ogni cosa. Riteniamo però che il regista, in questo nuovo allestimento, intendesse ricollegarsi principalmente al significato che la parola Vanitas assunse nel Seicento in pittura, dove identificava nature morte con elementi simbolici, ossia riferimenti all’essenza effimera della vita. In questo contesto operistico, allusione alla vulnerabilità dell’uomo che rischia l’autodistruzione. Tra gli elementi cardine del simbolismo pittorico compare anche la clessidra, che il regista ha utilizzato come filo conduttore.

Il simbolismo ha sempre avuto un’importanza primaria nei costrutti di Stefano Poda chiamato a ideare interamente (regia, scene, costumi, luci, coreografie) il nuovo Nabucco battezzato “atomico” che ha inaugurato il 102° Opera Festival all’Arena di Verona, gremita ai limiti della capienza in una delle prime serate meteorologicamente bollenti di questa estate 2025.

L’esordio scenico, avvenuto sulle inconfondibili note dell’ouverture verdiana, ha presentato un gruppo di astronauti/miliziani/viaggiatori del tempo intenti ad assemblare una testata nucleare, riconoscibile dal pittogramma della radioattività stampato sulla fiancata. E qui va il nostro primo plauso a Poda per aver reso i suoi spunti facilmente identificabili; meno complessi rispetto alla sua Aida “di cristallo”, titolo inaugurale di due anni fa (recensione vedi qui) e che vedremo rappresentata anche nel corso di questa estate. Impossibile non tessere un confronto tra questi due allestimenti in quanto hanno presentato alcuni elementi condivisi, a iniziare, ad esempio, dal pavimento a vetri sopraelevato, oppure le sfere tonde luminose portate in processione, e ancora le movenze spesso rallentate di mimi, figuranti e ballerini (in totale circa 400 artisti in scena) raggruppati in posizioni plastiche pittoriche oppure disposti in file e caduti al suolo uno dopo l’altro, in sequenza. Elementi scenicamente efficaci che possiamo affermare costituiscano la cifra stilistica distintiva dell’acclamato regista trentino.

Dunque, la scritta al neon Vanitas, che strizzava l’occhio alla light-art, campeggiava al centro dello spazio scenico, collocata in alto su una struttura metallica a forma di clessidra raggiungibile – in una sorta di percorso iniziatico – salendo una scala (lunga 20 metri) sulla quale scorrevano delle scritte, esse pure di light-art, a inizio d’opera le parole Và pensiero… Davanti, due grandi semisfere metalliche reticolate (8 metri di diametro): il nucleo d’un atomo scisso in due parti, riconducente all’esplosione nucleare ma anche al primordiale Big Bang, a un atto catastrofico ancorché generativo. Tutto ciò suggerito più che esplicitato da specifici effetti scenici, che pure non sono mancati e hanno appagato la componente spettacolare che l’anfiteatro richiede. La folgore che colpisce Nabucco quando delira “Non son più re, son Dio” è stata risolta mediante un piccolo fungo atomico consistente in escamotage cinematografici, una fiammata e una nuvola di fumo fuoriuscite da una botola sul pavimento, il cui odore acre ha anch’esso rimandato alle nuove tendenze dell’arte contemporanea che sempre più spesso vedono, nelle mostre, tracce olfattive sommarsi a quelle visive. Sapienza registica, quindi, avvalorata dalla sovrapposizione tra nuove spettacolari tecnologie, la tradizione scenica di grande scuola, e lo sguardo aperto alle ultime correnti artistiche.  

D’impatto sono stati i bellissimi costumi (3000 confezionati dai laboratori areniani) avveniristici e high-tech, tra cui hanno strappato un applauso le bordature simil-Chanel reinventate ex novo in strisce luminose a led. Figure affascinanti, le ancelle di Abigaille, come lei munite di frusta, erano abbigliate con gonne lunghe sul retro e mini sul davanti a mostrare tutine a disegni geometrici tirate fino a coprire il volto. Stivaloni in pelle nera alti fino alle cosce con tacchi a stiletto e corsetti/corazza metallici hanno completato l’aspetto di questa corte femminea di dominatrici, che in seguito le aureole al neon hanno tramutato in una enclave di profane madonne (detto in senso dantesco).

Le due semisfere d’acciaio e alluminio, alle quali le luci hanno conferito suggestiva e cangiante plasticità, hanno incessantemente roteato, lentissime, mostrando l’interno “strozzato” a forma di clessidra. E di nuovo delle clessidre sono comparse nelle mani del popolo ebraico nel momento di maggiore smarrimento, a indicare una condizione di sospensione, di azzeramento temporale. Ma anche di reset del contesto in favore di una universalizzazione dello stesso. Infatti se da un lato Poda ha, molto lodevolmente, favorito la leggibilità dell’opera vestendo i babilonesi in tute blu metallizzate futuristiche e gli ebrei in rustici pastrani giallo ocra, d’altro canto – pur avendo trovato inaspettata e premonitrice coincidenza con l’allargarsi del conflitto nella striscia di Gaza di cui i telegiornali hanno parlato proprio nel giorno della ‘prima’ dell’opera – ha invece condotto la guerra verdiana tra due popoli a una lotta decontestualizzata, totale, combattuta all’arma bianca in duelli tra schermidori (per la verità ripetuti troppe volte), in certami vis-a vis significativamente anche tra uomini con la divisa dello stesso colore.

Il finale scritto da Giuseppe Verdi e dal librettista Temistocle Solera vede gli ebrei liberati dalla schiavitù, graziati, inginocchiarsi assieme agli assiri nell’invocare Jehova. Nella messinscena ideata da Stefano Poda dapprima la grande clessidra recante la scritta Vanitas si è aperta, significando l’infrangersi dell’idolo di Belo. Poi la fatale attrazione magnetica ha unito le due semisfere formando un unico globo. In questo processo di ricongiungimento (lo affermiamo per averlo visto, senza essere influenzati dalle note di regia che per abitudine non leggiamo mai prima dello spettacolo) le luci diversamente angolate hanno fatto sembrare i due emisferi simili ai simboli dello Yin e dello Yang, che l’antica filosofia cinese identifica generalmente, ma non solo, con la notte e il giorno. Due forze opposte ma complementari, due polarità uguali e contrarie che non possono esistere l’una senza l’altra e che sono alla base dell’equilibrio nell’universo: in questo Nabucco le dicotomie tra ragione e fede, tra tecnologia e filosofia. L’atomo scisso dalla deflagrazione, atomica o primordiale che fosse, ha quindi ritrovato l’unitarietà primigenia del proprio nucleo e il suo moto incessante si è finalmente arrestato, scandendo il nuovo tempo dell’armonia. Il riconciliarsi dell’uomo con l’Uomo.

Il direttore d’orchestra palestinese Pinchas Steinberg ha fatto ritorno in Arena dopo venticinque anni per condurre i 120 i professori dell’Orchestra di Fondazione Arena verso un Verdi non convenzionale, discostatosi da una certa tradizione esecutiva. La lettura improntata alla correttezza e i contrasti dinamici assai misurati sono stati inseriti in un costrutto d’insieme quasi cameristico, alla ricerca di un dialogo a tu per tu con l’ascoltatore che ha immerso in un’atmosfera ricercatamente mistica, raccolta.

D’eccellenza le voci nella serata inaugurale, così come saranno di prim’ordine nell’alternanza di cast previsti nelle repliche future.
Abbiamo adorato Amartuvshin Enkhbat fin dalla prima volta, anni fa, che abbiamo avuto la fortuna di ascoltarlo. E non potrebbe essere altrimenti, stante il mezzo vocale straordinario sotto ogni aspetto di questo figlio delle remote alture della Mongolia diventato un baritono verdiano di riferimento. Di lui già in passato, sia in Arena che su altri palcoscenici, abbiamo descritto e ora confermiamo la caratura extralusso della voce gestita con padronanza tecnica ed espressiva, la sontuosità degli armonici, la dizione impeccabile percepibile anche nei grandi spazi dell’anfiteatro dove la proiezione risulta un fattore primario, il fraseggio espressivo, la ricchezza entusiasmante di colori ed accenti, il timbro avvolgente caldo e morbido. Non ultima, la sapiente costruzione del personaggio, sempre in un bilico ben calcolato pertanto credibile, tra regalità e follia (e con un rinsavimento conclusivo che sarebbe bello vedere tra i signori delle guerre odierne).

Meravigliosa Anna Pirozzi per la cui voce l’aggettivo “immensa” risulta parziale. Corposa non solo negli acuti svettati con la consueta chiarezza, ha entusiasmato nelle impetuosità, stemperate in tenui smorzature tra chiaroscuri dinamici e una tavolozza coloristica ricca e sapientemente dosata. Il soprano è autenticamente drammatica, energia allo stato puro. L’imperiosità della sua Abigaille è emersa soprattutto dopo aver scoperto di non essere veramente figlia del re ed aver cercato di impossessarsi del trono, sfoderando un temperamento energico e risoluto accentuato dalla frusta con cui la regia le ha armato la mano.

Nel ruolo di Fenena era il soprano russo Vasilisa Berzhanskaya tanto dolce nella voce setosa quanto incisiva nella presenza scenica, dagli accenti intrisi di lirismo e dalla spiccata musicalità che avevamo già applaudito su questo palcoscenico in tutt’altri contesti, apprezzandone adesso anche la versatilità oltre all’omogeneità in tutta la gamma. 

Il tenore ha una parte relativamente breve in questo titolo verdiano e proprio per questo necessita di un interprete di prim’ordine. Ennesima conferma per Francesco Meli, Ismaele, dalla linea di canto improntata alla raffinatezza. Attento alle preziosità del dettato, fine cesellatore di accenti e di colori, Meli ha sfoggiato messe in voce da manuale ma anche vertiginose discese decrescenti realmente emozionanti.

La grande classe è emersa in Roberto Tagliavini che ha prestato il suo bel timbro scuro alla ieratica figura diZaccaria. Ben centrati i personaggi di Abdallo, Carlo Bosi; del gran Sacerdote di BeloGabriele Sagona; di Anna, Daniela Cappiello.

Dal punto di vista strettamente musicale, unanimemente considerato il vero protagonista di Nabucco è il Coro: 160 artisti areniani, istruiti da Roberto Gabbiani, che tra i pezzi forti hanno proprio il “Và pensiero”, costruito su pause e respiri, su assottigliamenti e pienezze, sulla tenuta della lunga ‘corona’ finale. Inesplicabile quindi che, forse per la prima volta da che noi abbiamo memoria, le celeberrime note non siano state bissate, cosa peraltro non richiesta dal pubblico forse distratto dalla spettacolarità visiva.

La serata inaugurale è stata ripresa dalla RAI che, in collaborazione con il Ministero della Cultura, la trasmetterà su RAI 3 in mondovisione sabato 21 giugno 2025 alle 21.20, in occasione della Giornata europea della Musica, rivolgendosi a milioni di spettatori. Non poteva quindi mancare, in apertura, l’inno nazionale italiano intonato dal Coro in tuniche bianche rosse e verdi a formare un grande Tricolore. La serata televisiva è stata presentata dagli attori Alessandro Preziosi e Cristiana Capotondi. Notevole il parterre vip, con volti noti dello star system e la presenza di diversi Ministri, tra cui quello della Cultura Alessandro Giuli, oltre al Presidente della Camera Lorenzo Fontana. In platea accanto al Sovrintendente Cecilia Gasdia e al Sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, è stata notata anche, in visita privata e intenta alle immancabili foto ricordo, l’ex cancelliera Angela Merkel, a sancire l’attrattiva e il fascino che esercita l’Arena di Verona, il teatro sotto le stelle più grande del mondo.

Il 102° Opera Festival 2025 comprende 51 serate di spettacolo, con 5 titoli d’opera e 5 fra concerti e balletti.Undici saranno le repliche di questo nuovo Nabucco che si susseguiranno fino al 5 settembre 2025. Vederlo alla tv è bellissimo, ma dal vivo è ancora meglio!

Recensione di Maria Luisa Abate
Visto all’Arena di Verona, inaugurazione del 102° Opera Festival, il 13 giugno 2025.
Foto Ennevi per gentile concessione di Fondazione Arena di Verona.



CAST ALTERNATIVO

Luce. La voce di Anna Netrebko è “semplicemente” questo. Il soprano, va sottolineato, è ancora molto giovane tuttavia sembra già avere invertito le lancette dell’orologio, che per lei girano all’indietro. In forma splendida, pareva una ragazzina nell’ultimo atto, con indosso uno “straccetto” bianco (sia detto tanto per capirci, senza malizia verso i costumi che sono audaci, futuristici, meravigliosi: il punto di forza di questo allestimento). Nell’atto precedente, con stivaloni di cuoio dal tacco a spillo e look aggressive aveva tirato fuori una grinta battagliera che ha reso piena giustizia ad Abigaille. Facendone sì un personaggio duro e abituato a comandare; ma il suo desiderio di impossessarsi del trono babilonese aveva la fierezza attribuibile a un generale che combatte in prima linea e non alla solita “cattivona” tout court. Sublime. Quando ha impugnato la frusta di cui l’ha armata la regia, l’ha padroneggiata come se non avesse fatto altro in tutta la vita, a dare ancor più corpo all’intensità drammatica. Sublime al quadrato.

Altra caratteristica che la contraddistingue è infatti il rapportarsi alle indicazioni registiche interpretandole nel vero senso della parola e innestandovi la sua personale costruzione del personaggio, che così è risultato delineato perfettamente. E con una dovizia di particolari, scenici e musicali, frutto dello studio sull’opera svolto con serietà stakanovista: altra peculiarità che la contraddistingue. Ne è uscito un Verdi intenso e vibrante e una Abigaille totalmente “sua” e perfettamente inserita nel quadro registico. Va ricordato che questo era per lei il debutto italiano nel ruolo, pur già ricoperto all’estero. Del resto, quando Anna Netrebko sale sul palco, non ce n’è per nessuno: la sua è una presenza magnetica e catalizzatrice, da vera “Diva”, come è soprannominata.

Ma torniamo alla voce della quale, nella prima delle sue tre recite in Arena, possiamo ripetere le caratteristiche per cui è nota. E che certamente hanno già da un pezzo proiettato il soprano russo (di origini cosacche, naturalizzata e cittadina austriaca) nell’empireo dei pochi eletti il cui nome passerà alla storia. Stiamo scrivendo quelle che per i melomani sono banalità, ma l’Arena attira pubblici di ogni tipo e riteniamo doveroso sottolineare anche il già noto.

La sua voce, sempre più corposa e levigata, si è arricchita di magnifiche bruniture nei registri bassi, per poi essersi innalzata in acuto verso quella luminosità che è la sua caratteristica principale, che la rende unica. Lucentezza che cangia dalla radiosità alla trasparenza, dal perlaceo all’opalescente, passando con disinvoltura dalla leggerezza eterea di una piuma alla consistenza materica del velluto o alla preziosità di un broccato di seta. Le sue mezze voci sono insuperabili, impalpabili, angeliche, si librano nell’anfiteatro (per l’occasione silenziosissimo) e “corrono” senza sforzo apparente.

In questa tessitura verdiana a dir poco impegnativa, dalla prima nota all’ultima Netrebko ha fatto sfoggio, anche attraverso fraseggio, legati, coloriture e accenti ma non solo (i fattori che la collocano al top sono infiniti) di raffinatezze, di ceselli, di torniture, in numero imponente. Non aggiungiamo nulla: ci inchiniamo alla sua Arte.

Nel ruolo del titolo era ancora Amartuvshin Enkhbat, un altro numero uno. Un altro Artista con la A maiuscola circa il quale ci dilunghiamo ogni volta in lodi sviscerate e meriate, del quale confermiamo l’ottima forma già descritta nelle righe qui sopra, riferite alla serata inaugurale del titolo.

Già sopra menzionate anche le presenze nei ruoli di fianco. Ma ben quattro, oltre a Netrebko, sono stati i nomi che hanno differenziato questa recita. Infatti un pregio dell’Arena di Verona è il permettere di sentire a ogni replica un diverso cast, invogliando il pubblico (e la critica) a compiere paragoni tra gli interpreti.

Il mezzosoprano Francesca Di Sauro ha interpretato Fenena con timbro morbido e accenti espressivi, oltre che con un fraseggio assai curato e attenzione alle sfumature. Importante la sua presenza scenica, che è riuscita a spiccare, facendo emergere in questa figura una dolcezza mai annebbiata dalla remissività. 

Il ruolo tenorile, in quest’opera assai limitato, era affidato a Galeano Salas, che ha ben delineato Ismaele, convincendo sia sotto l’aspetto attoriale sia in quello della voce, tanto salda quanto aggraziata nell’emissione e corredata da una interessante gamma coloristica, andata a guarnire il bel timbro.

Il basso newyorkese Christian Van Horn ha vestito i panni di Zaccaria riponendone l’autorevolezza nella potenza vocale.

Della direzione di Pinchas Steinberg abbiamo già riferito e confermiamo ora il nostro giudizio, aggiungendo che forse ci saremmo aspettati una maggiore verve per stare al passo con il “ciclone” Netrebko. Sempre ottimo il Coro areniano diretto magnificamente da Roberto Gabbiani, ma anche in questa occasione purtroppo niente bis del “Va pensiero”.

Anche della regia di Stefano Poda ci siamo già occupati nel dettaglio in apertura della nostra recensione “doppia”. Vogliamo sottolineare che in questa recita, da noi vista per seconda, è apparso molto migliorato l’effetto scenico del fulmine che colpisce Nabucco, il cui fumo ha davvero assunto la forma, in miniatura, di un fungo atomico. Brave le maestranze tecniche!

Nabucco, con diversi cast replica fino al 5 settembre 2025. 

Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 17 luglio 2025
Foto Ennevi

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