Di Vincent Cipriani. Opéra-Comique Parigi e Palazzetto Bru Zane Venezia: cast eccellente, direzione raffinata, efficace la regia nella versione dell’opera del 1859.

Quante volte ci è capitato di uscire da uno spettacolo con la sensazione che tutto – l’interpretazione, la messa in scena, la musica, le scenografie, i costumi, le luci – fosse un successo curato nei minimi dettagli, e di aver assistito a un vero capolavoro? È piuttosto raro, ma il Faust dell’Opéra-Comique di Parigi è sicuramente una di queste.

Ripresa di una produzione dell’Opéra de Lille, in coproduzione con il Palazzetto Bru Zane (Centro per la Musica Romantica Francese di Venezia), nell’ambito del Festival di Parigi del Palazzetto Bru Zane, questo Faust non è la versione canonica dell’opera di Gounod che si trova spesso nel cartellone dei grandi teatri d’opera del mondo: si tratta della versione originale del 1859, un «opéra-comique» di quattro atti e un prologo, con un’alternanza di arie cantate e dialoghi parlati. In seguito al grande successo di questa versione, Gounod rielaborò la partitura e trasformò quest’«opéra-comique» in un «grand opéra à la française», sostituendo i dialoghi con recitativi cantati, aggiungendo alcune arie ormai famose (la Ronde du Veau d’or di Méphistophélès, l’aria di Valentin “Avant de quitter ces lieux”, il coro dei soldati “Gloire immortelle de nos aïeux” e l’aria del balletto dalla Notte di Valpurga) e dividendo l’opera in cinque atti.

[Julien Dran (Dr Faust), Jérôme Boutillier (Méphistophélès) ph Stefan Brion]

Presentare la versione originale del Faust è un’idea particolarmente brillante: oltre a onorare il genere dell’opéra-comique, ci permette di riscoprire in modo diverso un’opera che pensavamo di conoscere già bene, sia dal punto di vista musicale, con arie finora sconosciute, sia dal punto di vista teatrale, con dialoghi parlati che rivelano una psicologia dei personaggi completamente diversa dalla versione “grand-opéra”. In questa versione, il Dottor Faust appare più sensibile e la sua caratterizzazione acquista maggiore spessore, mostrando più chiaramente i suoi sentimenti combattuti tra la brama di piacere, l’amore sincero per Marguerite e la gratitudine mista a paura per Mefistofele. Quanto a quest’ultimo, è senza dubbio il personaggio che più si discosta dalla versione canonica: qui, oltre ad essere tenebroso, è anche molto divertente, con un irresistibile humour nero.

La scenografia, opera di Éric Ruf, è di per sé semplice e sobria, ma di prodigiosa efficacia drammaturgica. Facendo eco alla prima parola dell’opera, cantata da Faust, «Rien !», ovvero «Niente!», quando si apre il sipario, non c’è… niente: si vede l’intero spazio scenico, senza quinte né fondale, completamente vuoto e immerso nell’oscurità. Poi una scrivania e un armadio “cadono dal cielo” per rappresentare l’appartamento di Faust e quello di Marguerite. Al centro del palcoscenico, un grande disco girevole introduce un apprezzato dinamismo, ad esempio quando Mefistofele e Faust partono una volta che quest’ultimo è tornato giovane, o quando due ballerini si lanciano in un valzer sfrenato nella scena del ballo alla fine del primo atto. Infine, cinque pannelli alti una decina di metri vengono spostati per rappresentare sia l’esterno che l’interno della casa di Marguerite, così come la chiesa nel terzo atto.

[Alexis Debieuvre, Léo Reynaud (comédiens), chœur de l’Opéra de Lille ph Stefan Brion]

Anche la regia di Denis Podalydès è di buon gusto ed efficace, con una recitazione eccellente. Le scene di gruppo sono particolarmente ben curate: il regista ha sfruttato la presenza di molti membri del coro per creare immagini forti e intense. L’illuminazione di Bertrand Couderc accompagna perfettamente le disavventure di Faust e Mefistofele, a volte aumentando l’intensità delle scene di gruppo, a volte sottolineando la fragilità di questi esseri in preda al desiderio e al rimpianto. I costumi di Christian Lacroix formano un insieme omogeneo, che unisce raffinatezza e mistero; contrariamente allo stile abituale del grande couturier, i toni dei costumi rimangono piuttosto scuri (nero, blu scuro, marrone e beige), tranne durante la scena della Notte di Valpurga, in cui le streghe sfoggiano abiti dai colori sfavillanti.

Per quanto riguarda gli interpreti, dire che sono bravi sarebbe un eufemismo: sono assolutamente eccellenti, e le loro interpretazioni sono tanto più notevoli dato che sono tutti sia bravi cantanti che attori – una condizione imperativa per il successo delle scene parlate.

[Julien Dran (Dr Faust), Vannina Santoni (Marguerite) ph Stefan Brion]

Julien Dran, che interpreta il Dottor Faust, è semplicemente eccellente. Il suo timbro è magnifico e la sua tecnica impeccabile. La sua arte delle sfumature è particolarmente degna di nota: ha una grande potenza e la esercita in momenti di grande intensità, ma sa anche essere commovente e tenero nelle arie di seduzione o di rimpianto – evidenziando perfettamente l’ambiguità del suo personaggio. Non meno ambiguo, e non meno eccellente, è il Mefistofele di Jérôme Boutillier, la cui voce è agile, tenera e cupa. Sfruttando il potenziale comico del personaggio in questa versione, Mefistofele risulta più umano e affettuoso di quanto si sia visto in altri allestimenti della versione canonica dell’opera. Per quanto riguarda Marguerite, il canto di Vannina Santoni è preciso e accurato, duttile e armonioso, e ha una grande presenza scenica.

I ruoli secondari non meritano meno elogi. Il Valentin di Lionel Lhote è appassionato e toccante; la Siebel di Juliette Mey è una pura delizia, con la sua voce raffinata, leggera e ricca di timbro, che mostra una tavolozza espressiva molto colorata; Marie Lenormand ritrae Dame Marthe con umorismo e ardore; infine, si può rimpiangere che il Wagner di Anas Séguin appaia così poco, con la sua voce così sicura ed espressiva, la dizione impeccabile e la recitazione notevole.

La direzione di Louis Langrée è stata, come sempre, raffinata e brillante: ha fatto sfolgorare l’Orchestra Nazionale di Lille con dinamismo e intensità. Anche il Coro dell’Opéra di Lille, impegnato per tutta l’opera, si è dimostrato di altissima qualità, grazie alla direzione di Louis Gal.

Nel complesso, questa è una magnifica produzione da vedere all’Opéra-Comique. Il pubblico lascia l’auditorium un po’ stordito, come accade quando si è appena assistito a un capolavoro. Questo Faust ci ricorda più che mai perché amiamo l’opera lirica, un’opera d’arte davvero totale e magistrale che unisce un’infinità di talenti diversi.

Recensione di Vincent Cipriani
Parigi – Opéra-Comique 21 giugno 2025

Immagine in copertina:
Julien Dran (Dr Faust), Jérôme Boutillier (Méphistophélès),
chœur de l’Opéra de Lille
Foto credit Stefan Brion

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FRANÇAIS

[Julien Dran (Dr Faust), Vannina Santoni (Marguerite), Jérôme Boutillier (Méphistophélès), Marie Lenormand (Dame Marthe), Alexis Debieuvre, Léo Reynaud (comédiens) ph Stefan Brion]

Combien de fois nous est-t-il arrivé de sortir d’un spectacle en ayant le sentiment qu’absolument tout – interprétation, mise en scène, musique, décors, costumes, lumières – était réussi dans les moindres détails, et que l’on a assisté à un véritable chef-d’œuvre ? C’est tout de même assez rare, mais le Faust de l’Opéra-Comique de Paris en fait résolument partie.

Reprise d’une production de l’Opéra de Lille, en coproduction avec le Palazzetto Bru Zane (Centre de musique romantique française de Venise), dans le cadre du Festival Palazzetto Bru Zane Paris, ce Faust n’est pas la version canonique de l’opéra de Gounod telle qu’on la trouve souvent à l’affiche des grandes maisons d’opéra du monde entier : il s’agit ici de la version initiale de 1859, en opéra-comique de quatre actes et un prologue, avec une alternance d’airs chantés et de dialogues parlés. Suite au grand succès obtenu par cette version, Gounod a remanié la partition et transformé cet opéra-comique en grand opéra à la française, en remplaçant les dialogues par des récitatifs chantés, en ajoutant des airs devenus célèbres (la Ronde du Veau d’or de Méphistophélès, l’air « Avant de quitter ces lieux » de Valentin, le chœur « Gloire immortelle de nos aïeux » des Soldats, et l’air du ballet de la Nuit de Walpurgis), et en présentant le tout en cinq actes.

Présenter la version initiale du Faust est une idée particulièrement brillante : en plus de faire honneur au genre de l’opéra-comique, cela permet de redécouvrir autrement une œuvre que l’on pensait déjà bien connaître, aussi bien du point de vue musical avec des airs qui nous étaient inconnus jusqu’à maintenant, que théâtral avec des dialogues parlés révélant une psychologie des personnages tout à fait différente de la version « grand opéra ». Ainsi, dans cette version, le Docteur Faust apparaît plus sensible, et sa caractérisation acquiert plus de profondeur, montrant plus clairement ses sentiments tiraillés entre la soif de plaisir, l’amour sincère pour Marguerite et la reconnaissance mêlée de crainte pour Méphistophélès. Quant à ce dernier, c’est sans doute le personnage qui diffère le plus dans cette version, par rapport à la version canonique : il est ici certes ténébreux, mais aussi très drôle, avec un humour noir irrésistible.

[Inès Rousseau, chœur de l’Opéra de Lille ph Stefan Brion]

La scénographie, réalisée par Éric Ruf, est en soi assez simple et épurée, mais d’une prodigieuse efficacité dramaturgique. En écho au premier mot de l’opéra, chanté par Faust, « Rien ! », lorsque le rideau se lève, il n’y a… rien : on voit l’immense cage de scène entièrement vide et plongée dans le noir. Par la suite, un bureau et une armoire « tombent du ciel » pour figurer l’appartement de Faust ainsi que celui de Marguerite. Au centre de la scène, un grand disque rotatif, qui introduit un dynamisme très apprécié, par exemple lorsque Méphistophélès et Faust et se mettent en route une fois ce dernier redevenu jeune, ou lorsque deux danseurs sont entraînés dans une valse folle dans la scène du bal de la fin du premier acte. Enfin, cinq panneaux d’une dizaine de mètres de haut sont déplacés pour figurer tantôt l’extérieur, tantôt l’intérieur de la maison de Marguerite, ainsi que l’église du troisième acte.

La mise en scène de Denis Podalydès est également de très bon goût et efficace, avec une direction d’acteur remarquable. Les scènes de groupe sont particulièrement bien réussies : le metteur en scène a su tirer parti de la présence de nombreux artistes du chœur pour créer des images fortes et intenses. Il faut dire que les lumières de Bertrand Couderc accompagnent à merveille les mésaventures de Faust et Méphistophélès, tantôt participant de l’intensité des scènes de groupe, tantôt soulignant la fragilité de ces êtres en proie au désir et au regret. Les costumes de Christian Lacroix forment un tout homogène, alliant raffinement et mystère ; contrairement à l’habitude du grand couturier, les tonalités des costumes restent assez sombres (noir, bleu foncé, marron et beige), sauf lors de la scène de la Nuit de Walpurgis, qui est l’occasion pour les sorcières de déployer des robes aux couleurs virevoltantes.

Pour ce qui est des interprètes, dire qu’ils sont bons relèverait de la litote : ils sont absolument excellents, et leurs performances sont d’autant plus remarquables qu’ils sont tous aussi bons chanteurs qu’acteurs – condition impérative à la réussite des scènes parlées.

[Vannina Santoni (Marguerite), Julien Dran (Dr Faust) ph Stefan Brion]

Julien Dran, qui incarne le Docteur Faust, est tout simplement excellentissime. Son timbre est magnifique et sa technique impeccable. On peut souligner son art de la nuance : il a beaucoup de coffre et en envoie lors des moments de grande intensité, mais sait aussi se faire touchant, tendre et discret dans les airs de séduction ou de regret – mettant ainsi parfaitement en lumière l’ambiguïté de son personnage. Non moins ambigu, et non moins excellent, le Méphistophélès interprété par Jérôme Boutillier a une voix agile, tendre et ténébreuse. Exploitant le potentiel comique du personnage dans cette version, la direction d’acteur de Denis Podalydès l’a rendu plus humain et attachant qu’on a pu le voir dans d’autres mises en scène de la version canonique de l’opéra. Quant à Marguerite, Vannina Santoni lui confère un chant très précis et juste, souple et harmonieux, ainsi qu’une grande présence scénique.

Les seconds rôles ne méritent pas moins d’éloges. Le Valentin de Lionel Lhote est passionné et touchant; le Siebel de Juliette Mey est une pure délectation, avec sa voix si raffinée, au timbre léger et riche, déployant une palette expressive très colorée; Marie Lenormand campe le rôle de Dame Marthe en lui conférant humour et ardeur; enfin, on peut regretter que le Wagner d’Anas Séguin apparaisse si peu, avec sa voix assurée et expressive, sa diction impeccable et son jeu d’acteur remarquable.

La direction de Louis Langrée est, comme à son habitude, raffinée et étincelante : il a su faire flamboyer l’Orchestre National de Lille, avec dynamisme et intensité. Le chœur de l’Opéra de Lille, assez sollicité tout au long de l’œuvre, s’est également révélé d’une grande qualité, grâce à la direction de Louis Gal.

C’est en somme une magnifique production qui se donne à voir à l’Opéra-Comique. Le public quitte la salle en étant un peu sonné, comme cela arrive lorsqu’on vient d’assister à un chef-d’œuvre. Ce Faust nous rappelle plus fort que jamais pourquoi on aime l’opéra, œuvre d’art vraiment totale et magistrale.

Critique de Vincent Cipriani
Paris – Opéra-Comique 21 juin 2025
Photos Stefan Brion

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