Di Olivier Horn. Recensione bilingue. Teatro Regio di Torino: progetto registico ‘rivoluzionario’; ardore nella direzione; cast stellare.

Con l’Amleto di Ambroise Thomas lo scorso maggio (recensione vedi qui), pensavamo di aver coronato la ricca stagione lirica del Teatro Regio di Torino. Ma questo senza l’Andrea Chénier di Umberto Giordano, le cui rappresentazioni concluse hanno un anno eccezionale con un vero e proprio “gran finale”.

Il riferimento alla pirotecnica non è fortuito visto la storia – ispirata alla vita del poeta André Chénier durante la Rivoluzione Francese – e il progetto davvero “rivoluzionario”, ideato e realizzato da Giancarlo del Monaco. Celebrato sui più grandi palcoscenici lirici, ha messo in scena il capolavoro di Giordano molte volte nel corso della sua carriera, e non nasconde il suo amore per quest’opera, nella quale si è sempre immerso: suo padre, il celebre Mario del Monaco, che ha studiato il ruolo con lo stesso compositore, l’ha cantato con i più grandi soprani, la Callas, la Tebaldi… In altre parole, questa musica gli scorre nelle vene.

Questa nuova produzione è stata memorabile in più di un modo. Invece di limitarsi a una lettura stricto sensu del libretto di Luigi Illica per rappresentare i quattro tableaux ambientati nel 1789 e 1794, Giancarlo del Monaco confonde deliberatamente le acque mescolando le epoche. Propone una visione della storia che ci porta oltre la cornice della Rivoluzione francese, vista come atto fondativo del mondo moderno, la prima delle rivoluzioni che si sono succedute nel corso della storia, e da cui trae una lezione molto cupa, ritenendo che questi sconvolgimenti siano necessari ma che inevitabilmente  diventino  distopie:  «una rivoluzione è un’utopia e le utopie non funzionano mai, si ribellano al desiderio dell’uomo di un mondo migliore. Generano mostri. Da Marx a Mao, la storia ci insegna che l’idea di un mondo migliore può trasformarsi in tragedia.»

Alla fine del primo atto, mentre si rievoca l’agitazione del paese (alla vigilia degli eventi di 1789) durante la festa nei saloni settecenteschi della Comtesse de Coigny (con ospiti nobili, in abito e cesta, incipriate e calze di seta, e danze affascinanti coreografate da Barbara Staffolani), i soldati di un’altra epoca – la nostra – vestiti di nero e imbragati come poliziotti antisommossa, irrompono in scena e uccidono il fauno che balla il minuetto con una raffica di kalashnikov. La festa è finita, e il sipario scende come la mannaia della ghigliottina che sta per entrare in azione.

Negli atti successivi, l’azione, per volontà del regista, ci proietta oltre il 1794, in un futuro in cui le illusioni hanno abbandonato il palcoscenico e il cuore degli uomini. Nel secondo atto, l’umanità schiavizzata è perseguitata da agenti del nuovo potere che impongono un regno di terrore. Tutti sono potenzialmente nemici o traditori in un mondo di distruzione e denuncia. Nel terzo atto, una stanza d’archivio dove ogni individuo è potenzialmente schedato, accentuando la natura disumanizzata di questo mondo militarizzato che manda a morte i suoi nemici in processi farsa. L’ambiente finale, dove Chénier e Maddalena vivono le loro ultime ore, assomiglia a un campo di internamento circondato da filo spinato.

Chi si aspettava una ricreazione figurativa dell’epoca rivoluzionaria ha avuto una bella sorpresa: dopo gli interni luminosi del primo atto, Daniel Bianco ha creato queste scenografie opprimenti e senz’anima che evocano mondi totalitari e liberticidi: una via di mezzo tra 1984 di Orwell, Daech con le sue bandiere nere, il Terzo Reich o il Brasile, il film futuristico e sgangherato di Terry Gilliam. Tutto è buio, immerso in un torpore grigio accentuato dalle luci di Vladi Spigarolo. I costumi di Jesús Ruiz offrono lo stesso contrasto, passando dai raffinati e dagli indumenti chiari dell’inizio a quelli informati e incolori in cui tutti si confondono. L’unico personaggio che emerge da questa massa è Gérard, l’ex servo che è diventato il braccio onnipotente con la spada di un non meglio definito regime, con il suo lungo cappotto di pelle nera che ricorda un Beria o un Himmler.

Il risultato è una visione molto cupa («Non credo che l’essere umano sia buono per natura, al contrariol’uomo è un animale cattivo. Siamo nati per distruggere, per parlare male l’uno dell’altro»), ma a ciò fa da contraltare un barlume di speranza in questo mondo devastato dove “tutto cambia affinché nulla cambi”: l’amore. Visto dal regista come l’unica vera rivoluzione possibile, l’amore consolante e salvifico che redime il mondo e sostenendo gli amanti condannati nella loro marcia verso la morte; l’amore per la vita e la poesia, l’amore sacro, evocato dal poeta nel suo primo assolo: Un di all’azzurro spazio”; l’amore​ che Maddalena invoca nella sua più famosa aria “La mamma morta” , di fronte a Gérard che la desidera, e al quale si offre per salvare il suo amante (“se della vita sua tu fai prezzo il mio corpo… ebbene, prendimi!”); l’amore vero la cui forza impressiona Gérard al punto da fargli rinunciare al desiderio di possederla a tutti i costi.

Spostando la sua messa in scena su un piano universale dove tutti i totalitarismi, tutte le dittature, tutti i regimi oppressivi si fondono in una visione molto contemporanea, con i camion dove vengono caricati i condannati, riflettori su torri di guardia, filo spinato e muri di cemento pieni di graffiti, Giancarlo del Monaco rinnova la nostra percezione dell’opera. L’amore nella morte sembra essere l’unica via di fuga da un mondo chiuso e condannato. Sullo sfondo di sconvolgimenti storici e tragedie, il suo disegno registico si concentra sull’inno all’amore cantato dall’eroe la cui fede nella poesia e nella verità non cambia mai. Chénier è l’unico che resta fedele ai suoi ideali, quello le cui azioni irradiano le  trasformazioni  interiori in Maddalena e Gérard, gli altri due personaggi principali. Da giovane aristocratica frivola e superficiale, Maddalena diventa una donna consapevole, che ha sofferto e maturato attraverso le difficoltà, e determinata a morire per amore. La trasformazione di Gérard è ancora più radicale. Comprendendo cosa sia il vero amore ascoltando Maddalena, acquisisce una grandezza inaspettata  cercando coraggiosamente di salvare l’uomo che ha denunciato. Invano.

Alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio , assolutamente eccellente nel registro sinfonico così come nei fraseggi più morbidi, Andrea Battistoni ha fatto centro al suo debutto come direttore musicale al Regio di Torino, adattandosi alla teatralità della messa in scena, trasmettendo la sua passione per questa partitura che difende con ardore e servita magnificamente dall’orchestra, alternando tensione nelle scene rivoluzionarie (le cui canzoni – Ça ira! la Carmagnole, la Marseillaise – risuonano in sottofondo) e la delicatezza al servizio dei cantanti anche nei passaggi più declamati che cantati. Il maestro non perde mai la presa sul Coro (magnificamente preparato da Ulisse Trabacchin), che è un vero pilastro dello spettacolo presente in tutte le scene.

Il cast è memorabile. Chénier è interpretato da Gregory Kunde , il cui settantunesimo compleanno è difficile da credere. A un’età in cui la maggior parte dei cantanti si è ritirata da tempo dalle scene, il tenore americano è travolgente in un ruolo molto esposto che richiede resistenza, finezza e fraseggio. Con un magnifico assolo  in ciascuno dei quattro atti, tre duetti e scene d’insieme, il ruolo è mozzafiato. Fin dalla sua prima apparizione, quando il suo canto svetta in  Un dì all’azzurro spazio”, rimaniamo trasfigurati dall’intensità drammatica e dalla facilità con cui la voce si slancia nel registro acuto o scende in quella tomba, grazie a una tecnica impareggiabile, al di là degli anni.

Incarna il ruolo con intelligenza e profonda naturalezza; è il poeta assoluto. La cosa più incredibile del tenore è che non vacilla mai, cantando il duetto finale con Maddalena, che concludono l’opera, a piena voce, con lo stesso fraseggio delicato fino alla fine. Ciascuna delle sue arie gli è valsa una standing ovation da parte del pubblico e un trionfo alla fine della rappresentazione. Gregory Kunde è un vero fenomeno, quasi un miracolo.

Nel ruolo di Maddalena de Coigny, Maria Agresta impone il suo timbro delicato e altamente espressivo senza sforzarsi. È all’altezza di Chénier nei duetti, dove la sua tecnica perfetta permette al suo personaggio di esprimere ogni sfumatura. Nel terzo atto, quando si reca nell’ufficio di Gérard per implorarlo di salvare il suo amante, è molto toccante e sincero. La sua famosa aria,  La mamma morta” , è un momento di pura dolcezza che ci lascia senza fiato. Il pubblico l’ha meritatamente acclamata .

A completare questo cast a cinque stelle è Franco Vassallo nel ruolo di Carlo Gérard , con la sua presenza scenica e il suo canto, con una voce baritonale ben timbrata, potente nel registro grave e molto a suo agio nel registro acuto. All’inizio dell’opera, quando canta  Son sessant’anni, o vecchio, che tu servi” dal fronte del palcoscenico, veniamo catturati dai caldi accenti della sua voce e dalla sua bella energia. Il suo struggente Nemico della patria?!” , un tentativo di salvare Chenier alla fine, è ricco di sfumature espressive, anche negli acuti. Ognuna delle sue splendide interpretazioni è stata accolta da un lungo applauso.

Il resto del cast, in cui ogni personaggio è importante per lo svolgimento dell’azione, è all’altezza della sfida. Il mezzosoprano Mara Gaudenzi interpreta una Bersi molto convincente. Nel ruolo di MadelonManuela Custer è indimenticabile. Federica Giansanti (La Contessa de Coigny), Riccardo Rados (Un ‘ Incredibile  ), Vincenzo Nizzardo (Mathieu), Adriano Gramigni  (Roucher), Nicolò Ceriani (Fléville e Fouquier-Tinville), Daniel Umbellino (L’Abbé  poète),  Tyler Zimmerman (Dumas)  e Janusz Nosek (Schmidt e il padrone di casa) sono tutti eccellenti.

I cantanti, i ballerini, il coro e l’orchestra hanno contribuito in modo determinante al successo di questo spettacolo molto bello, con una grande forza teatrale grazie a scelte radicali di messa in scena. Il suo enorme successo chiudendo in bellezza una lunga ed emozionante stagione lirica.

Recensione di Olivier Horn
Torino, Teatro Regio, visto il 22 giugno 2025
Foto Mattia Gaido – Daniele Ratti  

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FRANÇAIS

Andrea Chénier – Teatro Regio de Turin
Compte-rendu de Olivier Horn

Avec Hamlet d’Ambroise Thomas donné en mai au Regio de Turin (voir le compte-rendu ici), on pensait avoir eu le couronnement de cette grande saison d’opéra. C’était compter sans l’Andrea Chénier de Umberto Giordano, dont les représentations ont parachevé une année foisonnante par un véritable «bouquet final».

La référence à la pyrotechnie n’est pas fortuite au vu de l’histoire – inspirée de la vie du poète André Chénier sous la révolution française – et du projet vraiment «révolutionnaire», conçu et réalisé par Giancarlo del Monaco. Célébré sur les plus grandes scènes d’opéra, il a de nombreuses fois mis en scène l’unique chef-d’œuvre de Giordano au cours de sa carrière et ne cache pas l’amour qu’il a pour cet opéra dans lequel il a baigné dès l’enfance: son père, le célébrissime Mario del Monaco, qui avait étudié le rôle auprès du compositeur lui-même, l’a chanté avec les plus grandes sopranos, la Callas, la Tebaldi… Autrement dit, cette musique coule dans ses veines.

Cette nouvelle production restera mémorable à plus d’un titre. Au lieu de se cantonner à une lecture stricto sensu du livret de Luigi Illica pour représenter les quatre tableaux situés en 1789 puis 1794, Giancarlo del Monaco brouille volontairement les cartes enmélangeant les époques. Il propose une vision de l’histoire qui nous entraîne au-delà du cadre de la révolution française, vue comme l’acte fondateur du monde moderne, la mère des révolutions qui se sont succédées depuis, et dont il tire une leçon très sombre, considérant que si elles sont nécessaires, elles deviennent infailliblement des désastres : « une révolution est une utopie et les utopies ne fonctionnent pas, elles se rebellent contre le désir de l’homme d’un monde meilleur. Elles génèrent des monstres. De Marx à Mao, l’histoire nous enseigne que l’idée d’un monde meilleur peut se transformer en tragédie.»

A la fin du premier acte, alors que l’agitation dans le pays (à la veille de la Révolution de 1789) est évoquée au cours de la fête donnée dans les salons 18e de la Comtesse de Coigny (avec des invités nobles, en habit et robes à panier, perruques poudrées et bas de soie, et des danses chorégraphiées par Barbara Staffolani), des militaires d’une autre époque – la notre -, tout de noir vêtus, harnachés comme des policiers anti-émeute, font irruption sur la scène, tuant d’une rafale de kalashnikov le faune qui dansait sur un air de menuet. La fête est finie, le rideau s’abat comme le couperet de la guillotine qui ne va pas tarder à entrer en action.

Dans les actes suivants, l’action, par la volonté du metteur en scène, nous projette au-delà de 1794 : dans un futur où les illusions ont déserté la scène et le cœur des hommes.

Au deuxième acte, l’humanité asservie est persécutée par des agents du nouveau pouvoir qui font régner la terreur. Chacun est potentiellement un ennemi ou un traître dans un monde de destruction et de délation. Au troisième acte, une salle d’archives où chaque individu est possiblement fiché, accentue le caractère déshumanisé de ce monde militarisé qui envoie à la mort ses ennemis dans des simulacres de procès. Le décor final où Chénier et Maddalena vivent leurs dernières heures, ressemble à un camp d’internement cerné de barbelés. L’atmosphère, lugubre et pesante, dépeint un monde sans espoir, l’antichambre de la mort.

Ceux qui s’attendaient à une reconstitution figurative de l’époque révolutionnaire en sont pour leurs frais : passé l’intérieur lumineux du premier acte, Daniel Bianco a imaginé ces décors oppressants, sans âme, qui évoquent des mondes totalitaires et liberticides : quelque part entre 1984 d’Orwell,Daechet ses drapeaux noirs, le IIIe Reich, ou Brasil, le film futuriste et déglingué de Terry Gilliam. Tout est sombre, plongé dans une torpeur grise qu’accentuent les éclairages de Vladi Spigarolo. Les costumes de Jesús Ruiz offrent le même constraste, passant des vêtements raffinés et clairs du début, à des hardes informes et sans couleurs où tous se confondent. Seul émerge de cette masse le personnage de Gérard, l’ancien serviteur devenu le bras armé tout-puissant d’un régime sans nom, avec son long manteau de cuir noir à l’image d’un Beria ou d’un Himmler.

Il en résulte une vision très sombre («je ne crois pas que l’être humain soit bon par nature, au contraire, l’homme est un animal méchant. Nous sommes nés pour détruire, pour parler mal les uns des autres») mais que contrebalance une lueur d’espoir dans ce nouveau monde où «tout change pour que rien ne change»: l’amour ! L’amour vu par le metteur en scène comme la seule vraie révolution possible, l’amour consolateur et salvateur qui rachète le monde et soutient les amants condamnés dans leur marche vers la mort; l’amour de la vie et de la poésie, l’amour sacré, au cœur du premier solo de Chénier: «Un di all’azzurro spazio»; l’amour qu’invoque Maddalena («Fu in quel dolore che a me venne l’amore!») dans son air célébrissime “La mamma morta”, face à Gérard qui la désire, et à qui elle s’offre pour sauver son amant («se della vita sua tu fai prezzo il mio corpo… ebbene, prendimi!»); l’amour véritable dont la force impressionne si fortement Gérard qu’il renonce à son désir de la posséder à tout prix.

En déplaçant sa mise en scène sur un plan universel où tous les totalitarismes, toutes les dictatures, tous les régimes d’oppression se confondent dans une vision très contemporaine, avec des camions où l’on charge les condamnés, des projecteurs sur des miradors, des barbelés et des murs en béton tagués, Giancarlo del Monaco renouvelle notre perception de l’œuvre. L’amour dans la mort semble le seul moyen d’échapper à un monde clos et funeste. Sur fond de bouleversements historiques qui virent à la tragédie, son projet scénique se concentre sur l’hymne à l’amour, porté par le héros dont la foi dans la poésie et la vérité ne varient jamais. Chénier est le seul qui reste fidèle à ses idéaux, celui dont l’action irradie les changement intérieurs chez Maddalena et Gérard, les deux autres principaux personnages. De jeune aristocrate frivole et superficielle, Maddalena devient une femme consciente, qui a souffert et mûri dans l’épreuve, déterminée à mourir par amour. La transformation de Gérard est encore plus radicale. Comprenant ce qu’est l’amour véritable en écoutant le chant de Maddalena, il acquiert une grandeur inattendue en tentant courageusement de sauver celui qu’il a dénoncé. En vain, mais c’est désormais un homme dressé contre l’injustice.

A la tête de l’Orchestre du Teatro Regio, absolument impeccable dans le registre symphonique comme dans les phrasés plus doux, Andrea Battistoni réussit ses débuts de directeur musical du Teatro Regio de Turin, s’adaptant à la théâtralité de la mise en scène, transmettant sa passion pour cette partition qu’il défend avec fougue et magnifiquement servie par l’orchestre, alternant la tension dans les scènes révolutionnaires (dont les chants – Ça ira!, la Carmagnole, la Marseillaise – résonnent en toile de fond)et la délicatesse au service du chant aussi dans les passages déclamés plus que chantés. Le jeune maestro ne perd jamais la main sur le Chœur (magnifiquement préparé par Ulisse Trabacchin), qui est un vrai pilier du spectacle, présent dans toutes les scènes.

La distribution est mémorable. Chénier est interprété par Gregory Kunde dont on peine à croire qu’il a 71 ans. A un âge où la plupart des chanteurs ont depuis longtemps quitté la scène, le ténor américain est bouleversant dans un rôle très exposé qui exige endurance, finesse et phrasé. Avec un magnifique solo à chacun des quatre actes, trois duos et des scènes d’ensemble, le rôle est écrasant. Dès sa première apparition, lorsque s‘élève son chant dans « Un dì all’azzurro spazio », on reste subjugué par l’intensité dramatique et la facilité avec laquelle la voix s’envole dans les aigus ou descend dans le registre grave grâce à une technique hors pair sur laquelle les ans n’ont pas de prise. Il incarne le rôle avec intelligence et un profond naturel, il est LE poète absolu. Le plus inouï chez Kunde, c’est qu’il ne faiblit pas, chantant à pleine voix son dernier duo avec Maddalena qui conclut l’opéra, avec toujours ce même phrasé délicat jusqu’au bout. Chacun de ses airs lui vaut une ovation du public et un triomphe à la fin de la représentation. Gregory Kunde est un véritable phénomène, presque un miracle, et il faut se réjouir d’avoir pu l’entendre à nouveau au Teatro Regio dans ce rôle.

Dans le rôle de Maddalena de Coigny, Maria Agresta impose sans forcer son timbre délicat et très expressif. Face à Chénier, elle se montre son égale dans les duos où sa technique parfaite lui permet toutes les nuances. Au 3e acte lorsqu’elle se rend dans le bureau de Gérard pour l’implorer de sauver son amant, elle est touchante de sincérité. Son air célébrissime, «La mamma morta» est un moment de pure suavité qui nous laisse bouleversés. Elle a droit aux acclamations méritées du public tout au long de la représentation ainsi qu’à l’issue du spectacle.

Complétant ce casting cinq étoiles, Franco Vassallo s’impose dans le rôle de Carlo Gérard, par son jeu scénique comme par son chant, avec une voix de baryton bien timbrée, puissante dans le registre grave et très à l’aise dans les aigus. Au début de l’opéra, quand il entonne sur le devant de la scène «Son sessant’anni, o vecchio, che tu servi», on est saisi par les accents chauds de sa voix et sa belle énergie. Son poignant «Nemico della patria ?!», pour tenter de sauver Chénier à la fin, est riche en nuances expressives, y compris dans les notes aiguës. Chacune de ses interventions, splendide, est saluée par les applaudissements nourris du public.

Le reste de la distribution, où chaque personnage est important pour le déroulement de l’action, est à la hauteur de l’enjeu. La mezzo-soprano Mara Gaudenzi interprète une Bersi très convaincante. Dans le rôle de Madelon, Manuela Custer est inoubliable. Federica Giansanti (La Comtesse de Coigny), Riccardo Rados (Un « Incroyable »), Vincenzo Nizzardo (Mathieu), Adriano Gramigni (Roucher), Nicolò Ceriani (Fléville et Fouquier-Tinville), Daniel Umbellino (L’Abbé-poète), Tyler Zimmerman (Dumas) et Janusz Nosek (Schmidt et le maître de maison), sont tous excellents.

Les chanteurs, les danseurs, le Chœur et l’orchestre ont tous largement contribué à la réussite de ce très beau spectacle, d’une grande force théâtrale, grâce à des choix radicaux de mise en scène. Son large succès vient clore en beauté une longue et passionnante saison d’opéra.

                                                                                               Compte-rendu de Olivier Horn
Torino, Teatro Regio Vu le 22 juin 2025
Ph Mattia Gaido – Daniele Ratti

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