Di Maria Luisa Abate. Arena di Verona: regia Hugo De Ana. Due cast: Scappucci, Blue, Salas, Enkhbat. Poi Ommassini, Fiume, Salas, Tézier.
Il vuoto della solitudine. Il vuoto lasciato da una vita che è volata via e della quale resta solo qualche ricordo sgualcito, poche pagine ingiallite di giornali. Siamo nella capitale francese del 1890, tra sfarzi e contrasti sociali, tra perbenismi e ipocrisie. La Parigi fin de siècle: fine di un secolo, di un’epoca, di un’esistenza.

Enormi cornici vuote, senza tele all’interno, pronte a riempirsi di personaggi in carne ed ossa, hanno dato vita ad autentici tableau vivant. Cornici dorate ricche di fregi, semoventi per assecondare l’evoluzione del personaggio di Violetta, i suoi momenti sereni e la sua disperazione, la gioia di vivere e il sacrificio del rinunciare all’amore vero (nonché, riteniamo fin dalla prima volta che abbiamo visto questo allestimento, i suoi istinti di cortigiana). Un’atmosfera meravigliosamente decadente, malinconica, espressione di una afflizione interiore sempre presente anche sotto le tinte allegre e vivaci delle feste nei saloni da ballo.
Bella, bellissima La traviata di Hugo De Ana, regista oltre che ideatore di scene costumi e luci, che ha regalato all’Arena di Verona alcuni dei più begli allestimenti del nuovo millennio, tra cui questo, che saggiamente il Direttore Artistico e Soprintendente Cecilia Gasdia centellina nel susseguirsi annuale dei cartelloni, per mantenere sempre vivo un certo stupore di scoperta, o di riscoperta. Abbiamo avuto la fortuna di bearci di questa Traviata fin dall’esordio, nel 2011 quando festeggiò l’anniversario dell’Unità d’Italia, poi nelle riprese del 2013 e del 2016, ma ancora non ne avevamo scritto sulle pagine di questo nostro magazine, per cui vale la pena di descriverla ora, nella 102° Stagione areniana 2025.

Capacità peculiare di De Ana è saper creare un’atmosfera intima nel più grande teatro all’aperto del mondo. Uno spazio a dir poco vasto, che per i registi poco bravi (diciamolo chiaramente) risulta dispersivo, mentre invece il Maestro argentino riesce nell’impresa di occupare l’intero palcoscenico, con elementi significanti e non di contorno, e al contempo restringe l’ottica al dramma interiore, ai pensieri, agli stati d’animo, alle emozioni. Sempre nel rispetto del compositore, assecondato fin dalla fonte ispiratrice letteraria, la Signora delle camelie, dove Alphonsine Plessis realmente esistita è stata raccontata come Marguerite Gautier da Alexandre Dumas figlio e infine è diventata Violetta Valery, rielaborata per Giuseppe Verdi da Francesco Maria Piave.
La scena, come dicevamo, si è aperta con Violetta già trapassata: qualche vecchio giornale sul pavimento e i suoi oggetti messi all’asta. I protettori di un tempo e le nobildonne che le avevano voltato le spalle riempiono le cornici vuote instillando nel pubblico un senso di tragico presagio, di desolazione irrisolvibile. Azzurra e romantica tra iris e ombrellini parasole, la scena nella campagna fuori Parigi.

Colorata e allegra la festa in casa di Flora, dove la belle époque è stata reinventata nei costumi estrosi e dalle incursioni moderne, tra cui le zingarelle abbigliate e imparruccate come divertenti Cyndi Lauper, e con il forse un po’ ingenuo ma sempre spettacolare sparo di lustrini che ha riscosso l’immancabile applauso. A contrasto, la cupa, straziante, commovente disperazione dell’ultimo atto. In mezzo a oggetti e mobili già imballati, in attesa di essere portati via, quando gli echi del carnevale si spengono, quando anche l’inappellabile sentenza del medico si concretizza, la stanza ripiomba nella penombra e il corpo esanime dell’infelice giace riverso a terra, tra i lacerti di carta stampata, gli stessi del primo atto, a chiudere il cerchio narrativo. Di Violetta non resterà più nulla, ma sul letto ormai vuoto, una coperta stampata con un rigo musicale la proietta nell’eternità.
Con gesto preciso e ampio Speranza Scappucci ha riservato accudente attenzione alle voci. Un minuscolo slittamento tra palco e buca, sul cui podio la direttrice è salita per la prima volta, non ha scalfito l’unitarietà dell’insieme e la linea stilistica di tutto rispetto, apprezzabile e convincente per i toni sobri e mai deboli, venati di lirismo e al contempo disincantati, intimi ma mai sottotono, anzi con un polso e una grinta encomiabili, assecondati con slancio dall’Orchestra areniana.

Nella serata inaugurale del titolo, abbiamo assistito al debutto areniano (finalmente, dopo aver disatteso l’annunciata presenza due anni or sono) di un nome che gode di grande fama soprattutto all’estero: Angel Blue, già interprete di Violetta su palcoscenici prestigiosi, su tutti il Met. Ma qui siamo in Italia. Come “biglietto da visita” programmatico della sua linea stilistica, il soprano californiano ha esordito con una recitazione assai accentuata e colpi di tosse scenici marcati, finalizzati a instillare da subito il senso della malattia incombente sulla Valery, la tisi. L’esuberanza, sia attoriale che nel canto, ha caratterizzato la sua interpretazione. La voce è naturalmente bella, il timbro si cinge spesso (non sempre) di morbidezze, la potenza è importante, e notevole è stato l’appeal col pubblico che l’ha generosamente applaudita dall’inizio alla fine. Infatti il canto era omogeneo ma proprio per questo, e per un uso disinvolto della tecnica, abbiamo faticato a cogliere talune sfaccettature verdiane. Peculiare il fraseggio che, anche nelle arie più celebri, ha previsto pause assecondate dal podio. Una maggiore attenzione all’intonazione avrebbe coronato la sua recita.
A bilanciare l’esuberanza sopranile, la misura che ha costituito la carta vincente del tenore messicano-americano Galeano Salas. Il quale ha saputo mettere in evidenza, nella recitazione così come nell’interpretazione musicale, luci e ombre di Alfredo, il cui amore ha abilmente fatto percepire come non assoluto, vacillante. La linea di canto si è rivelata elegante e la voce, forse non potentissima ma di bella grana, è stata utilizzata al meglio, ben proiettata e lodevolmente rifuggente dall’effetto fine a se stesso, per soffermarsi su sfumature e dettagli. Il timbro aggraziato, lo squillo argentino e ben intonato, la cura per il fraseggio hanno completato una esecuzione di valore.

Di nuovo ha calcato queste tavole Amartuvshin Enkhbat, che, lo ricordiamo, è uno dei migliori baritoni al mondo. Altre volte abbiamo lodato la star giunta dalla Mongolia, sia in passato sia in questo stesso festival come protagonista del Nabucco inaugurale e in Aida. Ora nei panni di papà Germont ha confermato la consueta sfilza di pregi: dalla voce splendida e magnificamente timbrata, alla dizione più che perfetta, alla morbidezza di emissione, alla dimestichezza tecnica, allo sfoggio di accenti e colori, all’espressività messa ulteriormente in risalto dal fraseggio. Una certezza: stratosferico sotto ogni aspetto.

Si sono distinti per professionalità e per aver ricoperto i rispettivi ruoli convincentemente, Sofia Koberidze nelle vesti di Flora Bervoix; Carlo Bosi come Gastone; Francesca Maionchi Annina particolarmente premurosa e affettuosa; Jan Antem Marchese d’Obigny; Gabriele Sagona Barone Douphol; Giorgi Manoshvili dottor Grenvil e, al loro esordio areniano, Hidenori Inoue Domestico e Commissario, e Alessandro Caro, Giuseppe. Il Coro era sotto la guida ineccepibile di Roberto Gabbiani. Un punto di merito va al Ballo coordinato da Gaetano Buy Petrosino che ha un ruolo assai importante nella festa in maschera dove protagonisti sono toreri e zingarelle. La coreografia portava la firma illustre di Leda Lojodice, ripresa da Michele Cosentino.
La traviata, che nella prima serata ha registrato il sold-out, replica, con diversi cast che alternano nomi al top del panorama mondiale, solo fino al 2 agosto: meglio affrettarsi per assicurarsi un posto.
Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona, 27 giugno 2025
Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona
CAST ALTERNATIVO

Cambio cast nell’ultima data in cui il titolo è andato in scena. L’Opera Festival areniano infatti propone serate che, nell’alternanza dei vari interpreti, sono a tutti gli effetti degli unicum. Dopo il forfait dato a malincuore per ragioni di salute da Nadine Sierra, il ruolo protagonistico è stato affidato a Gilda Fiume, giovane soprano salernitano che ha costruito una carriera significativa basata in primis sulla grazia e dolcezza dell’emissione. Caratteristica che non ha coinciso con un personaggio sfumato: anzi, perfettamente a fuoco è stata la costruzione della figura di Violetta Valery, sofferente nel fisico e ancor più nel cuore e nell’animo. Quando papà Germont le ha chiesto di rinunciare all’amato Alfredo, ella ha predisposto l’abbandono con strazio ma anche con dignità, con cuore infranto ma dimostrando, lei cortigiana, signorilità di spirito. Questo ha potuto fare il soprano grazie a una tecnica che, unita al fraseggio, le ha permesso i necessari adattamenti espressivi del mezzo vocale, risultato, oltre che dolce, assai intonato, con acuti ben centrati, ben poggiati e proiettati, e mai inutilmente ostentati.

Già nella precedente serata da noi ascoltata avevamo apprezzato l’Alfredo del tenore messicano-americano Galeano Salas, che ancor più ci è piaciuto in questa circostanza. Infatti si incorre spesso nell’errore di ascoltare le caratteristiche degli interpreti presi uno a uno, dimenticando l’alchimia d’assieme che si genera quando le voci si sposano bene le une con le altre, come è accaduto in questa recita in cui le timbriche di soprano e tenore sono risultate molto gradevoli nell’abbinamento. Di lui confermiamo in toto le doti sopradescritte.

Di Ludovic Tézier abbiamo sempre detto meraviglie, perché il baritono francese risulta perfetto in tutto (peraltro, considerando anche queste Traviate, il comparto baritoni-bassi è stato tra i più fulgidi dell’intero festival areniano). La sua linea di canto nobile e tornita ha avvolto, caratterizzandolo, il personaggio di papà Germont, risultato sì pervicace nella sua richiesta a Violetta di farsi da parte, ma non totalmente insensibile. È emersa una certa dose di umanità e di sincero amore paterno sotto la scorza del moralizzatore. Sensibilità scaturita anche dal canto, iniziando dal fraseggio come di consueto curato meticolosamente e che si è inserito nel quadro generale di una padronanza tecnica sopraffina. Potente ancorché sapientemente calibrata nelle dinamiche l’emissione, con attenzione ai colori oltre che alla ricerca del dettaglio verdiano. Non ultimi, la voce pastosa e levigata, il timbro caldo e sontuoso, i legati morbidi che già gli conosciamo.

Nei ruoli di fianco, tra reincontri e nuove entrate, abbiamo applaudito Sofia Koberidze, affettuosa Flora; Francesca Maionchi, premurosa Annina; Ian Antem distinto Marchese d’Obigny; mentre Nicolò Ceriani era il Barone Duphol e Matteo Macchioni, Gastone. Hidenori Inoue ha indossato le vesti sia di Domestico che di Commissionario. Gabriele Sagona ha in questa serata cambiato ruolo e ha prestato la propria potenza vocale al Dottor Grenvil; infine Francesco Cuccia era Giuseppe.
Sul podio è salito Francesco Ommassini, Maestro che stimiamo per la cura con cui è uso approcciare i dettagli in partitura e per aver maturato una buona intesa con l’Orchestra Areniana, affidatasi al suo gesto direttoriale. I tempi da lui impressi in buca sono stati a tratti comodi per permettere la maggiore espressività possibile alle voci sul palco, e la sua lettura, elegante e ottimamente tarata nelle dinamiche, attenta a far risaltare i particolari e le timbriche verdiane, si è protesa alla ricerca di atmosfere intime, tarate sull’evoluzione delle interiorità dei personaggi.
Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 2 agosto 2025
Foto Ennevi
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