Di Maria Luisa Abate. Verona, Teatro Romano: Pannofino & Company hanno inaugurato con successo il Festival Shakespeariano. 

Le note di regia hanno spoilerato di brutto! Nel senso, positivo, che vi si dice quanto spetterebbe a noi notare in queste righe. È giusto sottolineare da subito uno dei pregi dello spettacolo: si mantiene, in massima parte, quanto promesso. E non è atto così scontato come parrebbe. Non ci siamo trovati di fronte alle ormai ritrite idee registiche astruse inserite in messe in scena criptiche. Qui la carta vincente è stata la chiarezza, di idee ed espositiva.

Lo spettacolo, debuttato in prima nazionale (coproduzione Gli Ipocriti – Ippogrifo – ETV) ha inaugurato il Festival Shakespeariano, fiore all’occhiello della 77a Estate Teatrale Veronese, che ha come palcoscenico principale il Teatro Romano. Il testo è un capolavoro arcinoto la cui prima versione (ne seguirono una diversa teatrale e poi una cinematografica) risale al 1964. In “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” il drammaturgo britannico d’origine ceca, Premio Oscar (per Shakespeare in love) Tom Stoppard prende come fulcro per la sua tragicommedia due figure minori dell’Amleto. Attraverso i loro occhi, a volte lucidi e a volte stralunati, terreni oppure surreali, meditabondi o svagati, drammatici o farseschi, viene stravolta l’ottica con cui inquadrare i personaggi shakesperiani.

Il regista Alberto Rizzi ha attinto, sfrondandola, alla traduzione di Lia Cuttitta (Editore Sellerio) e ha mantenuto lo stile in prevalenza scherzoso di Stoppard accentuando giochi di parole, botta e risposta e “tormentoni” assai apprezzati dal pubblico (che ha reagito stoicamente a una serata di caldo afoso che stroncava). Come si diceva, dopo anni di astrusità registiche cui abbiamo assistito, riteniamo che la vera innovazione sia il ritorno alla tradizione, alla semplicità non semplicistica, studiata e abilmente costruita. Nel presente caso, attingendo alla Commedia dell’Arte, ancorché – ovviamente – depauperata da lazzi e frizzi arlecchineschi che sarebbero risultati fuori luogo e invece ibridata con l’humor inglese, in modo non sempre ma per lo più efficace.

Al centro del palco, una macchina teatrale trasformabile. Un cubo di assi di legno nel quale si è aperta una porta, delle finestre, si sono allargate due ali laterali, si sono aggiunte scale, un balcone, un tendaggio… Un impianto multifunzionale (di Luigi Ferrigno) leggermente sottodimensionato per il palcoscenico del Teatro Romano di Verona ma, si sa, è indispensabile che l’allestimento possa adattarsi ai diversi luoghi che incontrerà nella tournée successiva a questo debutto. Ha strizzato l’occhio alla Commedia dell’Arte anche il mezzo di trasporto della compagnia di guitti che hanno incrociato per la via Rosencrantz e Guildenstern, creato con un carrello porta pacchi sormontato da un ombrello fatto di stracci e guarnito dagli oggetti più disparati, anch’esso di ricercata modestia.  

La struttura multifaccia ha idealmente ricalcato il grande costrutto shakespeariano che mette in scena l’Uomo, incarnato da Amleto nelle sue molteplici sfaccettature, come se tutti gli altri personaggi fossero una propagazione della sua poliedrica natura. La regia di Rizzi, per evidenziare ciò, si è avvalsa anche di taluni costumi, come quello che ha fatto del re e della regina una sola persona a due teste. Escamotage che ha rivestito una valenza comunicativa non solo visiva ma sostanziale. Anche il divertente refrain su chi fosse Rosencrantz e chi Guildenstern li ha ricondotti a un’entità unica dal doppio volto.

I due, in Shakespeare, sono incaricati di capire se Amleto sia pazzo o se stia fingendo. Nell’opera di Stoppard, vengono presi in giro dai guitti che inscenano, trasformandole in macchiette, le figure shakespeariane e cancellando così la sottile linea che divide verità e finzione nonché, parallelamente, ciò che viene comunemente ritenuta follia da ciò che viene giudicato raziocinio. Ecco quindi che l’opera di Stoppard, per stessa volontà dell’autore più commedia che altro, ha rasentato i toni del teatro dell’assurdo, inteso non come una serie di astruserie o astrazioni bensì come una condizione connaturata all’Uomo. Pertanto i richiami registici alla Commedia dell’Arte, ossia alla vita vera con le sue insensatezze e con i suoi vuoti (non solo di memoria), sono risultati determinanti nell’economia dello spettacolo. E più i due venivano presi in giro e sbeffeggiati dai guitti, più il pubblico si è identificato nella loro schietta umanità, in cui le negatività non sono risultate angoscianti ma hanno strappato un sorriso: «È sano da legare», si dice nel testo.

Si è parlato quindi dell’Uomo e della sua facoltà/libertà di far affiorare la propria autenticità da sotto le maschere indossate dagli artisti di strada. Maschere che se da un lato garantiscono impunità di pensiero e d’azione, dall’altro incasellano: «la Danimarca è una prigione fatta di celle» che in questa messa in scena, come si diceva, non erano chiuse ma aperte e collegate come vasi comunicanti. Nello spettacolo si sono pertanto ravvisati molteplici meccanismi: quello semovente della scenografia, quello ideato da Shakespeare, quello rivisitato di Stoppard, non ultimo il meccanismo registico che tutto ciò ha compendiato.

Anche la recitazione si è mossa su binari di naturalezza, veritieri, senza enfasi e mantenendo un discreto, sia pur migliorabile, ritmo. Un diktat odierno è avere in locandina un nome noto al pubblico generalista, oltre che di esperti, che funga da catalizzatore. In questo caso è stato l’attore televisivo e cinematografico, oltre che teatrale, Francesco Pannofino. Il quale è anche uno tra i più validi doppiatori (sua la voce italiana di una lunga sfilza di star hollywoodiane) e con il mezzo vocale può fare ciò che vuole. Una scelta precisa quindi l’aver dato una ruspante cadenza romanesca all’ingenuo Ronsencrantz (o Guildenstern, anzi no, Rosencrantz). Più sgamato, almeno all’apparenza, il compare Guildenstern (o Rosencrantz, anzi no Guildenstern) interpretato da Francesco Acquaroli, maggiormente tornito dal punto di vista attoriale.La piccola compagnia non è stata da meno, anzi, ha perfino avuto una marcia in più. A iniziare dal capocomico, Paolo Sassanelli, che ha saputo declinarsi in varie vesti con abilità e camaleontica convinzione. Eguali doti di trasformismo, nel passare da un personaggio a un altro, erano richieste alla talentuosa e notevole Chiara Mascalzoni, e al giovane ben impostato e promettente Andrea Pannofino, che assieme a Natalino Pannofino, autore delle musiche, ha completato la triade famigliare.   

«Faremo sicuramente meglio la prossima volta» sono state le parole di commiato dei personaggi sulla scena. Noi possiamo dire: buona la prima.

Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Estate Teatrale Veronese – Festival Shakespeariano 4 luglio 2025
Foto ETV

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