Di Maria Luisa Abate. Parte 2: Dal primo premio vinto, alle periferie milanesi, all’assassinio di Walter Tobagi.

Il salotto è sui colori del panna e dell’azzurro; due stampe alla parete a fianco di un bell’armadio, antico come il cassettone. Sul davanzale di una finestra una fila di orchidee, fiori che emanano profumo di diversa intensità a seconda delle ore del giorno e della notte. Edgarda Ferri abbassa le tapparelle perché la luce del pomeriggio di aprile filtri meno violentemente.

Gentilissima, fa di tutto per metterci a nostro agio ma non ci abbandona mai la consapevolezza di essere lì per intervistare colei che, oltre ad essere autrice di best-seller, negli anni dedicati al giornalismo ha intervistato i potenti e i grandi della terra e ha riscritto i canoni stessi delle interviste. Il foglietto di domande che ci eravamo diligentemente preparati giace sul bracciolo della poltrona, inutile come un salvagente in montagna. Chiamiamola empatia, casualità, frutto di intelligenza vivacissima o di quell’intuito femminile di cui la Signora Ferri ci ha parlato nel numero precedente di questo “speciale”, fatto sta che nel racconto a ruota libera della scrittrice molte delle nostre domande non lette avrebbero trovato risposta.
(Parte 1 vedi qui).

«Non volevo scrivere libri, assolutamente. Continuavano a dirmi, anche mio padre, di raccogliere questi miei fogli ma avevo sempre risposto di no. Tutto quello che avevo da dire lo mettevo nel giornale e non avrei saputo da che parte cominciare.
Ho scritto un libro quando ero appena arrivata a Milano, per il concorso La Parrucca (n.d.r. una rivista underground di cultura), era un premio molto simpatico. Non mi veniva in mente niente. Invece la sera, a casa, avevo una piccolissima mansarda, mi sono messa a scrivere con la mia macchinetta una storia non vera ma molto ispirata a me e alla mia famiglia».

Il tono della voce si fa dolce, le tinte sfumate.

«Noi veniamo dall’Alto Adige ed è rimasto lassù, sepolto nel cimitero, un fratellino che io mi ricordo appena: è morto che aveva diciotto mesi e io avevo tre anni. Mio padre era segretario comunale, parlava sempre di questo bambino ma non aveva il coraggio di recarsi al cimitero. Lo faceva la mamma e quando siamo cresciuti andavamo con lei sulla tomba a Marlengo. In terra, c’era una piccola lapide sempre fiorita perché se ne occupavano le donne del paese, per riguardo al papà. Mio padre è morto con il desiderio di andare, con la paura di non farcela. Era un uomo molto emotivo. Gli avevo promesso: “vado a prendere il bambino, lo seppelliamo a Mantova”. Non ho fatto in tempo perché è morto molto giovane e io sono andata da sola. Lavoravo già a Milano, ho parlato col prete ed era tutto deciso. Poi invece mi sono detta “no, ma perché?” (la voce si assottiglia in un sussurro). Ho sentito che le mie radici erano lì, non erano a Mantova. La nostra storia, la nostra infanzia si è svolta in quella casa, che c’è ancora e che andiamo a vedere, in quei boschi. Così l’ho lasciato lì. Ho scritto il racconto intitolato “Ci diedero 12 ore” e ho vinto il primo premio al concorso ‘La Parrucca’».

Vincere un Premio con il libro d’esordio è una bella soddisfazione e un forte incentivo,
o no?

«Dopo più niente. Sono passati 17 anni in cui non ero più capace, non mi veniva voglia: ero così appassionata di giornalismo, “ma perché devo scrivere?” Poi il mio giornale ha chiuso all’improvviso. Era il Corriere d’Informazione, la costola pomeridiana del Corriere della Sera. C’erano di mezzo ragioni gravissime e noi non sapevano niente. Gelli aveva mandato – imposto – Maurizio Costanzo alla direzione di un giornale nuovo, perché doveva chiudere quello che chiamavano il ramo secco, appunto il Corriere d’Informazione che era un giornale “mooolto” (calca sulla parola) vivace e molto molto libero.

Io ho fatto delle inchieste bellissime a Milano, quando era sindaco Tognoli che mi voleva bene, mi adorava. Ho fatto un’inchiesta sulla periferia milanese. Sono andata e ho visto il degrado e l’assurdità dei quartieri nuovi, allora nuovissimi, che erano disposti a cerchi intorno alla città e dove avevano costruito dei grattacieli senza ascensore. Ho scritto proprio: “chi lo ha costruito?”. Sapevo che era passato tutto dal Comune. Questo posto, non ricordo più come si chiama, adesso è diventato una megalopoli. C’erano l’ufficio postale, l’ufficio dei Carabinieri e poi case, case, case, tutti grattacieli, casermoni. Dove erano la scuola, la chiesa? La scuola era là in mezzo, la chiesa era nascosta. Non c’era un oratorio, non un centro sociale, non un campo di calcio, non c’era niente. Mi sono detta “ma la piazza dov’è? Dove vanno i ragazzi quando escono? Dove si aggregano?” Quando era finita la scuola salivano tutti a grappoli sull’autobus e andavano a Milano, in via Torino che era vicina alla loro zona, e altri in corso Buenos Aires. Erano, e ancora adesso sono, le vie più vivaci, più popolari ma anche le vie più facili dove i ragazzi possono perdersi. Ho fatto il viaggio con loro e poi li ho seguiti: alcuni andavano a rubare, altri nel giro della droga. Dopo la terza puntata dell’inchiesta, che aveva preso una pagina intera, mi telefonò il sindaco: “perché non hai chiamato noi che ti avremmo dato delle risposte?” No, io sono andata a parlare con la gente!

Questo giornale proprio perché era libero è stato chiuso. Noi eravamo quaranta redattori, abbiamo pensato “adesso ci licenziano tutti”. Avevano detto che avrebbero fatto un giornale solo con 600 parole perché lo avrebbero dovuto capire tutti. Ci hanno tagliati, ci hanno mandati a casa, licenziati o in cassa integrazione e il giornale è morto di lì a due mesi. Poi il Corriere della Sera è diventato quel che è diventato. Io sono rimasta in cassa integrazione. Ero disperatissima, piena di vergogna. Ho fatto un gran pianto la notte di Capodanno davanti ai miei genitori e a mia cognata, perché ero rimasta senza il mio giornale. Sono andata a letto dopo aver pianto un bel po’ e mi è venuto in mente di fare degli articoli come se li dovessi pubblicare. Non pensavo a un libro».

«Non ho risposto a nessuna domanda» ci dice Edgarda Ferri interrompendo improvvisamente il flusso del suo discorso. “Non importa”, le rispondiamo, “è un racconto meraviglioso”.

«Era appena successa la storia di Walter Tobagi, che era stato mio compagno di banco per molto tempo (n.d.r. e giornalista anche al Corriere d’Informazione e al Corriere della Sera). Lo hanno ucciso una mattina alle 10 e un quarto d’ora dopo eravamo già sul posto. Pioveva che Dio la mandava. Abbiamo fatto cinque edizioni per il Corriere d’Informazione perché usciva prima, al pomeriggio, mentre il Corriere della Sera usciva il giorno dopo. Abbiamo lavorato tanto tanto tanto. Poi ci siamo fermati. Erano le 5 del pomeriggio, eravamo sfiniti. Ci siamo seduti tutti intorno al tavolone della redazione, stanchi morti a guardarci in faccia. Io ero l’unica donna. Abbiamo avuto il tempo di piangere, prima non avevamo potuto. Le cose che ci avevano colpito erano due: avevano ucciso un nostro amico e compagno di lavoro e, secondo, già lo si sapeva, erano stati due ragazzini a ucciderlo. Dopo abbiamo saputo che uno dei due, Marco Barbone, era figlio di uno dei più alti dirigenti di un gruppo editoriale.

E allora, lì in redazione, in quella specie di confessione collettiva dove avevamo più o meno tutti la stessa età e molti avevano dei figli giovani, uno ha detto: “ma io farò abbastanza con mio figlio che ha 15 anni? Lo accompagno, vado a vedere quando gioca a calcio e la domenica andiamo a prendere il gelato. Sarà abbastanza?” Noi lavoravamo di notte, sempre, tantissimo. Un altro ha detto di essere separato e di vedere il figlio soltanto il sabato e la domenica. Ognuno raccontava la sua storia e a un certo punto è venuto fuori il titolo di quello che sarebbe diventato il mio primo libro: “Dov’era il padre?” 

Mi sono ricordata quella notte, era materiale fresco e mi sono detta: “vado a parlare con dieci uomini che hanno avuto dei figli così, rossi neri o … celesti”. Volevo parlare loro giornalisticamente, volevo che mi dessero nome e cognome e che rispondessero alla domanda: “tu dov’eri?” Non nel momento in cui avevano visto cercare le armi sotto al letto, ma dove erano addirittura al tempo del concepimento e qualche volta ancora prima, quale fosse la preparazione di un uomo che si accinge a sposarsi, perché allora bisognava sposarsi. Cioè la loro educazione, come erano cresciuti e come erano nati questi bambini. Maschi, naturalmente solo maschi.

Un mio amico avvocato mi aveva accompagnato in macchina nella nebbia a cercare i padri e dopo gli ho fatto leggere le mie pagine, che tenevo come se fossero da pubblicare il giorno dopo su un giornale: avevano la stessa stesura, la stessa misura. “Guarda Edgarda, questo è un libro”. Ed ha avuto un successo enormissimo al punto tale che l’editore mi ha detto: “subito un altro libro”. È stato “Contro il padre”».

«Poi ho fatto “Il perdono e la memoria”. È un libro straziante, parla di storie incredibili. Non sapevo neanche che potessero esistere queste cose e ho avuto una grossa crisi. Il libro è molto bello, successo e critiche enormi ma mia mamma mi ha detto: “Edgarda promettimi che non scrivi più cose di questo genere”, perché io mi ammalavo, stavo proprio male, avevo mal di stomaco. Siccome volevo molto bene alla mamma, che poverina è mancata poco dopo: “Va bene. Vedrò cosa fare, smetterò”. Poi invece mi sono detta: “Ma no smettere, scrivo qualcosa d’altro”. Allora ho cambiato e dalla saggistica sono passata a scrivere di donne e di un po’ di tutto. Tante biografie, tante vite. Dopo un bel po’ ho smesso di fare la giornalista»

Segue una lunga pausa. Un silenzio di commiato con la professione di giornalista che ancora Edgarda Ferri sente profondamente sua e nella quale ancora oggi, dopo innumerevoli successi editoriali, si identifica. Percepiamo che non riesce e non vuole staccarsi da questo che non era un lavoro ma una missione, un istinto, un affetto, una parte di sé.

«Questa è la storia di come sono diventata scrittrice. Non mi sognavo neanche. Anzi, siccome questi libri avevano un grandissimo successo ed erano recensiti molto bene, speravo sempre di trovare un posto buono da giornalista per poter lavorare e scrivere come volevo io. Avevo trovato da lavorare benissimo, allora pagatissima ma non assunta. Ho lavorato per Repubblica, per La Stampa… ho fatto dei servizi bellissimi. Ho seguito due o tre guerre, le invasioni, ma se mi fosse successo qualcosa sarei stata nessuno. Una vita molto tribolata quella del giornalista. Ancora oggi, se mi lasciassero fare quello che voglio io…
Per me le differenze tra il mio giornalismo e i miei libri non sono tante, è una questione di lunghezza (continua a tormentarsi con le dita i capelli cortissimi) perché facendo la giornalista raccontavo e facendo i libri racconto. Non c’è nessuna differenza. Il tono è ancora quello».

C’è una differenza sostanziale tra i suoi libri biografici e quelli di tanti altri autori o autrici che pubblicano notizie storicamente non esattissime, spesso romanzate nella sostanza. Lei invece unisce la correttezza storica delle fonti e il rigore dei contenuti a uno stile espositivo che assomiglia a quello di un romanzo, nel senso che la lettura non risulta pesante né pedante ma gradevole, leggera. 

«Ecco perché mia sorella, quando ascolta la lettura del libro prima di darlo per la stampa, dice “corre” (vedi qui la prima parte di questo speciale). Tengo sempre presente la regola giornalistica che devi farti capire. E c’è una tecnica: intanto deve cominciare benissimo. Guai se non inizia bene. L’incipit è una delle cose più difficili. Io non mi faccio i complimenti perché è un dono».

Ci raggomitoliamo sempre più nella poltrona, in balia della “sindrome della formichina”.

«Mi documento, cerco e poi l’incipit è lì, è già fatto. E rimane quello, cioè non lo cambio, come il finale. Devo sapere come comincia il libro e devo sapere come finisce. In mezzo c’è una torta da farcire, che deve avere una sua struttura, che poi è una architettura. La mia tecnica è questa. Quando faccio i libri di storia studio per un anno e mezzo, mi documento tantissimo, poi comincio a scrivere e mentre scrivo continuo a studiare. E anche dopo: a volte il libro è già in stampa e io resto ancora legata.

La storia è fatta di tantissime cose. Devo conoscere bene la storia non del mondo ma del paese dove si svolge la vicenda del personaggio e raccontarla in una maniera … non “trallallà” ma leggibile. Poi mi devo documentare: “cosa vuol dire la storia?” La storia è fatta di uomini. Ci sono le guerre, le malattie. “Che malattie c’erano?” La peste, il tifo… “Come si curavano? Quanti ne morivano? Cosa mangiavano? Come erano fatte le case?” Avanti così, in una specie di piramide. Leggendo e documentandomi escono i personaggi, ce ne sono di interessantissimi e li metto dentro. È un po’ come fare una farcia per poi arrivare in cima dove il protagonista, che potrebbe essere un uomo, una donna o un fatto, deve essere solo, deve arrivare solo alla vetta. Tutto il resto è sparito, bisogna portarlo al culmine dove generalmente o muore ed è solo, oppure compie un gesto importante, e anche lì è sempre solo. La struttura è così».

I suoi libri fanno capire che la Storia non è solo determinata da esigenze politiche o geografiche o militari, a volte subentrano vicende private e personali che ne mutano il corso.

«Questo viene fuori studiando. Io studio proprio tanto. Di un determinato periodo esamino la storia, la geografia, l’aspetto antropologico e anche le cose nel loro complesso, nelle correlazioni, che sono importantissime. È una fatica grossa ma mi diverto moltissimo (sorride e gli occhi le brillano). Anche se ho la schiena malandata, gli ultimi libri li ho scritti facendo una fatica enorme. Quando scrivo resto quattro cinque ore seduta e mi dimeno. Il mio ortopedico di Milano mi ha detto: “lei ha la sindrome dello studente che copia”. “Come, copio?” Ridendo di gusto, simula il movimento di spostare continuamente il capo dal computer ai testi di consultazione.

«Può bastare?» ci chiede. Santo cielo sì! Rispondiamo mentendo inconsapevolmente. Il nostro foglietto di domande giace abbandonato sul bracciolo della poltrona e sembra chiamarci…
Il racconto continua alla prossima puntata.

Di Maria Luisa Abate
Speciale “Un tè con Edgarda Ferri”
Seconda parte (parte uno vedi qui), Mantova, aprile 2025
Immagine senza copyright dall’archivio della signora Edgarda Ferri (da Invasioni barbariche)
Si ringrazia la signora Edgarda Ferri per la cortese disponibilità

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