Di Andrea Bellini. Bologna, Pianofortissimo. Olga Davnis: Bach nel DNA, tra sussurri colloquiali e ricchezza sonora.

Superbe! direbbero i francesi. Olga Davnis, giovane pianista moscovita classe 2003, vincitrice del prestigioso Concorso Internazionale J. S. Bach di Lipsia, nell’unica data italiana del 2025 sceglie Bologna e Pianofortissimo & Talenti con un programma tutto dedicato al Maestro di Eisenach. Olga è una predestinata, lo si capisce subito. Da Sebastian eredita di certo la passione per gli strumenti a tastiera tout-court, clavicembalo, fortepiano, persino il desueto arpicordo, strumento dimenticato caro, tra gli altri, a Vincenzo Galilei e Adriano Banchieri.

È curiosa la ragazza, e onnivora. Il suo repertorio spazia dal Rinascimento ai giorni nostri, con una predilezione, “ça va sans dire”, per il Sassone. Perché di Bach si può dire tutto ma non che sia banale. Ogni sua pagina pare un prodigio scolpito nel pentagramma. Anche le piccole, ma solo per dimensioni, composizioni da due paginette, sono come marmo di Carrara con venature in evidenza, alabastro cangiante, diamante sfaccettato.

Olga è timida, quasi spaesata; si presenta con una mise minimal senza fronzoli, priva di lustrini e paillette, lasciando pertanto che l’attenzione si concentri solo sulla musica, senza distrazioni alcune. E che musica! Bastano poche battute per capire che la ragazza ha Sebastian nel DNA.

Già a partire dai Sei piccoli preludi BWV 933-938 è chiaro il suo approccio. Un giudizio affrettato potrebbe sminuire la portata di questi capolavori in miniatura, che qualunque pianista in erba potrebbe eseguire, ed il pericolo di svalutarli è dietro l’angolo. Olga invece ci stupisce, offrendoci un Bach sussurrato, colloquiale, salottiero quasi, pieno di tinte cangianti; dona a questi pezzi purezza e nobiltà, rendendoli di una bellezza sfolgorante, unita alla semplicità di cui queste pagine sono intrise; esse appaiono come belle damigelle che sfilano alle nozze regali facendo impallidire tutto il convitato.

La quota stilistica che emerge dai Preludi si manterrà per tutta la durata del concerto, già a partire dalla Suite Inglese in fa maggiore BWV 809. Il Preludio iniziale è fresco ed ammaliante, un cocktail estivo che si sorseggia chiudendo gli occhi. Come quando ti obbligavano a studiare Leopardi finendo per detestarlo, salvo poi apprezzarlo molto dopo, così sono le Inglesi, croce e delizia degli studenti di quinto anno di Conservatorio; anni di giovanili ardori e di fatiche per comprendere il Sommo, arrivando quasi ad odiarlo, poi arriva Lei e ti prende per mano a coglierne la grandezza. La Giga è un turbine sul quale vorresti ballare, mentre la Sarabanda è puro dialogo con l’Altissimo.

Il Concerto Italiano BWV 971 (Concerto nach Italienischen Gusto, ricordiamocelo!) che chiude la prima parte del concerto, è uno dei grandi vertici di Bach ed è contenuto nel secondo libro della Clavier-Übung, immenso lascito agli “amatori della tastiera”, come da frontespizio autografo; nella lettura di Davnis è impreziosito dall’alternanza di chiaroscuri dinamici, quasi un Mozart ante litteram, le note perfettamente sgranate, l’articolazione che sa di cembalo ma pure di fortepiano, strumenti amati dalla giovane moscovita. Olga non tradisce di certo le aspettative del titolo, dove il “gusto italiano” è squadernato nella ricchezza sonora, nei passaggi fioriti, nel saltellare dei mordenti, quasi un pizzicato violinistico. E già fioccano i primi ‘brava’ neanche fossimo ai titoli di coda e non a metà concerto. Solo una lieve indecisione nel Presto finale, che non macchia affatto la performance, al contrario, ci fa capire di più quanto siano dense ed ardue queste composizioni. Per assurdo la serata potrebbe terminare qui tanto è stata intensa. Ma c’è una seconda parte (e che parte!) che ci aspetta.

Prima però un piccolo quanto curioso siparietto. Olga non capisce che è prevista una pausa, quindi si aggira disorientata tra il pubblico chiedendo infine lumi all’organizzazione. Non si fermerebbe mai, è instancabile, dà l’idea che non si staccherebbe mai da quello sgabello, nemmeno sotto tortura! Alla fine, compresa la situazione, si prende i dieci minuti di doveroso riposo e riattacca da dove si era interrotta.

L’Andante del Concerto, col suo andamento reso ancora più malinconico nella sua interpretazione, è ancora nelle nostre orecchie, si è incastrato sotto l’epidermide e fatica ad uscirne, ma la curiosità di ascoltare i preziosissimi quanto raramente eseguiti Quattro Duetti BWV 802-805 ci riporta all’ascolto attento. Si tratta perlopiù di pezzi per organo, dove questi chiudono la terza parte della onnipresente, almeno qui, Übung; Bach non ha previsto indicazioni di pedale e quindi sono indifferentemente eseguibili all’organo o al cembalo. Composizioni che hanno del futurista, tanto sono ardite e visionarie, accoppiate a due a due quasi a rispettare la classica sequenza Preludio-Fuga; armonicamente superbi, in particolare il quarto, una possente fuga che rimanda alle ultime composizioni del Maestro, la Magna Charta sulla quale si spegne la vita stessa di Bach, quella Kunst der Fuge che è anche capolavoro di contrappunto.

Chiude la serata la monumentale Partita n.6 in mi minore BWV 830, un Everest di tecnica e interpretazione. Iconiche quelle di Gould, di Schiff come della Nikolaeva e pure quella della Hewitt, in giuria proprio nel Lipsia vinto da Olga, quasi un passaggio di testimone; in un momento di pura e folle immaginazione, l’immagine di Glenn redivivo che, in barba alla sua idiosincratica freddezza puritana, batte le mani alla giovane collega, è troppo intrigante. Del resto lei in po’ lo ricorda: il seggiolino basso, intanto, poco più di quei quaranta centimetri scarsi della sgangherata seggiola del pianista canadese; da qui la postura, accartocciata sui tasti, il gomito ben sotto al piano della tastiera. E poi quei mordenti secchi, quei trilli strettissimi, le velocità, a volte folli, altre dilatate al parossismo, come nella sontuosa Sarabanda che fa il doppio con quella della Inglese. Le somiglianze però terminano qui: alla fine la Scuola è quella di Santa Madre Russia, che tanti figli celebri ha regalato al pianoforte. Ai lettori che coraggiosamente sono arrivati fino a questo punto propongo una sfida: riascoltate la Giga conclusiva eseguita da Gould e fate un confronto, almeno chi ha potuto assistere al concerto bolognese, con quello di Davnis. Sono sicuro che alla fine un sorriso illuminerà i vostri volti.

La pianista russa si (ci) congeda con un curioso bis, una strepitosa lettura del celebre Les Barricades Mystérieuses di François Couperin, tratto dalla raccolta dei Pièces de Clavecin databili intorno al 1717. Non me ne vogliano gli irriducibili appassionati del grande Sebastian, tra cui tenta di nascondersi, maldestramente peraltro, il sottoscritto, ma dopo un’abbuffata tale, un po’ di “leggera” musica francese non stona affatto, anzi. Emerge, in questa pagina deliziosa, tutto l’amore che Olga ripone nel clavicembalismo settecentesco, dove gli arpeggi ampi e fluenti sono avvolgenti come una calda coperta in una fredda notte invernale. E se il titolo rimanda a un ostacolo, come la siepe di leopardiana memoria, o a un qualcosa di più intimo o metafisico, la leggerezza con la quale Davnis si immerge nella composizione non può che tradursi in una soave buonanotte, regalo al pubblico bolognese.

E mentre la serata, caldissima ed afosa, si stempera nella notte che sappiamo non porterà frescura, provo ad immaginarmi sdraiato in una spiaggia deserta con un fresco cocktail tra le mani. E brindo, idealmente, a questa giovane artista alla quale auguro di cuore una fulgida e sfavillante carriera.

Recensione di Andrea Bellini
Bologna Cortile dell’Archiginnasio 30 giugno 2025
Foto: Dino Russo

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