Di Diego Tripodi. Bologna, Comunale Nouveau: spirito bernsteiniano e panglossismo nella regia, molto buono il cast, ricca di colori la direzione.

«Preferirei forse l’opera, se non si fosse trovato il segreto di farla diventare un mostro che mi ripugna. Vada chi vuole a vedere delle brutte tragedie in musica, dove le scene son fatte solo per condurre a sproposito marcio due o tre ridicole canzoni, che fan valere l’ugola d’un’ attrice. Sdilinquisca di piacere chi vuole o chi può, a vedere un castrato gorgheggiare la parte di Cesare e di Catone, passeggiando sul palcoscenico con aria goffa; per me, ho rinunciato da un pezzo a tali dappocaggini, le quali oggi fan la gloria d’Italia e son pagate tanto care da dei sovrani […]».

In tal modo si esprime Voltaire, tramite il personaggio del senatore veneziano Pococurante, nel suo Candide, ou l’Optimisme, iscrivendosi così nell’alveo della polemica che gli illuministi conducevano sull’opera di metà settecento. Probabilmente, persino lui così acuto, mai avrebbe immaginato che proprio il suo romanzo breve sarebbe divenuto un’opera. È vero, nulla dei rischi contro cui i philosophes puntavano il dito è presente in Candide di Leonard Bernstein, se non quando i cascami del mondo operistico sono volutamente tirati fuori dall’autore come stereotipi, cosa che, d’altronde, non avrebbe dovuto dispiacere lo stesso Voltaire.

La vicenda del romanzo, e dunque dell’opera, è ben nota: un ingenuo e sprovveduto giovane, Candido per l’appunto, plagiato dal pensiero acriticamente ottimista del filosofo di provincia Pangloss, è menato fra mille avventure in giro per il mondo, che scoprirà afflitto di tragedie, miserie e malvagità d’ogni sorta, in un crescendo di situazioni caricaturali. Una sorta di pamphlet, dunque, in cui con l’usuale tocco affilato e una scioltezza senza pari Voltaire in un sol colpo si prende gioco dell’ottimismo leibniziano, delle ipocrisie e della violenza della società europea, dei luoghi comuni letterari e moralistici del romanzo romantico e di quello di formazione, tutto specchio della sua epoca, ma anche tutto tragicamente inscritto nella peculiarità metastorica di un occidente la cui massima del “migliore dei mondi possibili” rinverdisce puntualmente. Tant’è vero che Candide non pare invecchiato d’un giorno, salvo i precisi riferimenti all’attualità dell’epoca, cui tuttavia di solito si ovvia facilmente ricorrendo alle agili note a piè di pagina.

Così, attuale pure dovette sembrare negli Stati Uniti di metà anni ’50 a Bernstein, quando fra minacce atomiche e maccartismo, la satira voltairiana poteva essere riletta agevolmente. E così, per la regola transitiva, settant’anni dopo è l’opera bernsteiniana che ci appare drammaticamente capace di farsi specchio di una realtà in cui le peggiori condotte sono ancora sempre esorcizzate da un finalismo giustificazionista.

Investire sul titolo è stata allora una scelta felice del Teatro Comunale di Bologna in coproduzione con il Teatro Verdi di Trieste e lo spettacolo è andato in scena (per la prima volta a Bologna) al Comunale Nouveau dal 4 all’ 8 luglio 2025, con la direzione di Kevin Rhodes alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale e con regia e coreografia di Renato Zanella.

La musica di Bernstein si barcamena simpaticamente fra riferimenti multipli, dall’opera italiana e l’operetta al musical e ovviamente ai precedenti teatrali di Gershwin, ma anche, per quel che riguarda il tessuto sinfonico, ai diretti modelli mutuati dall’esperienza direttoriale, Mahler e Shostakovic in primis. Il tutto si traduce naturalmente in un variopinto polistilismo che non disdegna un carattere descrittivo e ambientale, volto alla fusione dei livelli diegetico ed extradiegetico del racconto e alla ricreazione dell’atmosfera paradossale.

Kevin Rhodes ha condotto l’orchestra del TCBO con destrezza, trascinandone gli strumentisti in questo inusuale acciottolato di vaudeville, danze latinoamericane, motivi blues e canzoni da music hall tenuto insieme da una eccezionale scrittura sinfonica, la cui grazia e il cui colore sono stati perfettamente interpretati.

La versione eseguita a Bologna è stata quella “scozzese” che si avvaleva del libretto composito di Hugh Wheeler, ma con testi di Richard Wilbur e liriche supplementari di Stephen Sondheim, John Latouche, Dorothy Parker, Lillian Hellman e Leonard Bernstein, eseguita per la prima volta il 17 maggio 1988 al Theater Royal di Glasgow (con Bernstein in sala): dirigeva John Mauceri e la regia era di Jonathan Miller e di John Wells, regia che pure ha molti punti di contatto con quella di Zanella e con le scene di Mauro Tinti elaborate per Bologna.

Queste, con le risorse a disposizione, in particolar modo hanno rispettato la varietà dello spirito bernsteiniano e la tecnica della parodia propria dell’originale, d’altronde espediente anche piuttosto solito della regia d’opera contemporanea, ma qui finalmente calzante. La scena iniziale, il cui fondale è rimasto stabilmente lungo tutta la rappresentazione, riambientava il castello di Thunder-ten-Tronckh in un’aula di una immaginaria Westfaliae Universitas, la cui scritta campeggiava sullo sfondo sopra tre grosse lavagne di ardesia sulle quali erano segnate le mappe concettuali delle lezioni di gnoseologia di Pangloss. La lavagna centrale, amovibile ogni volta che il cambio di scena o di luogo lo avesse richiesto, diventava una finestra su nuovi particolari del nuovo contesto (la città distrutta di Lisbona, il paesaggio luminoso di El Dorado) o una semplice e comoda quinta per avvenimenti di sfondo (ad esempio la “lezione di fisica sperimentale” fra Pangloss e Paquette) o entrata e uscita di personaggi.

Nel secondo atto, quando oramai Candido è divenuto più disilluso, il deterioramento morale contagiava anche i fumosi schemi del panglossismo e alle lavagne, quasi più una contestazione di street art che una confutazione accademica, erano comparse parole chiave di una realtà più concreta, materiale o antagonista (libertà, sesso, vita, sognare, perdonare, tradimento, etc.).

Una definizione importante passava poi attraverso i pochi, ma ben studiati, oggetti di scena e attraverso i costumi (di Danilo Coppola) che, assieme naturalmente alla vivacità immaginifica del testo e alla verve attoriale dei cantanti, hanno parzialmente supplito una scenografia che a volte risultava un po’ scarna: specie i cambi di luogo, spesso rocamboleschi, nel pamphlet voltairriano come nell’opera di Bernstein (che d’altronde, come difetto ha casomai il voler inseguire fin troppo pedissequamente la trama originale) sono risultati un po’ troppo poco tratteggiati. È vero, forse nelle intenzioni c’era proprio il proposito della velocità: più sfumati sono i confini visivi più si guadagna rapidità in un’azione giocoforza rallentata dalla musica; ma, a nostro avviso, l’effetto è risultato a volte un po’ confusionario.

Bellissimi gli interventi del Coro del TCBO, come sempre una sicurezza nelle produzioni di questo teatro e ancora una volta preparato dal Maestro Gea Garatti Ansini: su tutti basti la lunga scena dell’Autodafé (What a day e seguenti).

Molto buono anche il cast: Marco Miglietta era un Candido più lirico e compreso del proprio sbigottimento dinnanzi alle crudità del mondo che coinvolto dai risvolti ironici delle stesse; Cunegonda è stata interpretata da Tetiana Zhuravel con leggiadria e bravura, superando brillantemente il valico dell’aria nel primo atto (Glitter and Be Gay); Bruno Taddia ha tenuto la scena da istrione e affrontando il trasformismo dei ruoli di spalla buffi (Pangloss, Martin, Cacambo) senza mai sbavature, anzi coniugando assai bene l’adesione vocale al personaggio con quella attoriale; brava anche Madelyn Reneé / Vecchia servitrice, ottima voce ben calata nel ruolo; bravo David Astorga, fondamentalmente il Governatore, ma anch’egli alle prese con una pluralità di ruoli. E bravi tutti gli altri, tra cui bisogna certamente menzionare per l’ottimo contributo alla resa dello spettacolo Felix Kemp / Maximilian e Aloisa Aisemberg / Paquette.

Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Comunale Nouveau 08 luglio 25
Foto (c) Andrea Ranzi

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