Di Maria Luisa Abate. Verona, Teatro Romano: Otello e Desdemona siamo tutti noi. Non spettatori ma protagonisti.

Non abbiamo mai capito fino in fondo come mai, nel mondo operistico, Carmen sia stata eletta a simbolo dei femminicidi. Certo, il perché è ovvio: l’avvenente sivigliana viene accoltellata perché vive libera, indipendente e senza vincoli nell’amare chi vuole. È la sua libertà a non venirle perdonata dal maschio che si crede padrone. Ma molte altre eroine musicali o letterarie non fanno una fine migliore, succubi di diverse devianze, di possessività estrema, di castelli di sospetti infondati, di accuse menzognere. Spesso ne cadono vittime non alla luce del sole ma all’ombra apparentemente rassicurante delle mura domestiche. È il caso di Desdemona, per colpe mai commesse strangolata dal suo amato e rispettato marito.

Desdemona, immortalata da William Shakespeare, del quale è superfluo rimarcare la capacità di travalicare i secoli risultando sempre attuale. In questa estate 2025, ad attingere liberamente al Bardo per rivolgersi agli spettatori odierni, ha pensato Giorgio Pasotti, che ha firmato come regista e interpretato come attore un nuovo allestimento di “Otello”, forte della drammaturgia di Dacia Maraini, tra le più quotate indagatrici della condizione femminile. Lo spettacolo (adattamento scenico Antonio Prisco) ha debuttato in prima nazionale al Teatro Romano di Verona, nell’ambito del Festival Shakespeariano, durante l’Estate Teatrale Veronese. Corposa la produzione: Teatro Stabile d’Abruzzo, Marche Teatro, Stefano Francioni Produzioni, Virginy L’isola ritrovata, in collaborazione con Teatro Maria Caniglia.

La messa in scena aveva l’ambizione di compiere un passo in più rispetto all’attualizzazione di un femminicidio degli inizi del XVII secolo: lo ha decontestualizzato e, pur all’interno di un costrutto, ha destrutturato in molteplici spunti l’iter che ha portato all’azione omicidiaria.

Si è iniziato dalla cornice visiva (scene Giovanni Cunsolo, immagini Thierry Lochanteur) che ha dapprima utilizzato una soluzione specchiante assai bella: un tappeto in cui erano disegnati col gesso, come sulla scena di un crimine, i contorni di un calle e di un ponticello, per permettere agli attori che camminavano su questo tappeto, di risultare esattamente collocati nella proiezione di loro stessi sul fondale a tema veneziano. Magnifico escamotage presto semplificato in favore di un susseguirsi di tappeti srotolati a mano, in sequenza, mentre sullo sfondo l’occhio passava dai campielli lagunari alle rive sabbiose del tempestoso mare di Cipro, dai cottage inglesi ricoperti di fiori rampicanti, alla facciata rossa di un palazzo i cui muri si dissolvevano nelle acque. Ma il prato erboso fiorito di margherite ha citato fin troppo smaccatamente la cosiddetta “Traviata degli specchi”, una pietra miliare del Teatro ideata nel 1992 da Josef Svoboda per la regia di Henning Brockhaus, allestimento entrato nella Storia e che la scrivente ha avuto la fortuna di ammirare qualche anno fa al Teatro di Busseto, in un riallestimento del Regio di Parma. Possiamo supporre che la citazione abbia qui inteso evocare un’altra tragica eroina, Violetta Valery / Marguerite Gautier alla quale è stato negato l’amore, fino a morirne di crepacuore (checché la diagnosi fosse di tisi).

In questa sovrapposizione, che risulta sempre intrigante, tra un teatro tradizionale fatto di manualità e un teatro moderno basato sulle proiezioni, era compreso anche il pubblico, riflesso sulla superficie scenica specchiante, a ricordare che Otello o Desdemona siamo noi. E che tutti noi non siamo semplici spettatori ma siamo chiamati a diventare attori; non osservatori ma interventisti. Ci è stato richiesto di agire, prima di tutto sulle nostre coscienze.

La decontestualizzazione ha trovato terreno fertile nei costumi studiati allo scopo (Sabrina Beretta). Su tutti, lo stesso Pasotti che per dare corpo a Jago ha indossato una camicia rosa sopra un hakama grigio (se non andiamo errati un umanori), la gonna/pantalone maschile della tradizione giapponese usata fin dal periodo Edo dai nobili e poi dai Samurai e il cui uso sopravvive oggi nelle arti marziali, disciplina che i gossip dicono essere praticata dal regista e attore. Abbiamo anche assistito a un duello a colpi di katana. Cosa c’entra il Giappone con Shakespeare? Nulla e tutto, nel proposito di universalizzare ancor più, il già universale drammaturgo inglese.

È acclarato che il vero protagonista di “Otello” sia Jago (sarebbe stato interessante, e risarcitorio, se fosse stata Desdemona). È lui il bellicista che usa le lame affilate della slealtà per raggiungere i propri scopi. È lui che arma il sospetto, l’insinuazione, la mendace illazione per farne bombe a orologeria pronte a deflagrare convincendo il Moro di Venezia che la moglie lo tradisca.

Il Moro, abbigliato tradizionalmente all’orientale con turbante in testa e anello d’oro all’orecchio, ha ricordato di non essere uno straniero pur avendo la pelle scura (non percepibile in questo allestimento): egli è nato a Venezia da una famiglia mista ed è italiano per ius soli. Un giovane uomo che sa cosa voglia dire essere ghettizzato e bullizzato, e che riversa la sua rabbia repressa sulla sposa innocente. A questo punto, non possiamo non soffermarci su un taglio dato al personaggio dalla regia. L’escalation di manifestazioni schizofreniche di Otello ha involontariamente fornito all’omicidio, compiuto con premeditazione a mani nude, la presunzione di una patologia psichiatrica. La scelta ci ha lasciati perplessi perché se è vero, come ha spiegato il regista nelle sue note, che quella di Otello è una “realtà malata”, di contro ha corso il rischio di rivelarsi un autogol aver suggerito la sia pure parziale giustificazione di una malattia, in quanto tale incolpevole e non controllabile. Insomma, a questo Otello è stata concessa l’attenuante dell’infermità mentale. Ma va bene così: anche l’indignazione serve nel processo di consapevolezza indotto nello spettatore.

Tornando alla pluralità di situazioni e di citazioni, è spiccata la figura studiatamente fuori le righe del Doge, inquadrato come una macchietta, come un concentrato di stereotipi gay, ma irresistibilmente divertente e splendidamente spiazzante. Mantello argenteo e zatteroni con la zeppa, il Doge-crooner ha impugnato un microfono sulle note di “I want to brake free”. Apriamo una parentesi: la canzone dei Queen fece scandalo perché non fu capito il tono ludico e scherzoso del travestimento femmineo del baffuto Freddy Mercury nel video che accompagnava il disco. La canzone nacque come la parodia di una soap opera, ma finì presto per diventare identificativa del movimento di liberazione delle donne e assurse a inno di ogni moto libertario, tra cui quelli per Nelson Mandela e contro l’apartheid. In questo spettacolo sono risuonate anche le note di Jealous Guy di John Lennon, in cui l’ex Beatle dichiarava la propria fragilità quando si faceva prendere da scatti di gelosia nei confronti di Yoko Ono. Proprio la fragilità di un uomo, Otello, viceversa forte e baldanzoso in battaglia, intendeva evidenziare la regia.
Non solo brani del più famoso repertorio pop-rock, ma anche le musiche originali (di Patrizio Maria D’Artista) hanno contribuito a creare atmosfere in crescendo: rassicuranti, di sospensione, angoscianti…

Di notevole caratura il cast, iniziando proprio da Giorgio Pasotti, Jago subdolo, insensibile, gelido macchinatore, in linea con il ruolo di “regista” della gelosia di Otello che gli viene solitamente attribuito e che l’attore ha tarato al punto giusto, ossia lasciando al personaggio credibilità “di cronaca”. Ha vestito i panni di Otello Giacomo Giorgio, volto noto delle serie televisive cui era affidato il compito di attirare un pubblico giovane per accostarlo a queste tematiche. Abile nell’evoluzione del personaggio, nell’ingigantirsi esponenziale della sua cieca gelosia esternata in tic maniacali, l’attore, stante la sua giovane età, ha margine per affinare ancor più le doti espressive. Claudia Tosoni era una Desdemona candida e onesta ma non ingenua: ha affrontato il destino per scelta consapevole, per coerenza con il suo sincero sentimento d’amore.   

E poi (sperando di non fare errori: i libretti di sala dell’Estate Teatrale Veronese hanno il perdurante vizietto di elencare i nomi degli interpreti senza abbinarli ai ruoli) Davide Paganini, Roderigo splendidamente spigoloso; Andrea Papale, notevole Cassio, anch’egli vittima, anch’egli succube ma che infine cerca di reagire; Gerardo Maffei, Brabanzio, padre di Desdemona autoritario ma capace di stupire con un inaspettato moto di affetto; Anna Dalia Aly, la moglie di Jago, destinataria di spadroneggiamenti e autoritarismi che vede con occhi lucidi e disincantati. Infine il citato Doge interpretato da Salvatore Rancatore con quell’indispensabile e intelligente tono scherzoso che ha evitato di far cadere nel grottesco questa figura volutamente eccessiva.

Gelosia, insicurezza, fragilità, malattia, possessività? Sono solo alibi: il crimine è crimine. Pentimento tardivo? Otello, è il pensiero di chi scrive, si suicida inutilmente perché ciò non farà tornare in vita Desdemona, che gli giace accanto “pallida, e stanca, e muta, e bella”. Otello si suicida preso dai rimorsi, o, è nuovamente il pensiero della scrivente, per sfuggire alle proprie responsabilità con quella codardia che contraddistingue tutti i violenti.

Il pubblico batte le mani, lo spettacolo è piaciuto, si è concluso ma non è finito. Il gioco di specchi rimane, a ricordarci che Otello e Desdemona siamo tutti noi. Non siamo spettatori ma siamo ancora lì, riflessi sul palco, protagonisti e artefici del mondo in cui viviamo. Guardiamo straniati il nostro applaudire e le nostre certezze si infrangono contro il muro di una impassibilità che non credevamo di avere: Desdemona è una delle tante e noi tra pochi minuti saremo tornati alla nostra solita vita. Ci allibisce la presa di consapevolezza della estraneità, della freddezza alla Jago con cui assistiamo a una pièce teatrale, o leggiamo un giornale, o guardiamo la cronaca nera in televisione. E ne rimaniamo sgomenti.  

Recensione di Maria Luisa Abate
Teatro Romano di Verona – Festival Shakespeariano, 10 luglio2025
Foto ETV

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