Di Diego Tripodi. Siena, Abbazia di Torri: riflessioni con Alessandro Carbonare, Ilya Gringoltz, Clive Greensmith, Anton Gerzenberg.

Proprio in questi giorni, l’afflizione per i tempi perfidi che figurano dalla ressa delle cronache quotidiane, ci sospingeva in meditazioni inconsolabili: la spaccatura della natura umana, piagata da una vocazione malefica che ogni giorno trova abominevoli conferme, eppure smentita platealmente – sino ad un’insopportabile redenzione – dalla capacità di generare il sublime. La stessa natura, lo stesso essere così tragicamente dilaniato dai contrari; un essere portato all’estremo, alle derive dell’esperienza e dell’immaginabile.

Queste riflessioni di vaga mestizia e di antica tradizione filosofica, hanno trovato casualmente un concreto pendant nel concerto di martedì 15 luglio, nonché nel tema di fondo del Chigiana International Festival, di cui il concerto era uno dei numerosi appuntamenti che anche quest’estate si svolgono dal 9 luglio al 2 settembre 2025, riunendo “sotto lo stesso cielo” i concerti dei giovani talentuosi allievi dell’accademia senese e quelli dei loro prestigiosi maestri provenienti da tutto il mondo.

Proprio Derive è infatti il titolo dell’edizione di quest’anno in omaggio all’omonimo brano di Pierre Boulez, il decano della “nuova musica” francese del secondo ‘900, di cui ricorrono i cento anni dalla nascita e la cui opera perciò campeggia nella programmazione della stagione.

Il concerto in questione, uno dei tanti che ogni giorno è possibile seguire nella città toscana e dintorni, in concomitanza ai corsi estivi di perfezionamento, si è svolto nell’incantevole cornice dell’Abbazia di Torri, un singolare esempio perfettamente conservato di monastero fortificato, al cui interno si trova un vero e proprio minuscolo borgo. Il convento benedettino ospita un bellissimo chiostro romanico dalla caratteristica tricromia e in questo luogo speciale si è esibito il quartetto d’eccezione formato da Alessandro Carbonare, Ilya Gringoltz, Clive Greensmith e Anton Gerzenberg.

Il programma affiancava Domaines di Boulez ad uno dei capolavori del ‘900, il Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen, pagina che come poche rappresenta plasticamente gli spunti di riflessione da cui questo scritto è partito, spingendoli sino a temibili scenari apocalittici. Una musica grande nata dal ventre dell’orrore. È infatti universalmente noto che il lavoro sia stato creato da Messiaen nel 1940 durante la sua detenzione nel campo di concentramento di Görlitz e leggendaria è la prima esecuzione nello stesso drammatico luogo.

Apriva dunque Alessandro Carbonare, uno dei migliori clarinettisti della sua generazione, con il brano di Boulez di cui ha restituito al meglio ogni sottigliezza della scrittura frammentata; lo straordinario controllo del suono è, fra i segni riconoscibili di questo grande interprete, quello che maggiormente esercita magnetismo nell’ascolto. Così è stato in Domaines e ancora di più nel secondo momento a solo del programma, l’Intermede dal Quatuor, uno squarcio nella temporalità del brano, o meglio “l’abisso che è il tempo” cui si riferisce lo stesso autore (il movimento titola Abîme des Oiseaux, ossia Abisso degli uccelli, dove l’uccello rappresenta – spiega – il desiderio umano e contrario di altezza e di luce): qui Carbonare davvero ci ha sospeso in volo sino alla vertigine del  lungo e parossistico crescendo sul mi, affrontato con una magistrale e complicatissima prova di respirazione circolare.
Particolarmente ben riusciti all’ensemble gli unisoni di cui la partitura è disseminata fino alla loro degenerazione nel sesto movimento (Danza delle sette trombe).

Taciutosi il clarinetto, è stata opera del trio sostenere tutta la poesia del secondo movimento, evocando ai nostri orecchi le “impalpabili armonie celesti” dell’angelo dell’Apocalisse, la “melopea” nobilissima dei due archi e le “dolci cascate di accordi blu-arancio” ipnoticamente scandite dal pianoforte, ogni cosa ottimamente interpretata da Gringoltz, Greensmith e Gerzenberg.

Il carattere concertante del brano distribuisce quindi momenti di protagonismo e, in tal senso, certamente la sorta di elegia del quinto movimento è qualcosa di speciale, con la serena rassegnazione con cui il violoncello canta la sua lode a Cristo – e Greensmith in ciò ha opportunamente mostrato un contegno sacerdotale -, un canto troppo bello per trovare qui estinzione e quindi raccolto e sublimato al violino da Gringoltz con cantabilità delicata nell’ultimo movimento, anche lì dove le diverse estremità dello strumento – un grido soffocato sovracuto – e della composizione – siamo alle ultime battute – si congiungono sino all’esaltazione.

Il pianoforte, in tutto ciò, è la fonte dell’equilibrio, un rassicurante compagno su cui poggia tutta l’enorme instabilità emotiva della composizione: così ci pare immaginato dal compositore e in assoluto servizio a questo ci è parso anche il lavoro interpretativo del giovane Gerzenberg, figlio d’arte ed esecutore eclettico, solista virtuoso e camerista sapiente, raffinato interprete dei classici e prodigo alfiere della musica contemporanea, che anche in questo caso non si è smentito.

C’è comunque la luce a conclusione del Quatuor pour la fin du temps: non sappiamo cosa di quella rotta natura umana, che si diceva, operi affinché, nonostante tutto, essa possa continuare ad ammettere che c’è speranza al di là della tenebra. Per Messiaen certamente era una fede incrollabile e una fortissima disposizione contemplativa, di cui la sua musica cerca di farsi espressione: in essa tempo ed eternità diventano la principale dicotomia da indagare, a cospetto della quale le idiosincrasie umane, anche le più orribili derive, sbiadiscono.

Recensione di Diego Tripodi
Siena, Abbazia di Torri, Accademia Chigiana International Festival, 15 luglio 2025
Foto D.T.

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