Di Enrica Marcenaro. Genova Nervi. 20 volte Wolfsoniana: il futurismo, la latta, la Liguria e una mostra che (finalmente) se ne ricorda per festeggiare vent’anni di bellezza, visioni e qualche oggetto improbabile.
C’è un libro in mostra alla Wolfsoniana di Nervi, e già solo lui varrebbe il viaggio. Non ha la copertina rigida, non ha le pagine in carta, non è rilegato con filo. “Lui” è di latta, come quella delle scatole di biscotti.
Si chiama L’Anguria lirica; è un libro oggetto del 1934, firmato Tullio d’Albisola e Bruno Munari: poesia parolibera più grafica visionaria, tutto stampato su fogli metallici colorati, con rilegatura cilindrica.
È un libro che oggi va maneggiato coi guanti. Non solo per delicatezza, ma perché ne esistono 101 copie originali, alcune quotate tra i 40 e i 50 mila euro. Un oggetto assurdo, geniale, rumoroso, arrugginito. Magnifico. Perfetto.
D’Albisola, all’anagrafe Tullio Mazzotti, era un ceramista ligure col pallino dell’avanguardia. Si faceva chiamare Tullio d’Albisola per rendere omaggio alla sua terra (e anche un po’ per sembrare più artista e meno imprenditore). Ma era entrambe le cose. Ceramista, scultore, poeta, provocatore. Uno che lavorava con Lucio Fontana e con Marinetti, e che aveva capito benissimo che la modernità stava nella materia. Nella forma. Nella superficie che cambia, riflette, taglia, brilla, si ossida.
Con Marinetti, l’amicizia e il sodalizio furono immediati. I due avevano in comune una cosa: l’urgenza. Volevano fare, dire, stampare, rompere. Volevano libri che non si potessero dimenticare sul comodino, ma che occupassero spazio, che facessero rumore, che odorassero di fabbrica, di metallo, di futuro. Non solo carta e raffinatezza.
Fu così che la Litolatta, la tipografia di Savona dove si stampavano le scatole dei biscotti, diventò il loro campo di battaglia.
Nel 1932 uscì il primo esperimento: “Parole in libertà futuriste olfattive tattili termiche” di Marinetti. Poi arrivò L’Anguria lirica: più pop, più lirica (appunto), illustrata da Munari, molto ironica, potente. Una specie di e-book ante litteram che al posto dei pixel aveva fogli taglienti e coloratissimi da sfogliare su un cilindro.
Non carta, non parole. Ma un oggetto d’arte, o forse un’arma, o un giocattolo per adulti che non hanno smesso di pensare.
Tutto questo succedeva in Liguria. In mezzo alle ceramiche, al mare, alle fornaci. Il Futurismo qui trovò terreno fertile: Genova, Savona, Albisola diventarono luoghi dove la modernità si faceva materia.
Qui si modellava, si smaltava, si cuoceva a mille gradi l’idea di un mondo nuovo.
Ecco perché, tra le venti opere selezionate per la mostra “20×20. Venti opere per i vent’anni della Wolfsoniana” (vedi qui), la litolatta di Tullio non è solo un cimelio: è una dichiarazione d’identità. Dice che questo museo, nato dalla visione di Mitchell Wolfson Jr. e coltivato per anni da Gianni Franzone, ha sempre avuto un debole per le cose ibride, laterali, che stanno a cavallo tra arte, design, pubblicità, politica, e non si fanno rinchiudere in una categoria.
La mostra – curata da Matteo Fochessati e Anna Vyazemtseva – è visitabile fino al 19 ottobre alla Wolfsoniana. Espone venti pezzi scelti tra centinaia, in una selezione che è anche una mappa di quello che siamo stati (e forse siamo ancora): sedotti dalla macchina, impastati di ideologia, innamorati delle forme.
Non aspettatevi solo quadri da parete e sculture da piedistallo. Qui si passa da una cassapanca decorata con ceramiche a una litolatta futurista, da progetti di arredo ferroviario a lampade inglesi degli anni Venti.
È un mondo fatto di oggetti ibridi, ironici, belli e storti, come le epoche da cui arrivano. A selezionarli sono stati Fochessati e Vyazemtseva, con uno sguardo trasversale che attraversa arte, design, propaganda, pubblicità, sogni moderni e sberleffi futuristi.
E proprio di futurismo, qui si parla, eccome. Con nomi che rimbombano: Tullio d’Albisola, certo, ma anche Renato Di Bosso, con un’aeropittura colonialista e visionaria. E ancora: Leonardo Bistolfi, Palanti, Prampolini, Filippo Romoli, Alimondo Ciampi (e il suo bacio saffico che negli anni Venti diceva tutto, senza dire niente).
Ogni oggetto è una scheggia di un’epoca piena di contraddizioni, una fotografia opaca ma precisa dell’Italia tra Ottocento e secondo dopoguerra.
E poi c’è la Wolfsoniana: una cosa strana, nata dal gesto visionario di Wolfson Jr., console americano innamorato di Genova, collezionista compulsivo, capace di vedere in una cartolina illustrata o in un lampadario razionalista una chiave di lettura della storia.
Il museo è diventato negli anni un organismo vivente, con mostre, prestiti, ricerche, borse di studio, e una collezione che cambia, si espande, si contamina. Non è un luogo immobile. È un laboratorio di idee in cui ogni tanto qualcuno si sporca le mani.
Questa mostra – che è anche un omaggio a Gianni Franzone, che alla Wolfsoniana ha dedicato tempo, intelligenza e passione – non è pensata per stupire.
È pensata per chi ha voglia di guardare sul serio. Di fermarsi un secondo in più su un oggetto e chiedersi: ma cosa c’entra questo con la mia idea di storia, di arte, di modernità?
Spoiler: c’entra. Eccome se c’entra.
Alla fine, tra tutti, è quella latta lì che ti resta addosso.
Perché è ingombrante, scomoda, brillante. E perché, in fondo, anche oggi ci servirebbero oggetti così: che non si lasciano spegnere, né zittire.
Di Enrica Marcenaro
Genova, Wolfsoniana, luglio 2025
Immagine: Tullio d’Albisola (Albisola Superiore 1899 – Albissola Marina 1971);
Bruno Munari (Milano, 1907 – 1998);
Edizioni Futuriste di “Poesia”, Roma, Litolatta, Savona, L’anguria lirica, 1934,
fogli di latta, cromolitografata a colori
Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova (GF1993.1.25)
Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Comune di Genova per il permesso d’utilizzo dell’immagine
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20 X 20
VENTI OPERE PER I VENT’ANNI DELLA WOLFSONIANA. 2005-2025
22 maggio – 19 ottobre 2025
Wolfsoniana – Musei di Nervi
via Serra Gropallo 4 – 16167 Genova Nervi
tel. 010 010 557 5595
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