Di Maria Luisa Abate. Verona, Teatro Romano: i naufraghi shakespeariani nel labirinto che ha simboleggiato un percorso verso il perdono.

Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni? Non proprio. Non questa volta, in cui sono stati i sogni ad avere magnificamente assunto consistenza terrena, ammantandosi di suggestioni lunari ma non oniriche, sotto taluni punti di vista concettuali però ancorate all’umana corporeità. Una delle più celebri frasi di Shakespeare, usata e abusata in qualsivoglia contesto, è tornata a risuonare nella sua culla d’appartenenza, ossia ne La tempesta, titolo che ha debuttato in prima nazionale nella rilettura registico-drammaturgica di Alfredo Arias, a conclusione del Festival Shakespeariano al Teatro Romano di Verona.

Il regista argentino naturalizzato parigino ha privilegiato toni visionari e poetici, anche se, lo confessiamo, da lui ci saremmo aspettati che osasse qualcosa in più. Ma, come spesso ci troviamo a ripetere, riteniamo che oggigiorno la vera innovazione sia nel riscoprire la tradizione, nel farcene notare la sempiterna attualità. Per cui abbiamo apprezzato la chiarezza e la bellezza dell’allestimento da lui diretto, produzione Teatro Stabile di Catania, Marche Teatro, Tieffe Teatro, Fondazione Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Estate Teatrale Veronese.

La prima delle due serate in cartellone ha regalato un surplus di suggestioni: il cielo era minaccioso, i nuvoloni neri si addensavano tuttavia non è piovuto. Condizioni meteorologiche perfette per immergere il pubblico in un’atmosfera tempestosa, divenuta un vero e proprio elemento scenico dato che era stato aperto il lato alto del fondale, permettendo che il cielo facesse irruzione sul palcoscenico. Le rive del fiume Adige, che scorre a pochi passi dal teatro, sono diventate una sorta di propaggine extra-scenica in grado di evocare le spiagge dell’isola sulla quale erano naufragati i nemici di Prospero.

Shakespeare usa come causa scatenante per il suo “dramma romanzesco” una tempesta, frutto delle arti magiche di Prospero, che scaraventa i naviganti su un’isola che credono deserta. Gli scampati al fortunale si disperdono nella fitta vegetazione per poi incontrarsi e riperdersi e reincontrarsi di nuovo. Una situazione che è chiaramente sinonimo di una condizione mentale, d’un processo di scoperta degli altri e di sé stessi.

Il regista Alfredo Arias l’ha risolta ponendo al centro della scena un labirinto, in cui le figure hanno compiuto passi (minimamente) tortuosi facendovi incontri occasionali. Labirinto che voleva richiamare alla mente quello di Minosse, dal quale era possibile uscire solo seguendo un filo, in questo caso non di Arianna ma il filo della progressiva acquisizione di consapevolezza. E qui vale la pena di spendere una parola in più per questa costruzione a dedalo, che, grazie alle diverse altezze dei muretti, ha dato il senso della profondità e dello spazio. Non a caso la scenografia era firmata da Giovanni Licheri e Alida Cappellini, un duo di enorme esperienza e gigantesca maestria, che nel corso della lunga carriera ha firmato allestimenti di successo per il teatro e per il cinema, e ha creato cornici per alcuni tra i più mitici programmi televisivi della Rai. Una garanzia, quindi, avere i loro nomi in cartellone.

Ne La tempesta, Shakespeare si è riallacciato al conflitto avvenuto alla fine del 400 tra gli Aragona di Napoli e gli Sforza di Milano, di cui Prospero è il duca deposto. Costretto all’esilio, durante l’ultradecennale permanenza nell’isola Prospero ha acquisito doti magiche, e ha poi scatenato i marosi per far avvicinare la nave sulla quale erano imbarcati i nemici che avevano cospirato contro di lui. La vicenda di Shakespeare si conclude con la riconquistata libertà, coincidente con la remissione di ogni obbligo allo spiritello Ariel e con il ritorno a casa dei naufraghi dopo essere stati perdonati da Prospero. Il regista si è focalizzato su questo secondo aspetto, inteso non semplicisticamente come assoluzione dalle proprie colpe ma come conquista di pacificazione interiore.

Come accennavamo, l’aspetto scenico si è svolto secondo canoni tradizionali ed efficaci: un gioco di luci (di Gaetano La Mela) concentrato sul passaggio dal giorno alla notte; il ricorso all’ingenuità del teatro d’ombre, con semplici sagome in controluce dietro un telo; o ancora il travestimento che ha reso ferino e selvatico il personaggio di Calibano, consistente in una mascherina blu sul viso e un rametto infilato nel cappello di paglia. Allo spiritello Ariel, impersonato da una attrice, gli abiti di scena hanno conferito un aspetto matronale, terreno.

Proseguendo su questa linea, la recitazione è stata assai impostata, con un uso del fiato e della parola che oggigiorno purtroppo va perdendosi ma che è ancora sinonimo di grande Mestiere. Iniziando da Graziano Piazza, un Prospero dalla voce spesso declamante nondimeno espressiva, passata dai toni indagatori, sempre improntati a una pacatezza derivante dalla saggezza, a quelli, altrettanto appropriati, di “nocchiero” degli animi umani. Piazza ha retto abilmente le redini di un personaggio dall’animo multiforme: mago avvezzo a incantesimi e sortilegi ma anche demiurgo, sovrano dell’isola selvaggia ed ex duca nobile e colto. Ha quindi egli stesso incarnato la doppia anima del testo shakespeariano che intreccia indissolubilmente sogno e realtà.

Splendido il Calibano di Rita Fuoco Salonia, selvatico al punto giusto, di una ferinità ancestrale e d’immediatezza shakespeariana. Si è mosso come un animale, avvicinandosi al gruppo di umani come fiutandoli, restando sempre diffidente, pronto a fare uno scatto indietro. Davvero bravissima.

Non da meno Guia Jelo, magnificamente protesa a bilanciare il personaggio di Ariel dandogli appropriata evanescenza, lavorando abilmente per sottrazione rispetto alla matericità del suo abito. Nella ricerca della libertà dal sortilegio che la lega a Prospero, il suo Ariel si è mosso in bilico tra magico e terreno, stimolando l’immaginazione dello spettatore.

Miranda era la talentuosa attrice Rosaria Salvatico, una fanciulla candida che guarda con occhi speranzosi alla vita. Accanto a lei, l’innamorato Ferdinando, intraprendente nella resa scenica di Lorenzo Parrotto. Poi l’infido Antonio di Luigi Nicotra e il restante cast, abbigliato con costumi (di Daniele Gelsi) che hanno in grande parte favorito la costruzione dei personaggi: Federico Fiorenza, Fabrizio Indagati, Franco Mirabella, Marcello Montalto, Alessandro Romano.

Così, i nemici di Prospero, attraversando il labirinto hanno compiuto un percorso di redenzione, come si diceva finalizzato al perdono più che alla riconquista della libertà, che è stata intesa come conseguenza diretta, come reazione fisica causa / effetto. Il regista Arias ha convogliato la forza drammatica del Bardo per indurre il pubblico a percorrere la strada della scoperta di sé, invitandolo a superare le notti, a farsi largo nell’oscurità intricata della foresta e arrivare a vedere i “colori” che ci illuminano. E, alleggeriti dal peso delle nostre colpe, a protenderci verso uno stato di trascendenza.

Una bella chiusura del Festival Shakespeariano a Verona. Ma non degli spettacoli al Teatro Romano, dove prosegue la programmazione dell’Estate Teatrale Veronese. Oltre ai diversi appuntamenti di agosto, di vario genere, gli amanti della prosa troveranno proposte di sicuro interesse nel Settembre Classico.  

Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Teatro Romano – Festival Shakespeariano 24 luglio 2025
Foto ETV

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