Di Maria Luisa Abate. Arena di VeronaDue cast con Oren: Kurzak, Alagna, Rehlis, Park. E Siri, Kunde, Rehlis, Enkhbat.

Bentornato Maestro Daniel Oren! Il 102° Opera Festival all’Arena di Verona è iniziato da poco eppure già sentivamo la sua mancanza. Con gioia abbiamo ritrovato il suo gesto incisivo e di una chiarezza lampante, ci siamo lasciati trasportare dalla passione con cui dirige, ancora una volta ci siamo stupiti dell’intesa, anzi dell’empatia, anzi dell’osmosi con l’Orchestra areniana. E non solo, perché il feeling del direttore si estende agli spazi dell’anfiteatro, che “riempie” con dinamiche vivaci, e al pubblico, esuberante oltre che entusiasta.

Anima, cuore, passionalità e soprattutto vita: questi i punti cardine sui quali il maestro israeliano ha dispiegato Aida, un affresco dai colori intensi, dai tempi sostenuti e dalla verdianità viscerale. Negli anni in Arena si sono susseguiti tanti direttori davvero grandi, davvero bravi, davvero entusiasmanti, ed è giusta e sempre auspicata questa alternanza perché l’opera vive anche di confronti fra interpreti e interpretazioni. Ma, ci sia scusata l’affermazione categorica: qui, in questo palcoscenico all’aperto, il più grande al mondo e dalle caratteristiche uniche, nessuno è come lui. Ci permettiamo, nel nostro piccolo, di attribuire a Daniel Oren il titolo di “sessantottesima colonna” portante dell’Arena (ci riferiamo alle “67 colonne”: i mecenati del progetto di fundraising che prende il nome dai pilastri che un tempo circondavano l’anfiteatro; progetto che in soli cinque anni ha raccolto 9 milioni di euro). Ben ritrovato, Maestro!

A essere messa in scena, la spettacolare Aida “di cristallo” che Stefano Poda ideò due anni or sono per l’inaugurazione della stagione numero 100 (recensione vedi qui) e che è tornata a sorprendere con la tecnologia abbinata alla sapienza teatrale e ad una elaborata e intelligente idea registica. Così abbiamo ammirato le piramidi di luci laser che si stagliavano nel cielo sopra l’anfiteatro fendendo il buio della notte e i molteplici simboli egizi reinventati per dare corpo a un discorso filosofico basato sulla concezione di tempo, che continua a sembrarci di matrice kantiana. Bene quindi che abbiano fatto ritorno, sulle gradinate alle spalle del palcoscenico, le due strutture che decontestualizzano il concetto spaziotemporale: a sinistra i rottami di un’astronave schiantatasi in un armageddon da fine del mondo, residui di una scomparsa civiltà evoluta, mentre sulla destra i resti archeologici di un’antica colonna spezzata. Nel mezzo si colloca l’Aida di Poda, incastonata tra futuro e passato, sospesa tra l’era degli egizi e quella degli ebrei, in bilico tra il tempo della pace e quello della guerra. Ossia una rappresentazione del tempo come unità, che per l’appunto si può ricondurre al pensiero dell’esponente dell’illuminismo Immanuel Kant.

Poi, il pavimento di vetro, le piccole piramidi anch’esse trasparenti, i meravigliosi costumi che costituiscono uno dei punti di forza di Stefano Poda per lo stile e per la ricercatezza dei materiali (se non abbiamo visto male, quello di Aida è stato riconfezionato con fibre più leggere). Il celeberrimo trionfo verdiano che il regista ha destrutturato e immaginato come una scansione meccanica evidenziata dagli scatti delle braccia di mimi e ballerini (questi ultimi coordinati da Gaetano Buy Petrosino) e ancora il globo argenteo innalzato al vertice della piramide di luce, che può essere interpretato in diversi modi sovrapponibili: forse un’astronave aliena, forse una bolla spazio-temporale, certamente un futuristico occhio di Horus. Su tutto, la gigantesca mano reticolata simbolo di questo allestimento, le cui dita semoventi hanno assecondato le invocazioni alle divinità e che al termine si sono richiuse sopra Aida e Radames, decretando la fine del loro tempo mortale.

Nella serata inaugurale di Aida 2025, il cast era capitanato da Maria José Siri, che ben conosce l’acustica areniana oltre che il ruolo del titolo. Voce morbida, filati soavi e squilli vigorosi hanno dato linfa a una linea di canto d’un lirismo intenso, che ha privilegiato la raffinatezza delle tinte tenui dal bello smalto. Dal punto di vista attoriale, il soprano dell’Uruguay dalle radici italiane ha approfondito l’interiorità della schiava etiope dibattuta tra due amori, quello filiale e quello dettato dal cuore.

L’egizio Radames era Gregory Kunde artista che noi amiamo ma che in questa serata abbiamo trovato meno in forma del consueto; forse per i tour de force cui si sottopone da lunghi anni per soddisfare le tante richieste, o forse perché giunto all’ultimo momento a sostituire l’indisposto Luciano Ganci. Il tenore americano ha fatto ricorso alla sua enorme classe, alle doti interpretative e all’eleganza stilistica per delineare un tenero innamorato prima ancora che un condottiero, ponendo l’accento sull’uomo che si cela dentro al guerriero.

A intromettersi nel sentimento sbocciato tra Radames e Aida, la principessa AmnerisAgnieszka Rehlis, mezzosoprano d’origine polacca che pure avevamo già in passato apprezzato per il temperamento con cui affronta la parte, per l’emissione fluida e pastosa in tutta la gamma, a iniziare dai registri bassi dalle sinuose venature brunite fino a estendersi agli squilli saldamente poggiati e proiettati.

Il re d’Etiopia e padre di Aida, Amonasro, era il sempre straordinario Amartuvshin Enkhbat, trionfatore del Nabucco che ha inaugurato questo festival 2025 e uno dei migliori baritoni al mondo, che noi, e non solo noi, adoriamo. Quando parliamo dell’artista nato in Mongolia, ormai presenza fissa nelle stagioni areniane (che presentano il meglio di quanto offre il panorama attuale) ci ritroviamo ogni volta a stilare un elenco, tante sono le sue caratteristiche d’eccellenza. Perfetto in tutto: dalla dizione italiana da fare invidia ai madrelingua, alla tecnica sopraffina, al fraseggio che utilizza come ulteriore strumento espressivo; senza dimenticare la dotazione naturale della voce tonante eppure dal timbro morbido avvolgente e caldo, capace di una gamma infinita di colori e chiaroscuri. Non ultima, la costruzione del personaggio, un re fatto prigioniero ma battagliero e d’indomita fierezza, padre amorevole ma dal polso severo.  

Accanto, l’Egitto dell’inflessibile sacerdote RamfisAlexander  Vinogradov, basso avvezzo alla parte che ha guarnito con ricchezza coloristica soprattutto nei registri più profondi; e del FaraoneSimon Lim, dalla voce generosa. Hanno completato il cast le due collaudate presenze del Messaggero Carlo Bosi e della Sacerdotessa Francesca Maionchi che da anni veste questi panni con freschezza, ammantandoli di un appropriato alone di mistero. Ottima come sempre la prestazione del Coro, istruito da Roberto Gabbiani, compatto, coeso, preciso.
Aida replica all’Arena di Verona, ogni recita con un diverso cast, fino al 4 settembre 2025.

Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 20 giugno 2025
Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona

CAST ALTERNATIVO

Tra i tanti pregi che rendono straordinario, oseremmo dire irripetibile, il cartellone dell’Opera Festival all’Arena di Verona, c’è l’alternanza di cast, che rende quasi ogni recita un unicum, sempre con artisti ai massimi livelli del panorama internazionale. Così, per un’unica data (dopo Carmen) abbiamo potuto sentire in Aida Aleksandra Kurzak e Roberto Alagna, coppia nella vita e sul palcoscenico, dove, ovviamente, tra loro si è sviluppata una speciale alchimia.

Il soprano d’origine polacca ha debuttato nel ruolo della schiava etiope, un personaggio che ha costruito con cura, con attenzione sia alla tenerezza del sentimento verso Radamès, sia al carattere deciso che della dolcezza ha fatto la propria forza; aspetto questo assai interessante. Kurzak ha soppesato attentamente le caratteristiche della sua voce flessuosa e ricca di colori sfavillanti, facendo ampio uso di mezze voci carezzevoli; i registri bassi erano ben timbrati mentre le note acute, alle quali è salita agilmente, hanno brillato per naturalezza, prive di forzature.

Il tenore d’origine francese (ma cittadino italiano) Roberto Alagna ha vestito i panni di Radamés indagandone i mutamenti psicologici: fiero combattente e focoso innamorato di cui ha esternato il sentimento sincero. L’ampiezza del mezzo vocale, in questa serata, è stata caratterizzata da una sorta di “singhiozzo alla Gigli”, distintamente udito nella celebre romanza “Se quel guerrier io fossi”. Bel timbro, voce potente, squillo ben poggiato e radioso, legati morbidi si sono sommati alla varietà di accenti, in una tenuta omogenea dall’inizio alla fine.

A intromettersi nell’amore sbocciato tra Radames e Aida, abbiamo ritrovato, nelle vesti di Amneris, Agnieszka Rehlis. Del mezzosoprano polacco confermiamo quanto scritto qui sopra e riferito nel primo cast che abbiamo udito: un’interpretazione ricca di temperamento, dove sono spiccati la pastosità nell’emissione, il fascino del timbro emerso nei registri bassi e gli acuti che hanno svettato saldi e ben proiettati.

Amonasro era Youngjun Park, baritono coreano dall’importante dotazione vocale, la cui potenza è stata resa suadente dall’emissione garbata, tornita da un’ottima dizione che ha agevolato il fraseggio e dall’estrema cura nella scelta coloristica. Non ultima, la resa impeccabile in tutta la gamma.

Simon Lim, che nella recita da noi precedentemente udita ricopriva il ruolo del Re, in questa occasione era il gran sacerdote Ramfis, ruolo in cui ancor più abbiamo potuto apprezzare l’ugola potente e generosa del basso coreano. Invece il Re in questa serata era il basso georgiano Ramaz Chikviladze, ben preparato così come Riccardo Rados, tornato nelle vesti del Messaggero, e la sempre bravissima Francesca Maionchi in quelle, che le calzano come un guanto, di Gran Sacerdotessa.

Delle sue doti direttoriali, in Arena ineguagliabili, abbiamo sopra riferito: Daniel Oren non solo è un grande direttore ma una grande persona, intelligente e dal grandissimo aplomb. Abituato da moltissimi anni a questo teatro all’aperto che si dimostra speciale in tutto, è rimasto imperturbabile dinanzi a una serata resa acusticamente difficoltosa dalle intrusioni sonore che giungevano dall’esterno, a causa di una manifestazione che si svolgeva in piazza Bra e che ha fatto anche capolino nell’anfiteatro, apparendo brevemente sui monitor deputati a far scorrere il testo delle opere a favore del pubblico. Una intrusione che la Direzione di Fondazione Arena ha ufficialmente dichiarato non fosse autorizzata. Non vogliamo dire di cosa si trattasse per non dare visibilità ad ambiti che non ci riguardano (e non vogliamo ci riguardino: libertà è anche poterne restare fuori). Vogliamo però sottolineare che il teatro, soprattutto quello musicale che vive di artisti e pubblico internazionale, è emblema della fratellanza e dell’unione tra persone e popoli. Coloro che ci leggono con regolarità, hanno certamente notato che noi siamo soliti menzionare la nazionalità degli interpreti, proprio per sottolineare che in teatro non esistono barriere, né razze, né divisioni e si contribuisce tutti, assieme e in pace, al risultato finale, sventolando la sola bandiera dell’Arte. Quando la politica cerca di strumentalizzare il teatro (e lo fa purtroppo da tempi atavici), l’unica vittima, innocente, a cadere sul campo, è l’Arte stessa.    

Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 27 luglio 2025
Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona

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