Di Enrica Marcenaro. Genova: Quando un poster pesa quanto una preghiera. L’Anteprima della mostra al Museo Chiossone.
Cosa può un’immagine? Può una farfalla in fiamme raccontare la devastazione atomica meglio di un fungo nucleare? Può una colomba geometrica, costruita con soli cerchi, essere più potente di cento fotografie? Forse sì. Soprattutto quando quell’immagine non è pensata per colpire, ma per custodire. Non è gridata, ma trattenuta. Non urla, ma resta.
Dal 6 settembre 2025 all’11 gennaio 2026, il Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova ospita la mostra Hiroshima Appeals. Messaggi di pace, curata da Miki Shimokawa. Un titolo semplice, eppure inevitabile. A pochi giorni dall’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, questa mostra raccoglie 29 manifesti realizzati dal 1983 a oggi da alcuni dei più importanti graphic designer giapponesi. Ogni manifesto, una storia. Ogni anno, una voce. Nessuna retorica: solo un appello, un gesto civico. Silenzioso e reiterato, come una forma di resistenza estetica.
L’iniziativa nasce all’interno della Japan Graphic Designers Association (JAGDA), con l’opera di Yusaku Kamekura, Burning Butterflies. Segna l’inizio di una lunga sequenza visiva. Kamekura, che nel 1964 aveva firmato il poster ufficiale per le Olimpiadi di Tokyo, concepì questa nuova immagine non come denuncia ideologica ma come una metafora poetica. «La farfalla è solo un’esca. La fiamma è la protagonista», raccontò. Voleva evocare il terrore con la bellezza, senza concessioni all’ovvio. Il manifesto, rivisto più volte insieme all’illustratore Akira Yokoyama, trasmette una visione struggente: la bellezza brucia e cade.
E nel farlo, muove qualcosa che sta più sotto della pelle. Tocca la coscienza.
Negli anni successivi, altri designer hanno proseguito questo racconto. Alcuni lo hanno fatto con immagini più leggere, come Love Peace di Kiyoshi Awazu, in cui 17 uccelli sembrano cantare la pace – “Peace! Peace!”- come in un canto popolare. Altri con grafiche più astratte o metafisiche, come quelle di Shigeo Fukuda, che nel suo manifesto del 1985 suggeriva che il vero nemico della pace non è solo la guerra, ma anche la fame.
Altri ancora hanno scelto il candore, come Yoshio Hayakawa, con Children and Doves: un bambino e una colomba, disegnati con semplicità estrema, diventano un modo per evitare sia l’orrore della rappresentazione, sia l’utopia insipida.
La mostra è questo. Un dialogo muto tra immagini bellissime e coscienza, per il quale il Museo Chiossone non è una semplice cornice, ma parte integrante del messaggio. Non è casuale che questa mostra abbia luogo proprio qui, in una Genova che fu crocevia di commerci e diplomazie e che, nel 1875, vide partire Edoardo Chiossone verso il Giappone. Lì, l’incisore genovese portò con sé le tecniche europee di stampa a bulino, rivoluzionando la produzione tipografica giapponese e contribuendo, di fatto, alla modernizzazione del Paese. Ma fu anche lui, in cambio, a lasciarsi affascinare dall’arte giapponese del periodo Edo, dall’ukiyo-e, dai paesaggi sospesi e dalle figure essenziali che oggi continuano a influenzare il design, il manga, la comunicazione visiva.
Hiroshima Appeals è dunque anche questo: un cerchio che si chiude, un ponte tra due mondi, un intreccio di scambi che non si limita alla tecnica, ma tocca i sentimenti più profondi della civiltà. Come suggerisce il comunicato ufficiale della mostra, «gli scambi reciproci di conoscenze tecnologiche e culturali tra regioni sono stati, nel corso della storia, una forza costante, capace di modellare in profondità la civiltà umana».
I poster in mostra sono esempi limpidi di graphic design giapponese postbellico: raffinato, evocativo, visivamente silenzioso, eppure potente. Nessuna iconografia gridata, nessun didascalismo: solo metafora, sottrazione, intuizione. È un linguaggio visivo che preferisce l’allusione alla dichiarazione, la sospensione al racconto, il vuoto al pieno. Come nel manifesto di Ikko Tanaka del 1988, dove una colomba bianca stilizzata emerge da un fondo che sembra dorato, ma nasconde (appena accennata) una nube atomica. O come nel poster di Kazumasa Nagai, Ali frantumate dal lampo, in cui un’illustrazione realizzata da Tamie Okuyama mostra un’ala di uccello che si disintegra nel bagliore dell’esplosione, trasformando la distruzione in preghiera visiva.
È questa la cifra della serie Hiroshima Appeals: ogni immagine è progettata non per spiegare, ma per far sentire. Per far ricordare. Per far pensare. Ognuna porta con sé una sensibilità fortemente giapponese, e al tempo stesso universale. Lo stesso Museo della Memoria di Hiroshima, che ha prestato alcuni poster documentaristici e didattici esposti accanto ai 29 manifesti artistici, non è solo uno spazio di testimonianza: è un luogo dove la memoria diventa educazione. Dove il passato non è un racconto fermo, ma una responsabilità attiva.
E così, l’arte ha un ruolo importante. In un’epoca in cui la parola “pace” rischia di diventare uno slogan stanco, Hiroshima Appeals riesce nell’impresa più difficile: restituirle forza, dignità, urgenza. Lo fa con visioni poetiche e esteticamente bellissime. Lo fa con simboli che insinuano domande.
Lo ha detto chiaramente Yusaku Kamekura, autore del primo manifesto della serie nel 1983, il celebre Burning Butterflies: «Un poster per la pace deve contenere un tocco di poesia e una traccia di dramma». Quella farfalla in fiamme, che scende nel vuoto con la grazia di una preghiera e la potenza di un ammonimento, non è un’illustrazione: è una ferita lenta. Una bellezza che brucia. È l’idea, inquietante e reale, che ciò che è fragile può diventare cenere. E che la cenere, per essere memoria viva, deve sapere parlare a chi guarda.
A distanza di quarant’anni, e nel pieno delle tensioni geopolitiche che ci attraversano, questi poster non hanno perso nulla della loro capacità di colpire. Al contrario. È forse proprio ora, nel mezzo del rumore, che la loro voce sommessa risuona con maggiore forza. È ora che abbiamo bisogno della loro metafora, della loro compostezza, della loro limpidezza visiva. Della loro visione.
È una mostra che merita una visita.
Recensione (anteprima) di Enrica Marcenaro
Genova, agosto 2025
Hiroshima: leggi anche lo Speciale DeArtes dedicato alla scrittrice e giornalista Edgarda Ferri che, nella quarta puntata, ha parlato della sua esperienza tra la gente e nei luoghi dell’atomica (“La bellezza non salverà il mondo”, vedi qui).
HIROSHIMA APPEALS. MESSAGGI DI PACE
6 settembre 2025 – 11 gennaio 2026
Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone
Piazzale Giuseppe Mazzini, 4 – 16122 Genova
Email: museochiossone@comune.genova.it
Accoglienza e biglietteria Telefono: 010 55 77950
Email: biglietteriachiossone@comune.genova.it
https://www.museidigenova.it/it/museo-darte-orientale-e-chiossone
https://www.facebook.com/museidigenova

