Di Maria Luisa Abate. Arena di Verona: otto bis hanno coronato la serata, da annoverare tra quelle indimenticabili.

Tra le molte stelle che illuminano le notti areniane ce ne sono alcune che brillano più di altre. Tra queste, Jonas Kaufmann tornato per il quinto anno nell’anfiteatro, assieme al soprano Marina Rebeka, per un Gala dedicato a due soli compositori: Richard Wagner e Giacomo Puccini. Repertori tra i più frequentati dal tenore. Soprattutto l’autore tedesco, che era stato prescelto anche per il suo debutto in Arena, nel 2021, terminato con un’infilata di sette bis. Otto sono stati quest’anno, a conferma della capacità di Kaufmann di mandare in visibilio tanto il pubblico più esigente quanto quello occasionale.

Stralci da Die Meistersinger von Nürnberg, Tannhäuser, Lohengrin hanno occupato la prima parte della serata, con esiti nulla meno che ottimi. Il critico, musicologo e scrittore Paolo Isotta ebbe a scrivere una dotta dissertazione su I Maestri cantori di Norimberga, definendoli un trattato di estetica, che ruota attorno al tema della bellezza. Questa stessa definizione calza a pennello anche a Jonas Kaufmann, la cui voce, e il cui canto, sono da sempre improntati alla cesellatura del dettaglio. Ma anche, è il nostro personale parere, a una ricerca generale delle proporzioni nella sua linea stilistica musicale, analoga, ad esempio, agli intenti degli scultori della Grecia classica. Il canto del tenore bavarese, al di là dei pregi intrinseci, andrebbe ascoltato nel suo insieme, fatto per l’appunto di proporzioni e di contorni, potremmo dire di linee prospettiche, improntati all’eleganza, all’espressività, alle potenzialità comunicative, alla tecnica eccelsa, alla perizia con cui modula la voce sulla nota e sulla parola. Oltre alla dote, importantissima, di stabilire un contatto magnetico col pubblico.

Poi, certo, è ovvio, abbiamo gioito anche dei particolari, come gli accenti e i colori attentamente soppesati per far apparire al meglio i propri mezzi, che non sono sembrati risentire di qualche capello grigio in più, del timbro caldo e profondo nei registri centrali, del fraseggio con cui è riuscito a “scolpire” le frasi musicali dando a esse proporzioni perfette. Mentre sue caratteristiche, sotto il punto di vista dinamico, da sempre sono l’emissione mai urlata e l’ampio uso delle mezze voci e dei filati morbidissimi.

Questo, non solo affrontando Wagner, il quale andava alla ricerca del Gesamtkunstwerk, di “un’opera d’arte totale” che fosse summa di ogni espressione artistica, visiva, poetica, drammatica e musicale, e ricollegabile al concetto di estetica anzidetto che Kaufmann ha fatto proprio. Ma anche in Puccini, che ha occupato la seconda parte del programma, con arie e duetti da Madama Butterfly e Manon Lescaut, dove, per lui e per la sua compagna in scena, sono ovviamente cambiati toni, accenti e intenzioni, passando dalla intensità wagneriana per soffermarsi, riguardo il lucchese, su espressività emozionalità trasporto, schietti onesti e sinceri.

Non da meno è stata Marina Rebeka, i cui acuti sono svettati brillanti. Il soprano lettone, in forma smagliante vocale e scenica e dal magnifico timbro, si è mostrata prodiga in tinte smaltate e forte di una tecnica solidissima, avendo anch’ella tarato a puntino il proprio fraseggio; con un intervento improntato al nitore per Wagner e spingendo al massimo sul pedale delle doti interpretative in Puccini, entrambi resi con eleganza.

Grande spazio hanno avuto, all’interno di questo Gala, le pagine orchestrali. Sul podio era Jochen Rieder, bacchetta che gode, meritatamente, di grande stima soprattutto nel repertorio wagneriano e che vanta con Kaufmann una profonda intesa, anche affinata su questo stesso palcoscenico negli anni passati. Cosicché pure il rapporto con l’Orchestra Areniana è maturato ed è sfociato in un Wagner variegato di suggestioni e atmosfere. La formazione orchestrale ha convinto ancor più in Puccini, del quale sono stati eseguiti i due intermezzi sinfonici di Butterfly e di Manon, intrisi di sentimento e degli appropriati slanci a venare il lirismo del lucchese.

Il programma si è ufficialmente concluso qui. Ma, come consuetudine, è iniziata la lunga carrellata di bis, che più correttamente potremmo definire dei fuori programma, accompagnati dal crescente entusiasmo del pubblico. Anche questi dedicati a Puccini.

Così, se nella scaletta codificata, tra arie solistiche e duetti avevamo sentito “Viene la sera…”, “Bimba dagli occhi pieni di malia”, “Vogliatemi bene”, Addio fiorito asil” da Madama Buttefly, e poi “Tu, tu, amore? Tu?” da Manon Lescaut, la sequenza conclusiva ha aggiunto ben otto surplus suddivisi tra i due protagonisti e sempre riuniti in “blocchi”: “Recondita armonia”, “Vissi d’arte”, “E lucevan le stelle” da Tosca, il primo e l’ultimo per il tenore, il centrale per il soprano. Poi “Ch’ella mi creda libero e lontano” da La fanciulla del West; il valzer di Musetta, per lei, e “O soave fanciulla”, per lui, da La Bohème.

Infine l’immancabile “Nessun dorma” da Turandot. Per quest’ultimo, il tenore ci ha abituati, anche in precedenti occasioni areniane, ad acuti conclusivi scevri di quell’ostentazione di potenza cui le nostre orecchie sono abituate (ma che qui, onestamente, ci vuole proprio: Pavarotti docet!). In questa serata l’acuto è stato scientemente smorzato, accompagnato da un cenno onesto di richiesta di comprensione, che il pubblico ha accolto con una esplosione d’affetto. Gran finale con un omaggio al cantautorato d’autore, unica digressione 2025 al repertorio operistico: “Volare” (il cui titolo è “Nel blu dipinto di blu”) intonata assieme al pubblico giunto al culmine dell’entusiasmo. Un tripudio di consensi tributati al carisma dell’uomo e alla maestria dell’artista.

Un’altra serata da ricordare, come per la verità l’Arena di Verona dispensa frequentemente stante l’alta qualità della stagione.
L’Opera Festival all’Arena di Verona prosegue con la programmazione operistica, e con altre serate speciali, fino al 6 settembre.   

Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 3 agosto 2025
Foto Ennevi

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