Di Maria Luisa Abate. Verona, Teatro Romano: successo per la celebre Compagnia en travesti, tra risate e Scuola, ironia e tecnica.

Era già tutto previsto, cantava Riccardo Cocciante negli anni Settanta. Splendidamente previsto, possiamo dire noi ora. Che bello, quando le più rosee previsioni vengono confermate, anche se la stessa conferma era facilmente immaginabile. Stiamo parlando non di una semplice Compagnia di danza ma di un vero e proprio fenomeno di costume globale: Les Ballets Trockadero de Monte Carlo. Non ci si lasci distrarre dal nome. Il gruppo cult è newyorkese, nato nel 1974 in circoli underground e negli Off-Off-Broadway. Si autodefiniscono «la Compagnia di balletto comico più importante al mondo, che parodia le convenzioni del balletto romantico e classico». La dicitura così riassunta risulta riduttiva. Più calzante è l’assunto che «La commedia è una cosa seria e il balletto lo è ancora di più». E di questa serietà spinta fino alle accentuazioni parossistiche, si ride, tanto e di gusto. La danza è e rimane una cosa seria, ma, molto semplicemente, gli artisti sono persone spiritose. Tutta qui la formula del successo

I Trocks, come sono confidenzialmente chiamati dai fans in ogni angolo del globo, sono innanzitutto una vera, autentica, compagine di danza, con la specificità di essere tutti uomini en travesti. Eseguono famose coreografie con approccio rigorosamente accademico, non lesinando le punte e sfatando questo che, al maschile, era un tabù. Le loro parodie sono lontane anni luce dagli insulsi scimmiottamenti dei comici di turno e si muovono invece sui binari di una ironia colta. Anzi, autoironia. Perché nel prendere benevolmente in giro vizi e virtù, stizze e invidie, incidenti, tic manie e isterie delle étoiles, i Trocks sorridono prima di tutto di se stessi. E lo fanno anche in senso letterale, quando i sorrisi stereotipati che caratterizzano le ballerine si trasfigurano in “maschere” comiche, prima di contagiare il pubblico divertito.

Tra le loro attività extraspettacolo c’è quella di tenere dei corsi di tecnica tersicorea (per gli interessati: non è indispensabile andare di persona a New York, perché le lezioni avvengono anche tramite piattaforme a distanza). Sventolano la bandiera LGBTQ con leggerezza e spiazzante immediatezza applicando sul palcoscenico la non-differenza tra generi. Ecco quindi corpi muscolosi avvolti in soffici tutù e metri di tulle, ascelle cespugliose fare fieramente capolino da corsetti a perline, pomi d’Adamo guarnire look basati su parrucche e trucco in abbondanza, con ciglia finte sventagliate come ali. Del resto non va dimenticato che, ad esempio, al tempo di Shakespeare era vietato alle donne calcare il palcoscenico e tutti i ruoli femminili venivano interpretati da uomini. Idem nell’ambito della danza, dove pare che la prima interprete professionista donna si sia vista nel Seicento francese. Mascheramenti che sono stati reinventati nel corso dei secoli fino a giungere alla nostra epoca.

Dopo l’annuncio di presunte indisposizioni e fasulle sostituzioni, come quella della celebre prima ballerina dall’improbabile nome Rachitikova e l’intervento di salvataggio avvenuto grazie ai Grand Ballets Imperial di Cerea, sul palcoscenico del Teatro Romano di Verona –unica tappa italiana del tour estivo 2025 distribuito dal TAM di Milano – è andato in scena uno stralcio tratto dal secondo atto del Lago dei cigni, nella classica coreografia di Lev Ivanovich Ivanov. Fedeltà coreografica, come nel successivo Le grand pas de quatre, non fosse che per spintoni e dispetti, inciampi e cadute rovinose, colpi inferti durante gli slanci di gamba, e ballerine che hanno imboccato la fila sbagliata per poi correre precipitosamente a riconquistare il posto, in un crescendo di gag autenticamente esilarante. Ne La morte del cigno il tutù dell’interprete perdeva piume a manciate, cosa che ha comportato l’intervento del personale di scena per rimuovere dal palco i resti del pennuto tragicamente defunto.
Più tecnica l’ultima parte, dove La notte di Valpurga ha mostrato fauni e creature magiche, e la donzella schifata dal biondo e impomatato principe di turno. Bis conclusivo sulle note di una famosa danza irlandese.

Tra una risata e l’altra, tra pirouettes e grand jeté, ci si è presto resi conto che questi artisti possiedono doti espressive e tecniche non comuni. Ne citiamo solo due: la protagonista, quasi sempre in scena in passi impegnativi e faticosi (oltretutto la serata era caldissima), e, da parte sua e di tutti, l’uso impressionantemente lungo delle punte. Difficile per noi citare nomi, a parte quello di Raffaele Morra, maître de ballet da oltre 20 anni. Anche questo fa parte dello stile Trocks: i nomi dei protagonisti sono inventati scimmiottando la lingua russa, così come fantasiosi e da sbellicarsi sono i curricula che, almeno negli anni passati, venivano divulgati. Quel che si sa per certo è che tutti gli artisti, attuali e che si sono avvicendati nel corso dei decenni, provenivano da studi classici presso le più famose e prestigiose accademie di danza mondiali. Questo, come si diceva, è il particolare che ha fatto la differenza, la linea che ha diviso l’insipida parodia da una pepata rivisitazione.

Ma più noi ci affanniamo a descrivere, meno giustizia rendiamo a questo spettacolo, che va visto dal vivo, come ben sanno gli spettatori delle 667 città di 43 Paesi che già li hanno applauditi e osannati, come accaduto anche a Verona. E guardatevene bene dal far consegnare un mazzo di fiori alla prima ballerina, perché quando le luci si spengono l’innocuo bouquet scatenerà un manesco bisticcio per accaparrarselo. Ah, queste primedonne. Ooops: questi primiuomini!

Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, teatro Romano 12 agosto 2025
Foto ETV

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