Di Maria Luisa Abate. Arena di Verona: fascino evergreen dell’allestimento storico. Successo per Tézier e Spotti sul podio.

È un inconfutabile dato di fatto: le regie tradizionali, o ultratradizionali come in questo caso, riscuotono un enorme favore di pubblico, che ama ritrovare visivamente tutti i riferimenti previsti dal libretto. Ben venga quindi che, accanto alle creazioni iper tecnologiche, che pure piacciono stupiscono e rispondono alle esigenze di spettacolarità in continua evoluzione dell’anfiteatro, l’Arena di Verona ogni tanto estragga dai propri ricchi depositi un allestimento evergreen. In questo caso di notevole importanza storica. Infatti il Rigoletto presentato come ultimo titolo del Festival 2025 è quello ispirato all’edizione del 1928 firmata dal primo, leggendario, scenografo areniano, Ettore Fagiuoli, da cui ha preso spunto lo scenografo Raffaele del Savio per i grandi fondali dipinti.   

Avevamo già avuto occasione di ammirare questo allestimento firmato alla regia da Ivo Guerra nell’anno della sua rinascita, il 2003, poi nel 2017, e nuovamente ci ha conquistati ora per la sua bella descrittività, acuita dai costumi d’epoca di Carla Galleri e dalle luci improntate alla naturalezza di Claudio Schmid. La Mantova scenica è sovrapponibile a quella autentica, a iniziare dal Castello di San Giorgio, cui sono state aggiunte le mura merlate di cinta, guarnite da pioppi cipressini (che fino a qualche anno fa facevano davvero da contorno allo skyline della moderna città). La residenza del Duca posta sullo sfondo ha favorito la percezione di un potere incombente. In primo piano invece, gli affreschi di Giulio Romano per la Camera di Amore e Psiche a Palazzo Te, che all’epoca dei Gonzaga era adibito a luogo di svago e delizia della Corte e che pertanto ha identificato al meglio la “reggia del piacer” cantata d Verdi, dove “tutto è gioia tutto è festa”. 

Pur se un poco reinventate, abbiamo anche veduto le pescherie della villa giuliesca, storicamente sede di sfarzose feste rinascimentali, dalle cui acque sono emersi tritoni dalla pelle verde rilucente che hanno “pescato” nelle reti alcune fanciulle, obiettivi delle smanie amorose del Duca, per poi aggiungersi ai congiurati durante il rapimento di Gilda. Nell’ultimo atto, la Rocca di Sparafucile affacciava, come è nella realtà, sulle acque del lago dove crescono le canne palustri e dove si è riflessa la meravigliosa luna piena sorta in cielo.

Sul podio è salito Michele Spotti. I tempi energici del primo atto si sono in seguito stemperati in momenti tranquilli di abbandoni al lirismo, sempre però mantenendo alta la tensione emotiva, in un costrutto drammatico efficace anche sotto l’aspetto strettamente teatrale. Nella ricerca di accenti e colori, Spotti, con gesto eloquente, è intervenuto sul fraseggio compiendo scelte funzionali sia nel sorreggere le voci sul palco, sia nel far risaltare la ricchezza timbrica verdiana, che l’Orchestra areniana ha espresso al meglio. Il risultato è stato un discorso splendidamente portato avanti, dall’inizio alla fine, con coerenza e vivacità.

Rigoletto era Ludovic Teziér. Abbiamo sempre decantato la perfezione sia del mezzo vocale e sia dell’uso che ne fa il baritono francese, capace di pregevoli levigatezze. La padronanza tecnica si è estesa al fraseggio, curato con attenzione nel dare il giusto peso alla singola parola, con eleganza. La voce colpisce per il timbro sontuoso, per la nobiltà della linea stilistica, per la calda pastosità, per la pronuncia perfetta, per la morbidezza dei legati e dei respiri che Tézier ha ricondotto ai palpiti – d’amore paterno o di amarezza profondamente umana – del cuore deriso e umiliato del buffone di Corte.

Passando alla parte strettamente attoriale, ricordiamo un precedente Rigoletto, anni or sono (per la Regia di Antonio Albanese) nel quale Tézier aveva sovvertito i canoni della tradizione riuscendo nell’intento di dare nuova anima a questo personaggio che sotto la maschera di buffone nasconde un animo a dir poco tormentato. Nel presente allestimento, che lo ha visto indossare abiti d’epoca, Tézier con molta intelligenza si è, in minima parte, rispostato verso una certa tradizione ma portando in ogni caso avanti il “suo” Rigoletto: non solo un giullare triste e schernito, non solo un padre amorevole nei confronti della figlia unico suo bene al mondo, non solo un uomo in cerca di vendetta verso chi la figlia l’ha rapita e violentata, ma una figura totalmente, interamente, drammatica. Come il corpo del giullare è reso deforme dalla gobba, anche la sua interiorità è resa storpia dalla sofferenza, da un dolore cieco, e il suo desiderio di vendetta, per quanto improntato alla dignità, si è cinto di magnifici risvolti oscuri. Straziante l’attimo in cui ha capito che nel sacco, al posto del cadavere del Duca, c’era la figlia morente; momento coinciso con una sorta di resa emotiva alla maledizione. Veramente commovente.

Il soprano armeno Nina Minasyan (al posto di Nadine Sierra costretta per ragioni di salute a dare forfait a tutte le recite in cui era prevista) ha indossato le vesti di Gilda, fanciulla timida e sognatrice, segnata dalla violenza subita, lacerata dalla disillusione del suo amore mal riposto. Il canto del soprano, pervaso di lirismo, è risultato aggraziato, lo squillo limpido e ne abbiamo molto apprezzato le ampie arcate dei legati.  

Il tenore samoano Pene Pati dal punto di vista vocale era in serata no, cosa che fisiologicamente può accadere. Ha salvato la situazione con una presenza scenica spavalda ben calzante al personaggio, facendo del Duca libertino una figura appropriatamente priva di autentici sentimenti, interessata solo a soddisfare piaceri momentanei ed egoistici.

Il basso Gianluca Buratto si è confermato un eccellente Sparafucile, non solo per il calore che emanano i suoi registri bassi, ma anche per rotondità e levigatezza del suono, e per la ricerca dei giusti accenti.
La sorella Maddalena era Martina Belli, mezzosoprano all’esordio areniano, che all’espressività nel canto ha unito una presenza scenica sensuale, indispensabile all’adescatrice sorella del sicario.  

Completavano il cast interpreti d’esperienza come Abramo Rosalen, il cui Monterone è risultato una presenza inquietante e terribile, come deve essere; Hidenori Inoue e Francesca Maionchi erano il Conte e la Contessa di Ceprano; Agostina Smimmero, Giovanna; Nicolò Ceriani e Matteo Macchioni, Marullo e Borsa; Ramaz Chikviladze, Usciere e infine Elisabetta Zizzo era il Paggio, ruolo che spesso apre ulteriori porte nella carriera.

Il Coro maschile, proteso innanzitutto a restituire gli autentici colori verdiani con dovizia di sfumature, era preparato con la consueta competenza da Roberto Gabbiani e ha brillato particolarmente per coesione compattezza ed espressività.

Repliche, con diversi interpreti, il 22 e il 30 agosto, e il 6 settembre, serata finale del Festival.

Recensione di Maria Luisa Abate
Arena di Verona 8 agosto 2025
Foto Ennevi

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