Di Maria Luisa Abate. Mantova, Festivaletteratura: narrazione teatrale di Luca Scarlini suIla riforma goldoniana partita da Mantova, allora capitale del teatro europeo.

«È il 1729 e ho la febbre. E le zanzare qui sono grandi come elicotteri». Luca Scarlini fa il suo ingresso in scena indossando pantofole e pigiama a righe sotto una vestaglia di raso giallo (spiegherà poi, colore che porta seco scaramanzie teatrali al pari del viola). In testa ha una parrucca settecentesca molto arruffata. Gli occhiali e la barba sono del 2025. Tra lo svolazzare di mani inanellate, i balzi temporali caratterizzano una narrazione tanto fedele ai dati storici quanto caustica nell’ironia.  

Sembrava che Festivaletteratura 2025 fosse iniziato un poco in sordina, sembrava che ci fosse in giro poca gente. Invece l’appuntamento serale della prima giornata, mercoledì 3 settembre, ha visto il consueto serpentone di folla snodarsi per quasi tutta la lunghezza di Via Accademia verso il Teatro Bibiena, sede ideale per evocare il periodo trascorso a Mantova da Carlo Goldoni.

Scarlini non è solo uno dei tanti nomi prestigiosi che dal 1997 rende famosa la cinque-giorni letteraria, ma è da diverse edizioni una presenza fissa e molto amata dal pubblico oltre che dalla scrivente. Con la nota parlantina veloce, quest’anno meno a raffica del solito (gliene siamo grati), ha spiegato che il Teatro Bibiena venne costruito tra il 1767 e il 1769, quindi coevo a Carlo Goldoni, nato a Venezia nel 1707 e morto a Parigi nel 1793. In realtà fu edificato un decennio dopo il soggiorno mantovano di Goldoni che quindi non lo vide mai, ma ha il pregio di trovarsi a pochi passi dalla Fragoletta, oggi un ristorante con una minuscola lapide commemorativa, in passato una locanda dove tra il 1748 e il 1750 il capocomico aveva preso una stanza, affacciata sul corridoio per potere, pur allettato dalla febbre, vedere il via vai di ballerine. La Fragoletta era allora l’unico locale destinato in via esclusiva ai commedianti e, si è premurato di specificare Scarlini, prendeva il nome dal triangolo di colore rosa che la proprietaria, anzianotta, indossava in posizione strategica come vestimento.  

Scrittore, drammaturgo per teatro e musica, collaboratore di musei e, si legge nel suo sito, “raccontatore d’arte”, con una netta predilezione per il teatro, Scarlini ha dato una spolverata a testi purtroppo oggi desueti e ha farcito il racconto con episodi poco noti di cronaca e con tanti riferimenti alla vita privata di Goldoni, alla situazione geopolitica del tempo, a personaggi coevi. Il tutto nel corso di uno spettacolo suddiviso in due parti, in due serate consecutive (e due distinti biglietti). La punta di diamante di un articolato percorso goldoniano che, per tutta la durata di Festivaletteratura, si è dipanato fra tragitti cittadini e curiosità documentali, guidati da Pino Costalunga e Stefano Scansani. Si è aggiunto il fiore all’occhiello della lettura scenica di “La donna bizzarra” a cura dell’Accademia “Francesco Campogalliani”, anche prestatrice dei costumi d’epoca per le serate di Scarlini.

Oltre a voce narrante, Scarlini si è improvvisato capocomico e ha dato indicazioni “registiche” al tecnico alla consolle su quando avviare e spegnere la musica – da Baldassarre Galuppi che assieme a Goldoni realizzò opere memorabili, a Mia Martini intonata a cappella – e solleciti attoriali a Giovanni Franzoni e Maria Grazia Mandruzzato, davvero bravissimi ed espressivi. Tuttavia il teatro di Goldoni ha sofferto della mancanza di scenografie, di attorialità schietta inserita in un’ambientazione visiva. Le serate tra il serio e il faceto hanno alternato quella verità storica che viene spesso dimenticata, oppure censurata nei suoi risvolti libertini, a stralci dei testi recitati con slancio. Uno svolgimento brillante ma complessivamente non privo di momenti di decelerazione, di fiacca. Certo di poco conto. Non come nel caso della Merope scritta dal marchese veronese Scipione Maffei, una tragedia che Scarlini ha spiegato riducesse gli spettatori in uno stato comatoso per le sue sette ore di durata. Ecco perché, è il parere di Scarlini, «la commedia ha vinto sulla tragedia».

Goldoni a Mantova ebbe un periodo molto prolifico come autore. Il Teatro Vecchio, di cui oggigiorno resta solo un pezzo di muro che ospita il Museo storico dei Vigili del Fuoco (n.d.r. se non lo avete mai visitato andateci: è bellissimo) era attivissimo. Il pubblico dell’epoca era esigente, pretendeva una commedia nuova ogni sera e Mantova era capofila di quello che oggigiorno chiameremmo circuito, che da Milano si espandeva fino a Venezia. Molti spettacoli debuttavano qui prima di essere rappresentati altrove: Mantova era la capitale del teatro di Lombardia e un caposaldo del teatro europeo. Le tournée di Goldoni con la compagnia veneziana di Sant’Angelo erano gestite dall’impresario Girolamo Medebach, mentre la commissione mantovana venne da Giuseppe Antonio Arconati-Visconti «principe e massone». Per lui Goldoni arrivò a scrivere sedici commedie in un anno, «una cosa folle», e sei debuttarono a Mantova: L’uomo prudenteLe femmine puntigliose, Il bugiardoPamelaL’adulatore e quella che ancor oggi è tra le sue più famose, La bottega del caffè, che per la prima volta in assoluto portò in scena un luogo deputato alla socialità. 

Fu quindi a Mantova che iniziò la sua riforma teatrale. Già prima, La vedova scaltra fece scandalo perché si parlava di una donna capace di tenere in scacco una serie di uomini: cosa inaudita per quei tempi. Le serve goldoniane parlavano come filosofe e le donne corteggiate riuscivano a smontare pezzo su pezzo il «bestione» di turno. Ma l’innovazione di Goldoni non si limitò a mettere in discussione il pensiero maschile. Al tempo i capocomici tenevano le commedie per sé stessi e per le loro compagnie, per essere i soli a rappresentarle. Invece lui si mise in contatto con gli editori perché fossero distribuite (n.d.r. digressione personale: anche Mozart, qui citato, dovette parte della sua fortuna al ruolo fondamentale degli editori, con i quali era in contatto grazie sempre alla massoneria).

Inoltre Goldoni – che «insidiava le ballerine e odiava gli eunuchi» – aveva capito che per fare il teatro ci volevano gli attori, ha spiegato Scarlini, anche se poi questi avevano capricci e pretese. A loro strappò via le maschere intuendo che il teatro dovesse confrontarsi con la sua epoca. Goldoni credeva che Pantalone senza maschera potesse davvero cambiare il mondo. Questa fu la vera innovazione, un nuovo modo di fare teatro che nacque a Mantova ed esplose in tutta Europa. I personaggi goldoniani vivevano secondo un concetto di rispetto degli altri. «E se non si dice la verità, come si può essere rispettosi?» ha commentato Scarlini.

A conclusione, una raccomandazione e una minaccia: «Leggete Goldoni: è uno degli scrittori più rivertenti e crudeli. Se non lo leggerete, verremo da voi casa per casa e ve lo reciteremo!»

Recensione di Maria Luisa Abate
Mantova, Festivaletteratura, Teatro Bibiena, 3 e 4 settembre 2025
Immagini: MiLùMediA for DeArtes

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