
Già invecchiare è di per sé, un atto di riconoscenza nei confronti della vita; accettare, e di buon grado, di invecchiare senza nevrotizzarne il culto dei sé trascorsi, è più che un atto di orgoglio e forza interiore, fede laica e dignità profusa, ma addirittura invecchiare con poesia, è un atto grandemente rivoluzionario, che coniuga coscienza e lucidità, per lasciare a chi ci succederà il meglio, ma non certo del peggio, di noi. E se lo affrontiamo con riflessioni, emozioni e versi, allora è alta poesia.
Quindi una proposta laica, ragionata e voluta per “Invecchiare con poesia”, nasce dalla convinzione di raccontare l’età che progressivamente incanutisce, non come un inacidimento ineluttabile, o una sconfitta da disaffezione, ma come una valenza creativa, prospettica e di saggio controllo per non essere gli oltre, gli eccessivi, i di troppo. E attraverso un percorso di intimizzazione di liriche originali e riflessioni personali, “il Beppe” interiore, sottolinea l’osservare del tempo che fluisce, ma che non trascorre insipido, semplicemente con fraterna gratitudine, lieto apprendimento e gustosa ironia. Il testo che ne scaturisce, è un mosaico di ricordi, desideri, timori, futuri e consapevolezze che accompagnano il cammino verso una maturità vissuta oltre i rimpianti, ma con la voglia di continuare a sorprendere, per la ferma intenzione della prosperità così comunicata del nuovo vivere in punta d’ali. E senza interferire da vecchi tromboni, nelle vite degli altri e degli alcuni, in un silenzio docente e udente.

La presenza narrativa, diventa così veicolo empatico contro i pregiudizi dell’età (avanzata) sull’età e sulla vecchiaia come stereotipo culturale, un antidoto alla paura del tempo che accorcia gli orizzonti e le ore. Severgnini, riesce così a trasmettere l’idea che la poesia, in tutte le sue forme, possa indurre a vivere meglio, ad accogliere ciò che cambia e a celebrare ciò che resta di incorrotto. Uno splendido ponte tra chi è, chi sarà e chi è stato ed è, ma con data di scadenza ignota.

Vivere con “leggerezza” la stagione dell’autunno di sé, cogliendo il foliage del bello e del buono che ci circonda, nelle sue mutevoli originalità.
Un palco di ieri, un pubblico di domani per tenere riprese di affetti e buffetti, senza sciarade di consuetudini che tronfiano al noioso e senza stucchevoli presenze imperiose che segnano il volto con segni d’età. E tanta tanta sensibilizzazione del proprio profondo che così trova tanta poesia poetica per svecchiare il demone crono che attanaglia chi è legato al quando e troppo poco alla qualità del rimanente.
Recensione di Renzo Gabriel Bonizzi
Mantova, Festivaletteratura, Tensostruttura di Piazza Castello, 4 settembre 2025
Immagini: Archivio Festivaletteratura
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