Di Maria Luisa Abate. Mantova, Festivaletteratura: Luca Crovi, Carlo Lucarelli, Lella Costa. Una serata di ironia e affetto assieme al grande amico che non c’è più.
«Era una delle persone più divertenti che io abbia mai conosciuto. Con lui ho fatto delle risate…». «Far ridere con le parole scritte è molto difficile, ma lui ci riusciva». Andrea Camilleri era anche un profondo intellettuale e un grande narratore, ma sono stati la sua simpatia e il suo spirito ironico ad aver trionfato nella serata dedicatagli da Festivaletteratura. Inserito nel palinsesto ufficiale del Comitato Nazionale Camilleri100, l’incontro si è tenuto nel giorno esatto della nascita, avvenuta a Porto Empedocle il 6 settembre 1925, un secolo dopo, il 6 settembre 2025.
Tre nomi eccellenti, i giallisti Luca Crovi e Carlo Lucarelli con l’attrice Lella Costa, si sono ritrovati a Mantova come se fossero ancora in compagnia dell’amico scomparso nel 2019. “Il nostro Camilleri” ha avuto i toni di una chiacchierata a ruota libera, frugando tra le memorie personali che si sono affastellate senza un ordine preciso, se non quello dettato dall’affetto, un filo rosso che non si è mai interrotto. Fu proprio Lella Costa, presente alla rassegna fin dalla sua prima edizione nel 1997, a essere stata «la responsabile» dell’invito rivolto ad Andrea Camilleri per l’anno successivo, il 1998. Ma non come ospite: «lo volevo tenere per me, lo volevo intervistare io».

Così è stato, in un appuntamento di cui si conservano spezzoni in quel pozzo di preziosità video e audio che è l’archivio di Festivaletteratura. In un frammento proiettato sullo schermo si è sentito Camilleri lodare il profumo di mentuccia che si spandeva nell’aria. «Ho iniziato a scrivere a 42 anni, quando si presume che uno abbia raggiunto l’età della ragione. Si presume …. Busi diceva che se non si pubblicano almeno 3 mila copie non si è scrittori. Così quando sono arrivato a 3 mila e una mi sono detto “ecco, ci sono!”». Era un affabulatore incredibile, «iniziava a parlare e io temevo che andasse avanti all’infinito. Invece si fermava sempre al momento giusto. Sapeva quando fermarsi».
Anche Carlo Lucarelli, che colloca il collega nel proprio panteon assieme a Pasolini e Gaber, lo conobbe a Mantova in quella stessa occasione. «Camilleri non era ancora Camilleri ma era abbastanza-Camilleri». «Occupava tutti i primi sei posti della classifica di Repubblica, che aveva solo sei posizioni in tutto. E se dalla classifica spariva un libro di Camilleri era perché era uscito un suo nuovo libro che conquistava il primo posto». Lucarelli era allora qui con altri colleghi per un convengo sul “giallo”: «Lo abbiamo visto passare. È stato lui a venire verso il nostro gruppetto e si è presentato dicendoci “Buongiorno, sono un giovane scrittore”. È una cosa meravigliosa, perché avrebbe invece potuto tirarsela»

All’inizio di serata, ha preso il microfono la nipote dello scrittore, Silvia, venuta a Mantova in rappresentanza della famiglia che nella stessa giornata stava partecipando alla commemorazione a Roma. Ha ricordato il nonno mentre cucinava gli arancini oppure la “munnezza”, un piatto nato durante la guerra e fatto con gli avanzi del frigorifero. «Ma a me non piaceva». Le storie che le raccontava? «Erano ipnotiche. Raccontava di tutto». Storie di fate e gnomi? «Anche, ma soprattutto lui amava osservare le persone e le raccontava a modo suo».
E a modo loro, stile Costa-Crovi-Lucarelli si è svolta la conversazione protesa alla non facile impresa, riuscita, di restituire il Camilleri più vero, quello che stava dietro ai suoi libri o ai suoi personaggi. Così, sotto al tendone allestito in Piazza Castello, in una notte di luna piena incredibilmente splendente, ha fatto capolino il Camilleri che aveva aperto la porta in mutande a un azzimato impeccabile Pirandello, che era suo cugino da parte della nonna paterna, o che, in identico deshabillé, era intento a stirare. Ci è sembrato di veder correre sull’acciottolato Andrea bambino, un Gian Burrasca a scuola dove non era andato per un intero trimestre, aveva falsificato una pagella, si era fatto espellere. E che, più grandicello, aveva perso una borsa di studio perché, infiltratosi in un convitto femminile, si era addormentato in dolce compagnia e il mattino seguente una suora lo aveva scoperto. Abbiamo riso dei maldestri tentativi attoriali all’Accademia drammatica dove, istruito da Gassman su uno stralcio di “Arsenico e vecchi merletti” aveva meritato il giudizio della commissione: “sei un cane”. Per forza: lui voleva fare il regista, non l’attore. O ancora ci siamo divertiti a sentire di quel primo film cui lavorò, pare su intercessione di Andreotti; lavoro che gli venne pagato con tre stecche di sigarette e l’invito ad andarsele a rivendere alla stazione. Poi il concorso in Rai, vinto ma non seguito da alcuna chiamata, venne a sapere a causa della sua militanza nel partito comunista. In seguito fu convocato come sostituto e gli diedero una scrivania che era piena di scritte insultanti: scoprì essere stata quella di Gadda. E ora, chi lo avrebbe mai detto, Camilleri riposa proprio accanto a Gadda, nel cimitero acattolico.
Il pubblico mantovano ha conosciuto anche un Camilleri inedito, scampato per un soffio all’eccidio di Porto Empedocle e che improvvisandosi detective aveva notato alcuni indizi poi riferiti ai Carabinieri. Stranamente, dopo quell’episodio di cronaca nera dove le pallottole erano fischiate a destra e a manca e il sangue era scorso a fiumi, lo scrittore per oltre un anno aveva inspiegabilmente fatto squillare tutti i metal detector aeroportuali, finendo sempre perquisito, nonostante una radiografia avesse escluso la presenza nel suo corpo di eventuali frammenti metallici.
Luca Crovi ha parlato dell’intervista a Radio Rai realizzata dopo un lungo e vano inseguimento tramite segreterie. Salvo poi essere incredibilmente contattato dallo stesso Camilleri che gli si proponeva. Avrebbe dovuto essere una sola puntata e invece uscì uno speciale in sedici puntate. Sempre con il pubblico dal vivo, dietro sua richiesta.
Invece Carlo Lucarelli ha raccontato, ridendo di gusto come se la cosa fosse accaduta poco prima, di quando buttò lì con l’editore l’idea di scrivere un libro a quattro mani. La genesi pare essa stessa un romanzo. L’unica via possibile era un libro in forma epistolare, in cui l’ispettore Grazia Negro (il personaggio di Lucarelli) chiede aiuto per risolvere un caso al commissario Salvo Montalbano (il personaggio di Camilleri). Lucarelli, quando faceva la trasmissione “Blu notte”, aveva portato a casa un foglio di carta intestata di una Forza pubblica (omissis: non vogliamo cagionargli guai a posteriori) che usò per scrivere a Camilleri a nome del suo personaggio. La lettera iniziava con “caro collega…” La diede all’editore perché fosse recapitata. Risposta di Montalbano: “No!” In seguito a Lucarelli arrivò, sempre tramite casa editrice, un pacchettino accompagnato dalla raccomandazione di non mangiarlo. Conteneva un cannolo mezzo sbocconcellato con all’interno un pizzino, dove Montalbano apostrofava Grazia Negro: “ma sei scema a scrivermi su questa carta intestata?” Così Lucarelli andò dal più famoso pastificio di Bologna, prese un vassoio, ci mise sotto la risposta e sopra i tortellini. E lo spedì alla casa editrice per la consegna. «So per certo che i tortellini non gli sono arrivati perché li hanno mangiati. Da lì abbiamo iniziato a scambiarci materiali. Ci siamo divertiti da matti. Questo è stato uno dei libri più divertenti che io abbia mai scritto».

Tutti episodi speciali che sembrano un romanzo, invece sono veri, hanno rimarcato i relatori, non dimenticando di sottolineare lo spessore di Camilleri. Allora il giallo era considerato un genere di serie B. «Il fatto che un intellettuale scrivesse gialli, o libri popolari, fu importantissimo. Vendeva tantissimo e veniva recensito da altri intellettuali. Prima, per i giallisti non era così semplice».
Non ultima genialità, la lingua narrativa che lui aveva inventato. Nei suoi libri usava il dialetto siciliano ma prima avvicinava il lettore a questo suo linguaggio, che diventava presto comprensibile. «Lui non buttava lì delle parole. Le usava come note in una sinfonia. Si inventava una lingua che avesse un bel suono. Ma, attenzione – ha ammonito Lucarelli – lui lo faceva bene. Ed era divertente giocare con la lingua». «Sì, ha aggiunto Lella Costa: dietro c’era un intento pedagogico, ma con naturalezza. Prima o poi si capiva cosa volessero dire le parole, ma intanto le si ascoltavano. Sapeva usare le parole con ritmo».
La conversazione è continuata passando di bocca in bocca, con l’uno a completare la frase dell’altro, trovandosi all’unisono. «Lui restituiva sempre qualcosa, ma con levità, con leggerezza». «In lui c’era qualcosa di istintivo». «Come narratore si entusiasmava. Quando sentiva una storia qualcosa gli bruciava dentro perché la doveva raccontare». «Poi c’erano anche il talento, la tenacia… ma alla base c’era l’entusiasmo».
Molte sue espressioni sono entrate nella lingua italiana. «Ad esempio “tale e quale” è per noi una orrenda trasmissione televisiva – ha detto sorniona Lella Costa – Invece di “tale e quale” lui diceva “una stampa e una figura”: è un esempio di superiorità linguistica». «Quando parlava, e quando scriveva, era un fiume in piena, ma i racconti delle sue storie erano perfetti. Molti si preparano l’inizio – ha spiegato l’attrice – No. Bisogna invece prepararsi l’uscita. Lui aveva sempre la chiusa giusta». «Ed era tutta roba sua». La cosa straordinaria è che per tutta la vita, finché non ha perso la vista, ha letto quasi un libro al giorno. E se li ricordava in massima parte.
L’incontro stava volgendo al termine ma era rimasto spazio per un ultimo ricordo, quello di una serata romana con Camilleri e Renzo Arbore dove Lella Costa era stata chiamata come “badante” dei due: l’uno cieco e l’altro sordo. Arbore volle il monitor a un volume altissimo e a una spanna di distanza. Così Camilleri, che non ci vedeva, convinto di parlare ad Arbore, tutta la sera si rivolse verso il monitor!
Ha avuto una vita talmente ricca – ha concluso Lella Costa – da avergli lasciato «l’insensibilità al rancore». Alla fine non ci vedeva più? Pazienza, non era risentito per questo. Diceva Romain Gary che L’ironia è una dimostrazione di superiorità dell’essere umano su quello che gli capita. «Per me questo era Camilleri».
Di Maria Luisa Abate
Mantova Festivaletteratura 6 settembre 2025
Immagini: frame da video di Festivaletteratura
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