Di Maria Luisa Abate. Mantova, Festivaletteratura: le scrittrici hanno sottratto all’oblio due artiste vissute agli inizi del Novecento.
Due scrittrici, due artiste, una moderatrice. Storie di donne diverse eppure simili. Vite in bilico tra pubblico e privato, tra l’immagine e l’essere. Impegnate in narrazioni dove spesso l’altra, il soggetto del libro, si confonde con l’io, con la scrittrice. Quanto, di una autrice c’è in un libro biografico? Quanto le biografie rivelano anche di chi le scrive?
Il titolo “Storie singolari di donne plurali” la diceva lunga sui toni dell’incontro che, sul calar della sera, ha visto affollarsi il tendone allestito a Mantova nel cortile del Palazzo San Sebastiano, oggi Museo Maca. Uno dei 330 incontri di Festivaletteratura 2025 ha visto come protagoniste Melania Mazzucco ed Eloisa Morra, artefici della riscoperta di due artiste cadute nel dimenticatoio nonostante avessero saputo rappresentare fedelmente il loro tempo. L’una, Diana Karenne, fu attrice e regista del cinema muto, mentre l’altra, Florine Stettheimer, fu pittrice e poetessa. L’una immortalò su pellicola in bianco e nero il pensiero europeo, l’altra fissò sulla tela tra mille colori le pulsioni moderniste newyorkesi. Entrambe vissero tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento ed ebbero una vita libera ed emancipata che non fu loro perdonata dal mondo maschilista dell’epoca.
Nel corso della conversazione, la moderatrice Giorgia Tolfo è stata attenta a mantenere un parallelismo quadruplo tra le due artiste e le due scrittrici che le hanno riscoperte nei libri “Silenzio” e “Accendo la mia luce e divento me stessa”. Ma anche ad evidenziare le differenze stilistiche, tanto delle artiste quanto delle autrici. Così l’incontro è sembrato una partita a scacchi, in cui ognuna ha atteso la mossa dell’altra prima di fare la propria. Mazzucco e Morra, nelle loro pagine, hanno dato un’anima alle donne la cui memoria era uscita da freddi documenti, hanno dato loro una voce sottraendole al silenzio degli archivi, dopo che si erano imbattute quasi per caso in queste figure dimenticate.
La fascinazione per i film muti, ha spiegato Melania Mazzucco, veniva dai suoi ricordi d’infanzia quando, la domenica pomeriggio, il papà tirava fuori il Super 8 e proiettava i film d’altri tempi. Ma anche da quando, anni dopo, è stata assistente di Lina Wertmüller e credeva che solo questa e Liliana Cavani fossero le registe donne che aveva avuto il grande schermo in Italia. Scoprì poi che c’erano state altre registe, una dozzina, completamente ignorate e dimenticate, che avevano fatto un cinema molto significativo tuttavia disprezzato e vituperato. Si interessò a Diana Karenne quando si accorse che le notizie che la riguardavano erano discordanti, dal Paese di provenienza (polacca o russa) a quello che ne conserva le spoglie (non sono a Horgen sul lago di Zurigo, dove Mazzucco è andata scoprendo che la tomba non c’è), fino al vero nome di cui esistono diverse versioni. Mazzucco ha detto di essersi incuriosita della figura di Diana Karenne dallo pseudonimo: «Ci si può innamorare anche di un nome».
Diana Karenne incarna la diversità: «era una donna pericolosa perché originale e intelligente, e tutti la temevano». Per poter raccontare il cinema di Karenne, Mazzucco ha dovuto sbarazzarsi dello sguardo maschile. Infatti in lei gli uomini vedevano la femme fatale, una seduttrice seriale. Nabokov la riteneva un’oca mentre al contrario era intelligentissima. Invece le ragazze dell’epoca vedevano una donna venuta in Italia da sola, aveva fatto carriera, era diventata regista e scriveva le sue storie. Vedevano in lei un modello di indipendenza. Stessa prospettiva che ne ha avuto Mazzucco: «non volevo trovare la sua tomba, volevo trovare lei»

Molto diverso nelle modalità, ma sotto sotto assai simile, l’incontro tra Eloisa Morra e Florine Stettheimer, avvenuto a Toronto dove la scrittrice si era da poco trasferita e dove era allestita una mostra sull’artista newyorkese. C’erano i suoi dipinti, le scene che aveva creato per degli spettacoli, i bozzetti e c’erano le poesie. Il primo impatto fu di stupore: «Lei raccontava la vita a New York ma vedevo che nelle sue pennellate affioravano tracce europee». Soprattutto negli autoritratti emergeva una prospettiva profondamente femminista, anticipatrice. Stettheimer morì nel ‘44 e la sorella decise di non venderne i dipinti a collezionisti ma di donarli ai musei. Però da lì a poco scoppiarono nuove correnti artistiche, così i quadri finirono nei depositi e lei di fatto sparì. Questo, nonostante non fosse stata una eccentrica ma perfettamente inserita nel mondo dell’arte newyorkese. Duchamp le dedicò una mostra mentre Andy Warhol la stimava perché aveva materializzato una New York scomparsa che lui non aveva fatto in tempo a vedere. Warhol la apprezzava anche per la rappresentazione che dava di se stessa, senza fare distinzione tra sé e il mondo dell’arte.
Come le due scrittrici hanno impostato i rispettivi libri? Morra ha spiegato che ci sono più temporalità nella stessa tela, per cui anche “Accendo la mia luce e divento me stessa” non ha un inquadramento cronologico ma ci sono vari momenti, varie opere che coesistono. La sfida è stata raccontare da un lato la sua storia, dall’altro la storia dei suoi dipinti. Ha spiegato d’aver cercato di fare in modo di trasmettere, nel libro, l’età del jazz, la discontinuità che lo caratterizzava e che si ritrova anche nei quadri di Stettheimer. Così la scrittrice ha estratto dei frammenti dalla storia della pittrice e li ha rimescolati con stile quasi jazzistico.
Mazzucco non desiderava intrappolare la sua eroina nelle pagine di “Silenzio” ma liberarla: «Sono entrata io stessa nella storia per raccontarla da diversi punti di vista». E ha concluso: «il libro è, in fondo, la ricerca stessa. La scrittura non segue la ricerca ma ne fa parte».
Maria Luisa Abate
Mantova, Festivaletteratura 5 settembre 2025
Foto MiLùMediA for DeArtes
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