Di Maria Luisa Abate. Mantova: ‘gioco’ temporale con Tommaso Braccini e la commedia scritta durante la Guerra del Peloponneso.
Ci sono incontri dove magari si finisce per caso, scelti per semplice curiosità oppure, perché no, come intelligente riempitivo del proprio personale percorso fra i 330 appuntamenti della rassegna mantovana. E invece si rivelano essere delle autentiche scoperte capaci di sprigionare un fascino inatteso.
Tutto è nato come un gioco, uno scherzo, una ipotesi irreale basata sulla domanda: se Festivaletteratura fosse esistito nel 500, di quali libri si sarebbe parlato? Quali erano i best-seller dell’epoca? Così, per celebrare il cinquecentenario di Palazzo Te, residenza dei Gonzaga edificata e affrescata da Giulio Romano, è nato il ciclo “Festivaletteratura 1525”, anno in cui fu avviata la fabbrica del Palazzo. Quattro gli incontri ospitati nella celeberrima Sala dei Cavalli, dedicati a Martin Lutero, a Mario Equicola segretario di Isabella d’Este, a Pietro Bembo, più quello cui abbiamo assistito noi, incentrato sulle commedie di Aristofane. La domanda è sorta spontanea: cosa c’entra il commediografo nato ad Atene nel 450 a.C., con l’editoria del Cinquecento? È presto detto: nel Rinascimento i classici avevano avuto un momento di grande riscoperta. Lo ha spiegato il filologo Tommaso Braccini, autore del libro “Avventure e disavventure dei classici”, introdotto nell’argomento da Martina Dal Cengio e Emilio Russo.

Di Aristofane sono giunte a noi undici commedie ma se ne studiano tre: Pluto, Nuvole, Le rane. Nonostante fosse sboccato e spesso escatologico, Aristofane godeva di fortuna come testo scolastico perché scriveva in dialetto attico. E chi veniva da Costantinopoli portava i libri greci nella bisaccia: uno di questi viaggiatori giunse a Mantova nel 1443, dove insegnò questo greco.
L’industria tipografica iniziò a prendere pieno sviluppo nel XVI secolo. Le commedie di Aristofane furono ristampate dall’editore fiorentino Bernardo Giunta nel 1525 (secondo il calendario fiorentino, mentre secondo il nostro sarebbe il 1526, ha puntualizzato Braccini); dopo un’edizione sontuosa del veneziano Manunzio risalente a dieci anni prima. La particolarità era che, nella nuova, per la prima volta si poteva leggere il testo completo di Pace. Attrattiva magnetica per i lettori dell’epoca.
Per facilitare la comprensione, al pubblico odierno erano stati distribuite fotocopie di due pagine di questo libro. Il frontespizio era minimalista, con il titolo in greco e latino. Seguivano due paginette che ci avevano allarmato: gli anni del liceo erano per noi così remoti da non renderci più capaci di scorrere le righe di un testo greco? No, la realtà era diversa e ha costituito, per noi e crediamo per molti, un’affascinante rivelazione.

L’excursus di Tommaso Braccini ha avuto inizio da una lettera dedicatoria del curatore, Antonio Francini di Montevarchi (dopo il 1480 – 1537), maestro di greco e di latino per le famiglie nobili fiorentine. Si era alla vigilia dell’ennesima cacciata dei Medici da Firenze e anche Francini se ne andò e arrivò a Venezia. Suo allievo era stato Benedetto Accolti, che a 28 anni era già arcivescovo di Ravenna, divenne poi cardinale ma cadde in disgrazia e non salì al soglio pontificio. Nella lettera dedicatoria si parla di un testo di Aristofane interamente commentato, con corretti numerosi errori delle edizioni precedenti e con inserito ciò che fino a quel momento mancava: sessanta versi della commedia Pace, una lacuna che fino ad allora nessuno era riuscito a colmare. I versi mancanti infatti si trovano solo in un manoscritto che ora è conservato a Ravenna, allora era probabilmente a Pisa. La scoperta aveva fatto notizia tra i lettori del Rinascimento.
Ma quanto era difficile stampare in greco nel 500? Moltissimo. Significava disegnare nuovi caratteri, quindi la stampa passava attraverso diversi escamotage, materiali e manuali, di vero e proprio artigianato. Osservando il testo di cui ci era stato distribuito uno stralcio, ci sono caratteri che non risultano chiarissimi.
Si usavano, ha spiegato Braccini, delle lettere concepite al tempo di Carlo Magno, che si pensava fossero uguali all’originale. Il greco era ricco di legature, di lettere accorpate, ardue da leggere, ai limiti dell’incomprensibile; sono necessarie nozioni di paleografia. Ed era particolarmente difficile per la stampa: serviva una quantità di caratteri spropositata. Per il greco ne servivano centinaia e questo rendeva tutto complicato e molto costoso. L’editore Giunta studiò un proprio sistema, chiamarono l’incisore e fecero diversi esperimenti. Si notano, a inizio dei commi, degli spazi bianchi con all’interno delle piccole letterine: erano lasciati perché chi aveva disponibilità economiche potesse portare il libro a far miniare, e le minuscole letterine servivano come indicazione al miniaturista.
Il commento, tutt’attorno al testo, iniziò a comparire nel 500: Aristofane fa continuamente dei riferimenti al suo tempo che in seguito non venivano più compresi. È un po’ come, ha chiosato Braccini, quando raccontiamo ai bambini le vecchie barzellette sulle cabine telefoniche: non ridono perché non le hanno mai viste. Aristofane farebbe ancora ridere il pubblico contemporaneo? Piuttosto, lo farebbe riflettere.

La commedia, che parla della Pace imprigionata e poi liberata, fu scritta durante la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, mentre imperversavano i dissidi – guerra si / guerra no – e fu rappresentata nel 421 a.C. Secoli dopo, all’Olimpico di Vicenza nel 1585 fu messo in scena uno spettacolo con i grandi nomi del momento. Ma le commedie di Aristofane erano molto complicate da inscenare, tra uomini che volano alla ricerca degli uccelli, un altro che va nell’oltretomba, un altro ancora che vola verso il cielo su uno scarabeo gigante.
Ha ricordato Braccini a Festivaletteratura, che Daniele Salvo, il quale ha recentemente firmato una regia della commedia (n.d.r nel 2023 al Teatro Greco di Siracusa, protagonista Battiston, con gli allievi dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico) diceva che Aristofane fosse il Tim Burton dell’antichità. E un poco pasoliniano.
Trigeo, che voleva porre fine al conflitto, cavalcando uno scarabeo stercorario alato arrivò da Ermes. Trovò solo lui: gli altri dei si erano allontanati perché disgustati dalla guerra umana, Πόλεμος (Polemos). Questo essere, personificazione della guerra, aveva sequestrato la pace e l’aveva rinchiusa in una grotta. Impossibile quindi trovarla anche se la si stava cercando. Così Trigeo chiamò a raccolta tutti i greci per andare a liberarla, ma erano pasticcioni e incapaci. Gli unici che aiutarono Trigeo furono i contadini, che si coalizzarono, riuscirono a spostare i massi che ostruivano l’ingresso dell’antro e a tirare fuori la pace, Εἰρήνη (Eirene). Ne furono quasi tutti contenti, fuorché i mercanti di armi. La commedia di Aristofane termina con una grande festa dove la pace è osannata da tutti.
La commedia finisce qui, e in effetti la storia ci dice che fu siglata la pace di Nicia. Però durò poco…
Di Maria Luisa Abate
Mantova, Festivaletteratura 5 settembre 2025
Foto: MiLùMediA for DeArtes
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