Di Maria Luisa Abate. Verona, Settembre dell’Accademia: indimenticabili Beethoven e Šostakóvič diretti da Pappano; delicatissimo Chopin.

Non abbiamo mai sentito una Quinta di Beethoven così. Questo, abbiamo pensato al termine del concerto, appagati, felici, beati. Uscendo, una stimata musicologa ci ha detto parole incredibilmente identiche: «Non ho mai sentito una Quinta di Beethoven così». La musica non è fatta solo di (indispensabili) competenza e abilità, di studio e tecnica, ma anche di emozioni, passioni, sentimenti, della capacità di empatizzare con il pubblico. E, come ogni forma artistica, è subordinata a gusti e giudizi personali. Invece Sir Antonio Pappano mette sempre tutti d’accordo.

Trionfo inaugurale per la rassegna “Il Settembre dell’Accademia” organizzata dall’Accademia Filarmonica di Verona. Un festival internazionale che nei suoi 34 anni di vita ha abituato a nomi eccellenti. Ma, si sa, anche l’eccellenza ha vari gradi e Pappano è, per noi, al top dei top. Soprattutto quando il direttore britannico, formatosi negli States e con radici e cittadinanza italiana, sale sul podio di una formazione con la quale ha maturato un feeling di lunga data, con la quale l‘intesa è più che perfetta, come la London Symphony Orchestra. E con la quale può permettersi di portare in tournée programmi diversi a pochi giorni di distanza (come ad esempio due giorni prima alla Scala per l’inaugurazione milanese di MiTo). Il segreto è presto detto: Pappano non si limita a fare ottima musica, ma prova gioia nel fare musica (ottima). La differenza si sente.

[Foto Studio Brenzoni]

Il concerto si è aperto con la Sinfonia n. 9 di Šostakóvič, di cui quest’anno ricorre il 50° anniversario dalla morte. Inizialmente nata come conclusione di una trilogia che inneggiava a Stalin e al popolo sovietico vincitore in guerra della Germania nazista, prese una diversa direzione durante la sua stesura. La 9 rivela infatti un’anima multiforme e contrastata dove i trionfalismi cedono il passo a toni allegri e perfino scanzonati. Leggerissime e scandite le voci dei legni della London Symphony, in una concertazione passata dalla gioiosità del primo movimento, Allegro, con forti che hanno dato la carica, alla quiete del secondo, Moderato, dove la lietezza era screziata da un pizzico di malinconia per poi espandersi gradualmente nel Presto, nel Largo e nel conclusivo Allegretto, esploso come in eccitante fibrillazione.

In questo esordio, e nel corso dell’intero concerto, la LSO ha regalato all’ascolto attacchi e chiuse di precisione e unisono ineccepibili, mentre Pappano ha accompagnato i maestri attraverso un fraseggio che ha vivacizzato il cromatismo timbrico di Šostakóvič. Uno sposalizio quindi tra colori e frasi che ha lasciato spazio ai singoli strumenti e a ciascuna delle sezioni orchestrali, senza perdere di vista il filo unitario.

[Foto MiLùMediA for DeArtes]

Dopo una breve pausa per consentire l’ingresso sul palcoscenico del gran coda, è stata la volta di Chopin, con il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2. Solista, Seong-Jin Cho. vincitore nel 2015 del Concorso Chopin e con il “passaporto qualitativo” d’essere artista Deutsche Grammophon. Un tocco improntato alla delicatezza, alla leggerezza sovente ulteriormente stemperata in sussurro, come cifra stilistica distintiva, nella quale anche gli ornamenti chopiniani sono stati eseguiti con approccio mininvasivo eppure efficace nel favorire lo sviluppo della linea melodica. Forse un poco di slancio extra non sarebbe guastato, in una esecuzione tecnicamente da manuale, con cascate di note precise e dal rigore esecutivo di straordinaria caratura. Nei suoi pianissimo soffusi, il pianista trentunenne di Seul è stato intelligentemente attorniato, nel senso di supportato e completato, dalla London Symphony ovviamente snellita nell’organico. Non il solito dialogo solista/orchestra, quindi, ma un discorso mirabilmente compenetrante e attentamente soppesato nelle dinamiche. Come bis, il Valzer n.1 op 64, noto come “valzer di un minuto”, eseguito con verve e brillantezza.

[Foto Studio Brenzoni]

Infine, la Quinta Sinfonia di Beethoven, che per la sua notorietà e per i mille riferimenti esecutivi costituisce uno scoglio impegnativo per chiunque. E che, come dicevamo, mai prima d’ora ci aveva a tal punto conquistati (per lo meno dal vivo: non intendiamo tessere paragoni tra direttori di epoche diverse). La solidità delle quattro celeberrime note iniziali ripetute, per Pappano ha funto da piedistallo sul quale erigere l’invenzione tematica beethoveniana, perseguita con gesto materico, incisivo, scandito, all’occorrenza imperioso, contraddistinto dal nervosismo delle dita. La bacchetta sarebbe stata un impiccio per il direttore nel guidare la grande formazione londinese attraverso contrasti dinamici che possiamo definire semplicemente bellissimi, con le voci dei fiati tondeggianti a fronteggiarsi con quelle sottili degli archi. Poi i passaggi asciutti ed essenziali, i chiaroscuri netti e definiti nei contorni, gli antagonismi tra l’emotività appassionata e le improvvise dolcezze, la ricchezza degli accenti, i forti e fortissimi pieni e corposi, le timbriche e i colori dosati con gusto sobrio e nobile. Oltre a ciò che è stato, eguale importanza riveste ciò che non è stato: le tensioni del costrutto beethoveniano energiche ma non violente, l’incisività mai indulgente al facile effetto, la ricerca sul genio di Bonn assolutamente personale e scevra da spunti emulativi, i toni mai enfatici o retorici. E quegli stupefacenti crescendo dove a crescere era tutto: il suono, il colore, l’impeto, il sentimento, non ultimo il coinvolgimento del pubblico

Con la spietata crudeltà che ci contraddistingue, abbiamo pensato che ai mediocri dovrebbe essere vietata per legge l’esecuzione della Quinta (e di tutto Beethoven) perché egoisticamente non vogliamo correre il rischio di perdere il ricordo di questo concerto che ci si è impresso nelle orecchie, nell’animo e nel cuore.

Al termine Sir Tony si è rivolto al pubblico ringraziando per l’accoglienza (lui, ha ringraziato noi!!) proponendo come bis Nimrod dalle Enigma Variations di Edward Elgar, «una delle più belle espressioni di amicizia e fratellanza che ci sia nella musica».

Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Teatro Filarmonico, 7 settembre 2025
Foto: Ufficio Stampa Settembre dell’Accademia

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