Di Maria Luisa Abate. Verona, Teatro Filarmonico: spirito scherzoso e tensione emotiva in Mendelssohn vs Shakespeare e Goethe.
Dobbiamo ripeterci, nella 34a stagione Settembre dell’Accademia: anche nell’eccellenza ci sono vari gradi. Nuovamente, in questo straordinario cartellone, ci siamo trovati dinanzi a un nome al top del top mondiale: Sir John Eliot Gardiner. Il quale, va ricordato, vanta un numero di Gramophone Classical Music Awards superiore a qualsiasi altro artista vivente. Il direttore del Regno Unito era a capo della nuova formazione da lui fondata circa un anno fa: The Constallation Choir & Orchestra.
Andiamo con ordine, anzi con dis-ordine in quanto nella serata veronese è stato invertito l’ordine di esecuzione dei due brani in programma, entrambi di Felix Mendelssohn Bartholdy, ispirati a Shakespeare e a Goethe. Due capolavori assai noti ma non frequentemente eseguiti, per l’intrinseca difficoltà di collocarsi in posizione ibrida tra musica, letteratura e teatro.

La serata, meravigliosa, si è aperta con A midsummer night’s dream (Sogno di una notte di mezza estate), o, come era indicato nel libretto di sala, Konzert- Ouvertüre zu Shakespeares: Sommernachtstraum op. 21 e Musik zu ein Sommernachtstraum op.61. Si tratta di musiche di scena scritte perl’omonima commedia shakespeariana cui il compositore attinse nella traduzione di August Wilhelm von Schlegel (fratello del filosofo). Sono conosciute da chiunque in quanto contengono una delle marce nuziali più celebri di tutti i tempi (soddisfiamo le eventuali amnesie dei lettori: la marcia nuziale di Mendelssohn si contende il primato della preferita con quella di Wagner; segue, nella wedding hit parade, quella di Elgar).

Cosa assai rara, la funzione di musica per la scena è stata rispettata, nonostante la parte teatrale fosse limitata agli stralci corrispondenti agli interventi musicali, con esiti di grande efficacia che hanno mandato in visibilio noi e il pubblico. In proscenio, dinanzi alla formazione orchestrale, un nutrito numero di attori / cantanti – dei quali purtroppo nel libretto di sala erano omessi i nomi a parte due, Sam Cobb e Rebecca Hardwick – hanno declamato i versi shakespeariani accompagnandoli con gestualità attoriale e inflessioni delle voci recitanti. Il pubblico è stato aiutato da pochi oggetti a identificare i vari personaggi, tutti abbigliati con abiti neri attuali: un cappello fiorito, due orecchie d’asino, una spada di plastica arancione, un’arruffata barba/criniera… Elementi divertenti e scherzosi, modernamente “fool” e in quanto tali consoni all’autentico spirito shakespeariano. Il Bardo infatti non si trovava dinanzi a platee seriose e paludate come avviene oggi, ma si rivolgeva a tutti, facendoli ridere e divertire. Così è stato in questa occasione. Mancavano solo le sovrascritte a favorire la totale comprensione di una lingua comprendente termini arcaici e declamata, con gioia per le orecchie, con perfetta pronuncia inglese come poche volte è dato di udire in Italia, e con humor britannico doc.
Con rispetto, ove necessario in punta di piedi, altrove con incisività, sempre con vivacità e una ben calibrata dose di estrosità, Sir Eliot Gardiner ha innervato il racconto con le pagine di Mendelssohn, restituendo la musica come si diceva alla sua funzione originaria di accompagnamento al racconto, senza farne un elemento prevaricante, dando eguale importanza alla parola come alla nota. Pertanto, riservando attenzione alla partitura anche negli aspetti volti a delineare la psicologia e gli stati emotivi dei personaggi. Non ultimo, esaltando il contesto fiabesco, alla ricerca di colori musicali e scenici, alternando pagine incalzanti a nobili sottofondi, passaggi interlocutori ad aperture descrittive. Un approccio intelligente, colto, elegante ma anche giocoso, spiritoso al punto giusto, tanto che gli stessi orchestrali erano divertiti al pari del pubblico.

Dal bosco fatato di Shakespeare ci siamo poi addentrati nella foresta tenebrosa di Goethe. La seconda parte del concerto, dedicata a Die erste Walpurgisnacht op 60 (La prima notte di Walpurga), ha presentato un Mendelssohn, allora giovanissimo, ispiratosi a un soggetto di Goethe, al tempo anziano e desideroso che il suo poema fosse musicato sottoforma di cantata corale (morì prima di vederne la realizzazione). La composizione infatti, dopo due rimaneggiamenti, fu pubblicata nel 1844. Nulla a che fare con la Notte di Walpurga presente nel Faust. In questa ballata del 1799 il drammaturgo narra di una cerimonia risalente al paganesimo medievale, celebrata alla presenza di militi cristiani sul Monte Broken nel massiccio dello Harz nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio. Data che, oltre a essere dedicata a Santa Walpurga, si sovrapponeva a un rito che celebrava la fertilità della terra e di conseguenza le forze demoniache della natura. Nella partitura quindi si ravvisa la contrapposizione tra cristianesimo e paganesimo, con quest’ultimo a prevalere come affermazione di individualità, tra i rumori della foresta e gli strepiti umani.

Sir Gardiner, alla testa di The Constallation Choir & Orchestra – con le voci soliste di Sarah Denbee contralto, Graham Neal e Jonathan Hanley tenori, Alex Ashworth e Peter Edge bassi – ha alternato pagine lievi di serenità a crescendo dai risvolti drammatici, accentuando i contrasti timbrici e dinamici tra ciascuno dei 13 movimenti, ai quali al contempo ha dato un filo conduttore stilistico unitario e consequenziale. Fin dall’ouverture Sir Gardiner ha sotteso, nella linea melodica, gli antagonismi tra le forze oscure del creato, la festosità della rinascita primaverile, e le tensioni sia materiali sia spirituali tra pagani e cristiani. I toni poetici sono trasmutati in impeti solenni, con il picco di spiritualità coinciso con il momento di intenso raccoglimento della preghiera del celebrante pagano, interrotto dalle esternazioni di spavento dei cristiani. Accendendo una metaforica torcia nel buio della foresta, e riservando attenzione a quelle sonorità in cui Mendelssohn identifica la potenza della natura e della ritualità umana, il direttore ha messo in campo una serie di incalzanti livelli cromatici, con attenzione agli strumenti percussivi ma anche, ad esempio, agli ottoni che ci è sembrato fossero strumenti antichi, dalla voce appropriatamente carica di suggestioni.
In entrambe le due parti di questo concerto sia l’Orchestra che il Coro, dove oltre ai giovani si sono notati molti elementi di matura esperienza, hanno compiuto un lavoro finissimo nel seguire il gesto direttoriale – dai respiri delle arcate dei ‘legati’ che caratterizzano Sir Gardiner alla sua attenzione per la funzione evocativa della musica – emettendo suoni corposi e delicati con dimestichezza dinamica e una timbrica ubertosa, e, soprattutto il coro, con compattezza e pastosità.
Un privilegio, e una delizia, aver potuto ascoltare nuovamente questo direttore, classe 1943, che continua a conquistare il mondo con il suo approccio fresco e innovativo che irrora di nuova luce i compositori.
Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Settembre dell’Accademia, Teatro Filarmonico 16 settembre 2025
Foto Studio Brenzoni
AVVERTENZA
È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes (direttore@deartes.cloud).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali,a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli artisti direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’autore.
Leggi anche le recensioni:
Sir Gardiner e Orchestra Mozart a Bologna 2024 vedi qui
Sir Gardiner e Monteverdi Choir & Orchestra a Mantova 2023 vedi qui

